Turno di Capodanno: una notte da custode nel Centro di Educazione Municipale tra neve, pizza e desideri condivisi

Turno di Capodanno

Sin dalla mattina cadeva una neve bagnata: si appiccicava agli stivali, al corrimano, alla targhetta sopra lingresso: Istituto Comunale di Istruzione Integrativa. Verso mezzogiorno era arrivato il gelo, la poltiglia si era indurita in una crosta scricchiolante sotto i passi.

Giancarlo Pettinato salì le scale tenendosi al corrimano gelido. Nella tasca tintinnavano le chiavi, la borsa sulla spalla pesava: termos, contenitore col risotto, taccuino. Nellatrio odorava di straccio umido e polvere calda dei termosifoni vecchi quel profumo che sale quando la ghisa si scalda dopo tanta inattività.

La lampadina sotto il soffitto emanava una luce fiacca e gialla, come se volesse dormire anche lei.

Si tolse il berretto, lo appese al gancio e passò automaticamente le dita sulla barba grigia. Nello specchio dietro il banco, lo guardò un uomo sui settantanni: faccia larga, naso a patata, occhi stanchi ma non cattivi. Sul colletto della giacca era rimasto del gelo.

Eh, che eroe, borbottò a bassa voce. Lultimo turno dellanno.

Seduta sulla sedia davanti al tavolo cera la portiera diurna Ebe Sabatini, con un gilet di lana. Stava già sistemando le sue cose: infilava i guanti senza dita, metteva in una busta delle mele, mandarini e qualche foglio.

Sei in ritardo, disse senza rimprovero. Pensavo toccasse a me stare qui fino ai fuochi dartificio.

Il bus si è fermato allincrocio, spiegò Giancarlo. Hanno lasciato di nuovo la buca lì, come sempre.

Le buche da noi son dovunque, sospirò Ebe. Va bene. Prendi il comando.

Si sedettero al tavolo, aprirono il registro dei passaggi di turno, scrissero i dati, firmarono.

Le telecamere vanno, lallarme è a posto, recitò lei meccanica. I corsi sono sospesi, vacanze fino al dieci. In auditorium la festa non lhanno ancora smontata tutta, non cera tempo. Non entrare nellufficio del dirigente: lelettricista ha promesso dopo le feste, la corrente fa i capricci.

Ricevuto, annuì Giancarlo.

Arriveranno chiamate, aggiunse Ebe. Tutti si scordano che formalmente siamo in sede pure con le porte chiuse. Tanto tu sei tranquillo, sai spiegare.

Sorrise: come mediatore non era proprio il massimo, ma la sua voce calma davvero placava le discussioni.

Vai a casa? chiese lui.

Certo, sorrise lei. Mi raggiunge la nipote, prepariamo linsalata russa. E tu, perché hai voluto lavorare anche a festa?

Giancarlo scrollò le spalle.

Qui si sta più calmi. E cè la maggiorazione.

Ebe lo fissò attenta ma non si mise a scavare.

Se serve, chiama pure. Ma meglio di no. Stasera voglio che fili tutto liscio.

La porta sbatté, il corridoio si riempì subito di silenzio. Restava solo il soffio cupo della ventilazione e i rari colpi dei termosifoni.

Giancarlo tirò fuori dalla borsa il termos, la tazza, il contenitore. Mise tutto a posto con cura, come sempre. Si tolse lorologio e lo depose accanto. Erano le tre. Mezzanotte distava quanto la Luna.

Si versò il tè. La vicina, zia Nerina, gli aveva portato poco fa dellerba di San Giovanni secca fa bene ai nervi. I nervi Giancarlo li aveva saldi, ma il profumo delle erbe gli piaceva.

Il telefono sul tavolo trillò il vecchio apparecchio con sopra una scritta: Portineria.

Istituto Comunale, portineria, rispose.

Buongiorno, una voce femminile, agitata. Ci sono lezioni oggi? Noi siamo del corso dinglese…

Oggi niente. Vacanze fino al dieci, disse calmo. La docente non vi ha chiamato?

No Ci eravamo quasi già preparati per uscire.

Allora togliete giubbotti e fatevi una bevanda calda, consigliò. Con questa neve rischiate la bronchite. Qui oggi è solo buio e noia.

La donna rise, lo ringraziò, lo augurò buon anno.

