Mio padre ha deciso di risposarsi: la storia di una figlia, una nuova compagna e una casa piena di ricordi

Il padre ha deciso di risposarsi

La madre di Livia è morta cinque anni fa. Aveva soltanto quarantotto anni. Il suo cuore si è fermato mentre annaffiava le violette in cucina. Il padre, allepoca, aveva cinquantacinque anni.

Non ha pianto, non ha urlato. Si è semplicemente seduto nella poltrona della moglie e ha fissato la sua foto per ore, con uno sguardo talmente intenso che sembrava volesse riportarla in vita con la sola forza del pensiero.

In quel giorno, Livia ha perso non solo la madre. In realtà, ha perso anche il padre. Anche se dividevano lo stesso appartamento, condividevano solo lo spazio fisico era come se fosse rimasto solo il suo corpo, unombra intrappolata nel dolore.

Il primo anno è stato durissimo. A ventitré anni, Livia si è ritrovata a essere, per suo padre, una figlia, uninfermiera, una psicologa. Gli preparava minestrone che lui non mangiava, lavava le sue camicie che rimanevano nellarmadio, e tentava in ogni modo di tirarlo fuori dallabisso nel quale era sprofondato, parlandogli continuamente.

Il padre restava in silenzio. Rispondeva a monosillabi. Ogni sua risposta era come uno schiaffo: Non immischiarti! Non toccarmi!.

Col tempo, fra padre e figlia è cresciuto un muro grigio e impenetrabile

***

Il tempo passa. Vivono insieme, ma ognuno nella propria bolla.

La mattina si incontrano in cucina, poi ognuno va per la sua strada. Alla sera si rivedono qualche istante, poi si chiudono nelle proprie stanze. Le parole sono ridotte al minimo. Il rapporto praticamente non esiste più.

Livia ha smesso di soffocare il padre di attenzioni. Lui le è grato per questo. Ognuno, lentamente, si abitua a questa nuova realtà.

Senza la moglie Senza la mamma

***

Col passare degli anni, il padre ha iniziato a tornare alla vita.

Ha ripreso a sorridere alla vicina, che ogni tanto portava una teglia di torta margherita. Talvolta usciva a pescare con un vecchio amico. Ha riscoperto il laptop e i suoi amati film italiani.

Livia non vedeva più sulle sue spalle la disperazione di un tempo. Pensava che il peggio fosse passato. Si sentiva persino tranquilla allidea di lasciarlo solo per tutta lestate: le avevano offerto un lavoro stagionale alle Terme di Sirmione.

Quando è tornata, però, lattendeva una sorpresa che non avrebbe mai previsto.

***

Il padre le annuncia che si risposa.

Appena Livia mette piede in casa, lui glielo dice, con voce calma, come a comunicare una decisione già presa e irrevocabile.

Si siedono in cucina, luno di fronte allaltra.

Ho conosciuto una donna dice lui, sorridendo. Si chiama Ornella. Stiamo per sposarci.

Livia si sente gelare il sangue. Non per aver scoperto che avesse trovato unaltra donna, anzi: sarebbe stata felice di vederlo ritrovare il sorriso. Ma nella sua mente scatta un campanello dallarme: Lappartamento!

Il loro appartamento! Dove è cresciuta! Dove ci sono ancora la macchina da cucire della mamma e la sua tazza preferita nellangolo! E non quellorrenda tazza sbeccata, lasciata lì da una sconosciuta senza nemmeno lavarla!

Livia guarda loggetto sul tavolo con malcelato disprezzo

Papà inizia, faticando a trovare le parole, non pensi che sia una cosa un po affrettata? La conosci davvero bene? E dove pensate di vivere? Spero non qui Questa casa non è solo tua, è anche della mamma

Il padre alza lentamente lo sguardo su di lei. Nei suoi occhi non cè altro che stanchezza e un freddo disprezzo.

Ah, ecco mormora. Si comincia. Sei stata veloce. E io sarei già un morto che cammina, vero? Un po presto per azzannare la pelle dellorso

Non sto azzannando nessuno! Voglio solo chiarezza! scatta Livia. Non è assurdo, dai! Adesso avrai una nuova famiglia e io io che farò se dovesse succederti qualcosa?

Ci penserai quando sarà il momento, borbotta cupamente il padre, uscendo dalla stanza.

***

La nuova compagna la presenta due giorni dopo. Ornella è alta, magra, uno sguardo dolce e triste, e di una gentilezza quasi stucchevole.

Livia cara, capisco bene i tuoi sentimenti dice Ornella. Ti assicuro che non pretendo niente. Ho la mia vita, la mia casa. Voglio solo bene a tuo padre.

Ornella si sforza di essere simpatica, ma quelle sue domande!

Ma il vostro casale, è molto lontano dal centro? chiede con finta aria di curiosità. E da quanto vivete qui? Questi appartamenti in palazzo depoca valgono una fortuna.

Inoltre, Ornella sostiene che non sia opportuno parlare di eredità prima del tempo, dicendo che questi discorsi feriscono tuo padre e lo fanno sentire inutile.

Dopo quella visita, i dubbi di Livia sono solo cresciuti. È più che convinta che quella donna sia furba e interessata, e il rapporto col padre, già fragile, si spezza definitivamente. Lei vede in lui un anziano permaloso, accecato dallamore tardivo, disposto a dare tutto alla prima che passa. Lui, probabilmente, vede in lei una figlia avida, incapace di pensare alla sua felicità.

Ogni loro scambio diventa una scintilla. Il padre rivendica il diritto alla sua vita privata, Livia la sicurezza di un futuro sereno. Si pungono, ferendosi inconsapevolmente.

***

Infine, Livia non ne può più e propone una visita dal notaio per chiarire una volta per tutte la questione delleredità.

Il padre fa resistenza, poi alla fine si arrende con un sospiro.

Va bene, dice con tristezza, che sia come vuoi.

Durante il tragitto verso lo studio notarile stanno in silenzio. Livia tortura la borsa tra le mani, pronta alla battaglia

Nello studio regna il silenzio. Il padre si siede in disparte, le mani raccolte sulle ginocchia. Il suo viso è impassibile.

La notaia, una donna dai capelli corti e dallaria severa, apre la cartella.

Bene, oggi siamo qui per inizia con tono professionale.

Un momento, la interrompe il padre. La sua voce è bassa ma incredibilmente ferma, tanto che Livia sussulta. Io sono venuto per unaltra ragione

Allunga un documento alla notaia.

Ecco.

La notaia indossa gli occhiali, dà unocchiata al foglio e, sorpresa, chiede:

Ne è sicuro? È un atto di donazione. Lei sta trasferendo tutti i suoi beni, senza nessun corrispettivo, a favore di sua figlia?

Livia trattiene il fiato. Cosa? Le sta cedendo tutto? Così? Sarà una trappola? O vorrà dirle che lo ha costretto?

Livia cerca negli occhi del padre una spiegazione.

Ma lui la guarda con unespressione gelida che le dà i brividi. Non cè rabbia né rancore, solo unenorme delusione e pietà. Pietà per lei. Per Livia.

Ecco, dice piano, alzandosi e lasciando il documento davanti a lei. Prendi. Tutto quello che volevi così tanto. Lappartamento. Il casale. Tutto. Ora puoi stare tranquilla: nessun vecchio stanco baratterà la tua casa per un po di felicità “irreale”.

La parola felicità la pronuncia con tale amarezza che Livia rabbrividisce.

Papà io io non volevo sussurra, sentendo le lacrime di umiliazione scendere sulle guance.

Non volevi? sorride amaramente. Un sorriso più duro di qualsiasi rimprovero. Livia, in sei mesi non ti sei mai preoccupata della mia salute. Non hai mai chiesto se stessi bene, se avevo bisogno di qualcosa. Tutte le tue domande riguardavano solo i documenti. Solo i metri quadri. Non vedevi in me un padre, ma un peso che ti ostacolava a ottenere ciò che volevi. E pensavi che non me ne accorgessi?

Fa verso la porta. Si volta ancora:

Sognavi questa prigione? Eccola. È tutta tua.

Il padre esce. Livia rimane immobile, con le mani fredde sul foglio. Ha vinto! Ora è padrona di tutto. Ma a un tratto si rende conto di aver perso tutto.