Dopo seguirono altre due chiamate: una madre si lamentò, nessuno avvisa niente, un uomo domandò della contabilità. Giancarlo ripeté pazientemente che listituto era chiuso, tutti spariti, rimaneva solo la guardia.

Verso le sei era già notte. Dietro la porta in vetro la strada era un vapore scuro, i fari delle auto strisciavano come lampi. Giancarlo si sistemò meglio, accese la piccola TV nellangolo volume quasi a zero, giusto le immagini.

A casa non lo aspettava nessuno. La moglie era morta cinque anni prima. Il figlio viveva a Bologna, chiamava di rado: lavoro, figli, mutuo. Il nipote Giancarlo lo aveva visto due volte di persona e un paio in video. Pareva famiglia ma come se fossero dietro un vetro.

Alle sette latrio tornò vivo: la porta scricchiò, entrò corrente e fiocchi. Sbucò un corriere in giacca rossa con una scatola. Gli occhi rossi dal freddo.

Buonasera, ansimò, scrollandosi gli stivali. Consegna.

Per chi? chiese Giancarlo.

Il corriere guardò il cellulare.

Istituto Comunale… lesse. Alla signora Vittoria Trapanese. Auguri alla squadra di turno. Pizza. Pagata già.

Giancarlo sgranò gli occhi.

Vittoria la contabile? si accertò.

Non so, ammise il corriere. Basta consegnare.

Il portinaio rise.

Ovvia, penso sia la dirigente che pensa ai superstiti. Ma avvertire si son scordati. Dammi qui, firmo.

Il corriere mollò la scatola, sollevato.

Grazie. Sennò mi fanno storie col reso. Buon anno!

Anche a te, rispose Giancarlo.

Il corriere si fermò, guardò il salone vuoto.

È solo qui?

Quasi, disse Giancarlo. Per ora solo.

Il corriere annuì e sparì.

La scatola scaldava le mani. Giancarlo aprì il coperchio: vapori di formaggio e pasta lo avvolsero.

Grazie Dirigente, mormorò. Almeno si è ricordata.

Mangiò una fetta, poi subito laltra e di nuovo la porta si aprì.

Entrò Gina, la donna delle pulizie, avrà avuto quarantanni, col giaccone scuro. Guance accese dal freddo, dita nei guanti di lana, bagnati.

Oh, disse vedendo la pizza. Che tempismo!

Ciao Gina. Che fai qui? Oggi… si interruppe. Beh, è turno festivo.

Paga festiva, rispose lei. Chi voleva, poteva venire. Dopo le feste i bambini invadono tutto, e il pavimento… sappiamo comè.

Soffiò sulle mani.

Soddisfa lappetito, ammise.

La dirigente ha mandato la pizza agli addetti, allungò la scatola verso di lei. Prendi.

Di solito non mangio in servizio… iniziò meccanica, ma lo sguardo tornò sulla mozzarella fumante. Però… è Capodanno.

Non insistette, portò ancora la scatola.

Gina staccò un pezzo, assaggiò.

Calda, si stupì. Come nei film.

Al cinema la pizza è peggio, rispose Giancarlo ridendo.

Gina rise di gusto, come una ragazza.

Vado a fare i bagni e il corridoio, disse finendo. Serve qualcosa, grida pure.

E a chi dovrei gridare, rispose. Siamo solo noi.

Lei sparì, il secchio sbatté sulle piastrelle. Da distante il rumore dellacqua.

Alle otto e mezza la porta si aprì di nuovo. Sulla soglia, un giovane con gli occhiali e uno zaino, affannato.

Buonasera. Sono qui per la signora Vittoria, la contabilità, disse rapido. Mi serve davvero. Lei ha lasciato una busta alla portineria.

La contabilità è vuota, rispose Giancarlo. Sono andati via.

Lo so, il ragazzo aggiustò le lenti nervoso. Ma cè il certificato, per la banca. Devo caricarlo entro oggi o scade la richiesta. È lultimo giorno dellanno.

Giancarlo lo fissò meglio: faccia tesa, labbra secche.

Cognome?

Saffirio.

Giancarlo aprì larmadietto delle lettere. Fra poche cartelle e una busta di chiavi, trovò una busta bianca con scritto ordinato: Saffirio. Portineria.

Eccola, la porse. La signora Vittoria mantiene le promesse.

Saffirio si rilassò come se avesse posato un macigno.