***

Gli anni sono passati.

Il padre e Ornella stanno ancora insieme. Livia li incrocia a volte alla Coop o al parco. Quasi sempre si tengono per mano. Il padre è invecchiato, ma quando guarda Ornella il suo volto si illumina di felicità.

Livia vive da sola.

In un bellappartamento di tre locali, tutto ristrutturato a nuovo.

Nei weekend va al casale. Anche lì tutto è perfetto.

Solo che la felicità sembra essersi smarrita

Livia sa che il padre le ha lasciato la casa non per rabbia o rancore. Le ha ceduto ciò che lei stessa aveva scelto: le pareti al posto di una persona, le carte al posto dellamore.

Ha barattato il proprio padre per tre stanze e un casale fuori città. E questa consapevolezza è leredità più pesante che abbia mai ricevuto.

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Mio padre ha deciso di risposarsi: la storia di una figlia, una nuova compagna e una casa piena di ricordi
Un regalo arrivato tardi L’autobus sobbalzò e Anna Petrovna si aggrappò con entrambe le mani al corrimano, mentre sotto le dita sentiva il plastico ruvido che cedeva leggermente. Il sacchetto della spesa sbatté sulle sue ginocchia, le mele rotolarono all’interno con un tonfo. Lei attendeva vicino all’uscita, contando le fermate che mancavano alla sua. Nell’orecchio frusciavano piano gli auricolari che la nipote le aveva raccomandato di non spegnere: «Nonna, dovessi mai chiamarti…» Il cellulare, infilato nella tasca esterna della borsa, sembrava pesante come una pietra. Anna Petrovna controllò comunque che la cerniera fosse chiusa. Già immaginava come sarebbe rientrata in casa, dove avrebbe posato la borsa sulla sedia dell’ingresso, cambiato le scarpe, tolto il cappotto e appeso con cura la sciarpa. Poi avrebbe sistemato la spesa, messo a cuocere il brodo. La sera sarebbe passato il figlio, a ritirare i contenitori. Con il turno di lavoro, non aveva tempo di cucinare. L’autobus frenò, le porte si aprirono. Anna Petrovna scese piano dai gradini, aggrappandosi al corrimano, infine si ritrovò davanti a casa propria. Nel cortile i bambini giocavano a pallone, una ragazzina sul monopattino quasi la urtò, ma svoltò all’ultimo momento. Dal portone arrivava l’odore di cibo per gatti e di fumo di sigaretta. Nell’ingresso posò i sacchetti, si tolse le scarpe e, con gesto abitudinario, le spinse con la punta verso il muro. Cappotto appeso al gancio, sciarpa ripiegata sulla mensola. In cucina sistemò la spesa: carote con le altre verdure, pollo in frigo, pane nel portapane. Riempì la pentola d’acqua, finché la mano posata sul fondo fu coperta. Il telefono vibrò sul tavolo. Si asciugò le mani nello strofinaccio e lo avvicinò. — Sì, Sasha, — rispose, chinandosi leggermente verso la cornetta, come per sentire meglio il figlio. — Ciao mamma, come stai? — la voce del figlio era frettolosa, qualcuno domandava qualcosa in sottofondo. — Tutto bene. Sto preparando il brodo. Passi da me? — Sì, arrivo tra due ore. Senti, mamma, alla scuola materna di nuovo stanno raccogliendo fondi per la manutenzione. Potresti… — esitò. — Come l’altra volta. Anna Petrovna già cercava il cassetto con la cartelletta grigia dove annotava le spese. — Quanto serve? — domandò. — Se riesci, tremila. Contribuiscono tutti, ma lo sai… — sospirò. — Non è facile, adesso. — Capisco, — disse lei. — Va bene, te li do. — Grazie, mamma. Sei d’oro. Passo stasera, prendo anche il tuo brodo preferito. Alla fine della telefonata l’acqua già bolliva. Anna Petrovna aggiunse il pollo, un pizzico di sale, la foglia d’alloro. Si sedette al tavolo e aprì il quaderno. Nella riga “pensione” campeggiava la cifra scritta con cura. Sotto: bollette, medicinali, “nipoti”, “imprevisti”. Aggiunse “scuola materna” e la cifra, fermandosi per un attimo con la penna. I numeri si accavallavano, come spinti dal basso. Restava meno di quanto avrebbe voluto, ma non era una catastrofe. «Va bene, ce la faremo», pensò chiudendo il quaderno. Sul frigorifero c’era un magnete con un piccolo calendario. In basso la pubblicità: «Casa della Cultura – Abbonamenti stagionali: musica classica, jazz, teatro. Sconti per pensionati». Il magnete glielo aveva regalato la vicina Tamara, insieme ad una torta di compleanno. Più volte Anna Petrovna si era sorpresa a rileggere quella scritta mentre aspettava che bollisse il tè. Questa volta lo sguardo si soffermò di nuovo su “abbonamenti”. Ricordò quando, prima di sposarsi, con l’amica andava in filarmonica. I biglietti costavano poco ma si doveva fare la fila. Tremavano di freddo, ridevano, lei portava i capelli lunghi raccolti e il suo vestito migliore con le uniche scarpe col tacco. Ora immaginava la sala, la scena che non vedeva da anni. I nipoti la portavano alle recite scolastiche, ma era un’altra cosa: confusione, rumore, coriandoli. Qui… Non ricordava neppure che concerti facessero, chi ci andasse. Staccò il magnete, lo girò: sul retro trovò il sito e il numero di telefono. Il sito non le diceva nulla, il telefono invece… Rimise a posto il magnete, ma il pensiero non se ne andava. «Sciocchezze, — si disse. — Meglio mettere da parte per la giacca nuova della nipote. Cresce, tutto costa caro». Si avvicinò ai fornelli per abbassare la fiamma. Tornò al tavolo, ma il quaderno rimase chiuso. Invece tirò fuori dal cassetto la vecchia busta dove teneva i soldi “per le emergenze”. Dentro c’erano banconote conservate negli ultimi mesi. Non molte, ma abbastanza per la riparazione della lavatrice, se si fosse rotta, e per le analisi mediche. Contò i soldi, mentre in testa ronzava la pubblicità del magnete. La sera arrivò il figlio. Tolse la giacca, la appoggiò allo schienale, e prese i contenitori. — Oh, c’è il borsc! — esultò. — Mamma, come sempre sei insuperabile! Hai mangiato? — Sì sì, mangia tu. I soldi li ho preparati, — disse contando con cura tremila rubli dal portafoglio. — Mamma, annota almeno quanto ti resta, — diceva lui prendendo le banconote. — Non sia mai che poi non basti. — Annoto tutto, — rispose lei. — Ho tutto ordinato. — Sei un’economista, — sorrise. — Sabato puoi stare di nuovo coi bambini? Io e Tanja dobbiamo andare al supermercato e non c’è nessuno. — Posso, — annuì. — Che cosa ho da fare? Raccontò qualcosa del lavoro, del capo, delle nuove regole. Alla fine, mentre si infilava le scarpe: — Mamma, almeno qualcosa prendilo per te! Sempre per i nipoti, per noi… — Ho tutto, — disse. — Non mi manca nulla. Lui fece spallucce: — Va bene, tu sai cosa ti serve. Passo in settimana. Quando la porta si richiuse, la casa tornò silenziosa. Anna Petrovna lavò i piatti, pulì il tavolo. Poi di nuovo guardò il magnete. Risuonavano le parole del figlio: «Almeno qualcosa per te…» Al mattino, svegliandosi, restò un po’ coricata a guardare il soffitto. I nipoti erano all’asilo e a scuola, il figlio al lavoro. Nessuno sarebbe passato prima di sera. La giornata sembrava libera, ma in verità piena di piccole faccende: innaffiare le piante, pulire il pavimento, sistemare vecchi giornali. Si alzò, fece gli esercizi come indicato dal medico: alzò lentamente le braccia, si stirò, ruotò il collo. Mise il bollitore, versò il tè nella tazza. Mentre l’acqua scaldava, di nuovo sollevò il magnete. «Casa della Cultura. Abbonamenti…» Prese il telefono, compose il numero stampato