Grazie, davvero… Pensavo fosse tutto sfumato, inghiottì. Le lascio dei cioccolatini? Presi per i bimbi.

Lasciali ai ragazzi, tagliò Giancarlo. Vattene a casa. Non sprecar la festa in corridoio.

Saffirio annuì, sorriso timido.

Buon anno anche a lei. E che sia… buono.

Grazie. Buone cose.

Quando la porta si richiuse, Giancarlo rimase a guardare per un attimo i vetri, tra luci e neve: dentro si scaldò qualcosa non per la pizza, ma perché qualcuno aveva bisogno di lui.

Gina tornò di corsa, sudata e provata.

Oh, disse, resta un pezzo?

Sì. Prendi prima che si raffreddi.

Sedettero insieme, mangiando in silenzio. Poi Gina, pulendo le dita con una salvietta, disse allimprovviso:

Il figlio oggi è andato da sua suocera. Era più comodo, dice. Io: E a me? Lui: Mamma, tanto lavori. Così sono venuta. Per la verità.

Sorrise, ma la stanchezza rimaneva.

Pure io ho il nipote lontano, disse Giancarlo. Lo vedo in TV e basta.

La TV non è compagnia, sospirò Gina.

A volte meglio, sorrise. Non ti contraddice.

Ti contraddice eccome, sbottò lei. Solo che non ti sta a sentire.

Alle dieci Gina concluse le pulizie.

Scappo, disse abbottonando la giacca. Altrimenti la metro chiude e resto bloccata qui con te fino allalba.

Così finiamo la pizza, rispose.

No, ribatté. Voglio insalata russa. Buon anno, Gianni.

Anche a te.

Quando sparì, il silenzio diventò denso. Nellatrio si sentiva solo il ticchettio dellorologio.

La TV trasmetteva il countdown: Piazza Duomo, gente in cappelli, presentatori che gridano nei microfoni. Giancarlo abbassò ancora il volume.

Alle undici e quarantacinque la porta si aprì di nuovo.

Sulla soglia una ragazza di venticinque anni, cappotto lungo e una busta grande. Sulle ciglia neve sciolta, sulle guance umidità: forse dalla neve, forse dalle lacrime. Dentro la busta tintinnavano oggetti forse palline per lalbero.

Buonasera, disse guardando il salone vuoto. Ha ancora la Stella dei Desideri attiva qui?

Giancarlo si fece serio.

Quale stella?

Beh… fece lei. Su una chat di volontari mi hanno dato lindirizzo. Dicevano che fino a mezzanotte si potevano portare doni: ai figli dei dipendenti e ai bimbi del vicino centro daccoglienza, quelli senza famiglia. Io… strinse la busta. Avevo promesso di portare qualcosa. Poi il cellulare si è scaricato, penso di essermi persa qualche aggiornamento.

Giancarlo sospirò.

Signorina… qui oggi non c’è nulla. Siamo chiusi. Se c’era qualcosa, sarà stato annullato o spostato.

Lei accennò, come se già lo sapesse.

Capito, disse piano. Mi scusi. Allora vado.

Si voltò verso la porta e proprio lì Giancarlo intuì che se lei fosse uscita, rimaneva solo la neve, la strada vuota, e i suoi occhi bagnati. Si sentì dire una frase che non sapeva da dove venisse.

Aspetti, disse.

Lei si bloccò.

Ho tè, accennò al tavolo. E pizza. Se non ha fretta, rimanga almeno fino ai rintocchi. Fuori è brutto.

Lei lo guardò sorpresa.

Non disturbo?

Disturbi chi, rispose. Le mura?

La ragazza si avvicinò, si tolse il cappotto. Sotto aveva un maglione coi renne.

Sono Alice, disse sedendosi in punta di sedia.

Giancarlo Pettinato.

Le versò il tè e spostò la pizza.

Grazie, sussurrò Alice, come se ringraziasse di essere vista, più che per il tè.

Mangiarono in silenzio. Fuori rari fuochi si aprivano nel cielo.

Non volevo tornare a casa, confessò lei. Troppo quieto, troppi pensieri. Volevo portare il regalo, fare qualcosa per sentirmi utile. E invece mi sono sentita sciocca.

Non è sciocco, disse Giancarlo. A volte serve solo stare con qualcuno, anche se siamo estranei.

Lei lo guardò grata.

E lei, perché qui? Proprio stasera?

Lui fece spallucce.