in piccolo. Il cuore accelerò. Dopo qualche squillo, rispose una voce femminile: — Casa della Cultura, biglietteria, mi dica. — Buongiorno, — disse Anna Petrovna, con la bocca asciutta. — Vorrei informazioni… sugli abbonamenti. — Certo. Per quale ciclo è interessata? — Non saprei… Quali avete? La donna con pazienza elencò: orchestra sinfonica, musica da camera, “serate di romanze”, programmi per bambini. — Per i pensionati c’è lo sconto, — aggiunse. — Ma l’abbonamento è sostanzioso. Quattro concerti. — Si possono anche singoli? — chiese Anna Petrovna. — Sì, ma conviene l’abbonamento. Anna Petrovna pensò ai numeri nel quaderno, alla busta. Chiese cautamente il prezzo, che risuonò in testa come qualcosa di pesante. Si poteva fare, ma restava davvero poco “per i giorni neri”. — Ci pensi, — disse la donna. — Gli abbonamenti finiscono in fretta. — Grazie, — rispose, scollegando. Il bollitore già fischiava. Anna Petrovna versò l’acqua, sedette al tavolo e scrisse sulla pagina bianca del quaderno: «Abbonamento». Poi a fianco la cifra. Infine «Quattro concerti». «Quanto fa al mese?» — calcolò mentalmente. Non era così spaventoso. Sforbiciò mentalmente qualche piccola spesa. Meno dolci, niente parrucchiera, si arrangia lei. Pensava ai nipoti: il piccolo chiedeva da tempo un nuovo gioco di costruzioni, la grande voleva le scarpe da ballo. Il figlio e la nuora sospiravano per il mutuo. E subito il suo desiderio — quasi vergognoso, come se stesse per andare chissà dove. Chiuse il quaderno, senza decidere. Andò a lavare il pavimento, riordinò la biancheria, la mise ad asciugare. Ma il pensiero della sala non se ne andava. Dopo pranzo suonò il citofono. Era la vicina Tamara, con un barattolo di cetriolini sotto sale. — Prendi, — disse entrando in cucina. — Non ho più posto. Come va? — Si va avanti, — sorrise Anna Petrovna. — Sto pensando… Si interruppe, imbarazzata a parlare. — A cosa pensi? — Tamara si sedette, sferruzzo già in mano. — Al concerto, — confessò. — Vendono abbonamenti qui. Da giovane andavo in filarmonica. Ora penso: magari dovrei acquistare. Ma costa. Tamara sollevò le sopracciglia. — E a me che chiedi? Sei tu che ci devi andare! Se vuoi, vai. — I soldi… — iniziò Anna Petrovna. — Soldi, sempre soldi, — scosse la testa la vicina. — Hai sempre aiutato tutti. Al figlio hai dato anche stavolta? Sì. Ai nipoti fai regali? Sempre. E per te? Porti sempre la stessa sciarpa, vai in giro col solito cappotto. Possibile che non puoi spendere una volta per la musica? — Non una volta sola, — obiettò Anna Petrovna. — Anche prima andavo. — Prima — quando il gelato costava venti lire! — ridacchiò Tamara. — Ora è diverso. E non chiedi nulla a loro. Sono soldi tuoi. — Diranno che è assurdo, — disse sottovoce Anna Petrovna. — Meglio per i nipoti. — Allora non dirlo, — scrollò le spalle Tamara. — Dici che vai in ambulatorio. Ma anzi… che ti importa. Non sei una bambina. “Non sei una bambina” le rimase impressa. Sentì dentro una specie di amarezza, mista a vergogna. — All’ambulatorio ci vado già, — rispose. — Ma fa paura. Magari non arrivo, magari c’è la scala, magari il cuore… — C’è l’ascensore, — tagliò corto Tamara. — E stai seduta, mica devi saltare. Io sono stata a teatro il mese scorso, vedi? Sono viva. Le gambe un po’ male, ma emozioni per un anno. Parlarono ancora di notizie, medicine, prezzi. Quando la vicina uscì, Anna Petrovna prese il telefono. Chiamò la biglietteria e, prima di ripensarci, disse: — Vorrei prenotare l’abbonamento per le serate di romanze. Le spiegarono che si doveva andare di persona con la carta d’identità. Annotò su un foglietto indirizzo