Qualcuno deve stare di guardia. Allarmi, chiavi, il solito. E poi… si bloccò. Qui sto bene.

Qui almeno qualcuno entra, disse piano Alice.

Tu sei entrata, si sorprese a dirlo quasi sorridendo.

In TV apparve il presidente. Giancarlo abbassò ancora.

Non ascolta il discorso? chiese lei.

Tanto so già cosa dirà, rispose lui. I rintocchi contano.

Stettero in silenzio. Alla fine arrivarono le campane.

Giancarlo alzò la tazza.

Allora… buon anno.

Buon anno! fece Alice.

Si fecero cin cin col tè. Fuori partirono i fuochi, colori sulla vetrata.

Alice, imbarazzata, tirò fuori una scatolina da regalo con fiocco.

Questa… disse. Era per la festa. Calzini di lana, fatti a mano. Erano per una persona sola. Ormai… Salvo tutto, li do a lei? Qui fa freddo, e lei lavora.

Alice, protestò Giancarlo, non occorre.

Occorre, insistette lei. Domani porto gli altri, ma ora… è lei che è qui.

Prendendo i calzini, la lana ruvida ma calda artigianale, di casa.

Grazie, disse lui, poi distinto aggiunse: Da troppo nessuno mi regalava niente.

Alice sorrise sinceramente.

Era ora.

Ancora un po di chiacchiere: la neve, le code dei regali, le difficoltà coi ragazzi. Poi Alice si alzò.

Devo andare, disse. Mia madre pensa che sono da unamica. Si preoccupa.

Vai tranquilla, disse Giancarlo. Grazie di essere passata.

Grazie a lei, rispose Alice. Mi ha salvato il Capodanno.

Alla porta si fermò.

Lei sta spesso qui? Se dovessi capitare ancora magari per caso?

Passa pure, disse Giancarlo. La portineria cè sempre.

Alice sorrise e sparì.

Il silenzio tornò, ma non era più pesante. Giancarlo si infilò i calzini nuovi sopra i suoi: subito i piedi sentirono più calore, come se non fosse solo lana.

Era luna passata. I fuochi ormai rari.

Proprio allora vibrò il suo cellulare vecchio, graffiato. Raramente squillava.

Sul display: Figlio.

Giancarlo premette verde.

Pronto.

Papà, buon anno, disse una voce nota, ormai quasi estranea.

Auguri anche a voi, rispose.

Noi come sempre: tavola, insalate, i bimbi scatenati. Volevo ringraziarti per il bonifico. Ci hai tirato fuori dai guai, davvero. Eravamo corti per il pagamento.

Giancarlo rimase silenzioso un attimo.

Ma va, disse. Niente di che.

Per noi conta, ribadì il figlio, poi aggiunse piano: Ti avremmo invitato, ma hai detto che eri di turno…

Il lavoro è lavoro, confermò Giancarlo.

Papà sembrò prendere coraggio. Dopo le feste vieni su da noi? Un fine settimana. Ti prepariamo una stanza. Il piccolo chiedeva: Dovè il nonno?

Qualcosa dentro Giancarlo si strinse non doloroso, ma come un calore improvviso.

Verrò, disse, stupendo se stesso. Devo sistemare i turni.

Fallo, si animò il figlio. Ci farà piacere. Ora mi chiamano. Ancora auguri!

A voi, rispose piano Giancarlo e chiuse.

Rimase a guardare il telefono, poi lo appoggiò accanto allorologio. Sentiva qualcosa di strano: come se da lontano una finestra si fosse aperta con aria nuova.

Giancarlo prese il taccuino, aprì una pagina vuota, scrisse con attenzione:

Dopo le feste: rivedere turni. Chiedere due giorni liberi. Chiamare il figlio concordare data.

La grafia si faceva grande e incerta, ma il senso era netto.

Ripose il taccuino, versò altro tè, sbucciò un mandarino spicchio dopo spicchio. Qualche goccia dacqua da qualche parte, la ventilazione sommessa. E in quel silenzio, Giancarlo si sentì non più un portinaio ai margini della vita, ma uno che aveva progetti piccoli, ma veri.

Stese le gambe con i calzini nuovi, guardò la strada imbiancata fuori e disse, solo per sé stesso:

Allora vediamo come va.

Fuori la neve cadeva leggera, e nellistituto vuoto regnava una sorprendente serenità.

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