e orario, lo attaccò al frigo con il magnete. Il cuore batteva forte come dopo una camminata veloce. La sera chiamò la nuora. — Anna Petrovna, sabato ci sei sicura? — domandò. — Dobbiamo andare in centro commerciale, c’è lo sconto sugli elettrodomestici. — Sì, — rispose lei. — Grazie infinite. Poi ti portiamo qualcosa. Tè? Asciugamani? — Non serve, — disse Anna Petrovna. — Non ho bisogno di nulla. Dopo la telefonata guardò il foglio con l’indirizzo. La biglietteria chiudeva alle sei, bisognava uscire presto. Di notte sognò la sala: poltrone morbide, luci, persone vestite scure. Era in mezzo, con il programma in mano, timorosa di muoversi per non disturbare. Al mattino si svegliò col fiato corto. «Ma chi me lo fa fare — pensò. — Che fatica». Ma il foglio dell’indirizzo non spariva. Dopo colazione tirò fuori dal guardaroba il cappotto migliore, lo scrollò, controllò i bottoni. Scelse la sciarpa calda, scarpe comode. In borsa mise carta d’identità, portafoglio, occhiali, medicine per la pressione, bottiglietta. Sulla sedia d’ingresso rimase seduta qualche minuto, valutando: la testa non gira, le gambe ferme. «Ce la farò», disse chiudendo la porta. La fermata era vicina, ma camminava piano, contando i passi. L’autobus arrivò subito: dentro tanta gente, un ragazzo le cedette il posto. Lei ringraziò e guardò fuori dal finestrino, stringendo la borsa. La Casa della Cultura era a due fermate dal centro. Un palazzo alto con colonne, le locandine ovunque. All’ingresso due signore gesticolavano. Dentro odore di polvere, legno, qualcosa di dolce dal bar. La biglietteria sulla destra, dietro il vetro una donna garbata. Anna Petrovna passò la carta d’identità, indicò il ciclo scelto. — Per i pensionati c’è lo sconto, — ripeté la cassiera. — Che fortuna, restano buoni posti in centro sala. Mostrò la pianta, ma i quadratini confondevano Anna Petrovna. Annui soltanto. Quando la donna disse il prezzo, la mano di Anna Petrovna tremò. Prese i soldi, li contò. Avrebbe voluto dire di no, ripassare un’altra volta. Ma dietro la fila si agitava, qualcuno tossiva, così posò le banconote in fretta. — Ecco il suo abbonamento, — disse la cassiera, passandole la tessera con le date. — Il primo concerto tra due settimane. Arrivi prima per cercare il posto con calma. Era sorprendentemente bella: in copertina la foto del palco, all’interno le date precise. Anna Petrovna la mise in borsa, tra la carta d’identità e il quaderno delle ricette. Uscendo, sulle gambe una debolezza. Si sedette sulla panchina all’ingresso, bevve un sorso d’acqua. Vicino due ragazzi fumavano, parlando di musica sconosciuta. Si sorprese ad ascoltare come se fosse una lingua straniera. «Ecco, — pensò. — L’ho preso. Ormai non si torna indietro». Le due settimane passarono tra le solite cose: nipoti malati, lei a cucinare composte, misurare febbri. Il figlio portava la spesa, ritirava contenitori. Più volte pensò di parlargli dell’abbonamento, ma cambiava discorso. Il giorno del primo concerto si alzò presto, con una strana ansia nello stomaco. Prese avanti tutto per la cena, per non tardare. Chiamò il figlio. — Stasera non sono in casa, — disse. — Se serve, chiamatemi per tempo. — Dove vai? — lui sorpreso. Esitò. Non voleva mentire, ma dirlo la spaventava. — Alla Casa della Cultura, — rispose. — Concerto. Un attimo di silenzio. — Che concerto? — domandò il figlio. — Ma ti serve davvero? Ci sono solo giovani, rumore, confusione… — Non è una discoteca, — replicò calma. — Sono romanze. — E chi ti ci porta? — Nessuno, — disse. — Ho comprato io l’abbonamento. Pausa lunga. — Mamma, — finalmente lui. — Sei seria? Lo sai che adesso non è proprio il momento. Quei soldi li potevi… be’, capisci. — Capisco, — interruppe lei. — Ma sono i miei soldi. Le parole le uscirono più ferme di quanto pensasse. Stringeva la cornetta, aspettando la reazione. — Va bene, — sospirò il figlio. — Sono tuoi. Ma non lamentarti se poi manca qualcosa. E non raffreddarti. Insomma, alla tua età… — Alla mia età si può sedere in sala e ascoltare musica, — replicò. — Non vado sull’Everest. Sospirò di nuovo, più morbido. — D’accordo. Chiama quando torni. Che non mi preoccupi. — Lo farò, — promise lei. Finita la chiamata rimase a lungo al tavolo, guardando l’abbonamento. Le mani tremavano. Sentiva di aver fatto qualcosa di audace, quasi sconveniente. Ma non voleva rinunciare. La sera si vestì: abito migliore, blu scuro col colletto ordinato, calze senza smagliature, scarpe basse e comode. Pettinò i capelli a lungo, lisciando ogni ciocca ribelle. Era già buio quando uscì. Le vetrine risplendevano, la fermata gremita. Stringeva la borsa con abbonamento, carta d’identità, fazzoletto, medicine. Sull’autobus folla, qualcuno le pestò il piede, si scusò. Lei tenne il corrimano contando le fermate. Alla sua scese evitando la calca. Davanti alla Casa della Cultura gente di tutte le età. Coppie anziane, donne giovani, ragazzi in jeans. Anna Petrovna si rilassò: non era la più vecchia. Al guardaroba consegnò il cappotto, ricevette il badge, rimase alcuni secondi esitante. Seguì la freccia “Sala”, poggiando la mano al corrimano. Dentro quasi buio, solo i segnaposti sulle file. All’ingresso l’addetta controllava biglietti. — Sesto fila, posto nove, — disse, guardando l’abbonamento. — Prosegua lì. Anna Petrovna attraversò la fila, scusandosi per disturbare. Alla fine trovò la poltrona, si sedette con la borsa sulle ginocchia. Il cuore batteva forte, ma di attesa, non di paura. La gente chiacchierava, qualcuno sfogliava il programma. Lei guardò anche il suo, scorrendo i titoli delle romanze. Riconobbe solo il nome di un compositore, che ascoltava da giovane alla radio. Le luci si abbassarono. Sul palco la presentatrice disse alcune parole. Anna Petrovna ascoltava, ma più importante era il sentirsi lì, tra la gente, non tra pentole e fornelli. Al primo accordo sentì brividi lungo la schiena. La voce della cantante era profonda, un po’ roca. Parole di amore, separazione, viaggio – le sembravano familiari. Ricordò la sala di un’altra città, un altro tempo, accanto a una persona che non c’era più. Gli occhi si inumidirono, ma non pianse. Stringeva il bordo della borsa e ascoltava. Dopo un po’ si rilassò, il respiro si fece regolare. La musica riempiva tutto, e la sua vita non sembrava più solo una sequenza di pensieri e risparmi. Dopo l’intervallo gambe e schiena un po’ indolenzite. Uscì nel foyer per sgranchirsi. Gente che commentava, che mangiava dolcetti, che beveva tè nei bicchieri di plastica. Comprò una piccola cioccolata, sebbene di solito le giudicasse superflue. — Buona, — disse ad alta voce, con un morso. Vicino una signora della sua età, in tailleur chiaro. — Bel concerto, vero? — le disse. — Sì, — annuì. — Era da tanto che non venivo. — Anch’io, — sorrise l’altra. — Sempre impegni: nipoti, campagna. Ma ho pensato: se non ora, quando? Scambiarono due parole sul programma, sulla cantante. Poi squillò la campanella e tutti tornarono in sala. La seconda parte passò rapida. Anna Petrovna non pensava ai soldi, né al prezzo di ciascun pezzo. Solo ascoltava. Alla fine del concerto gli applausi durarono a lungo. Applaudì finché le mani le dolevano. Fuori l’aria era fresca. Tornò alla fermata con la piacevole stanchezza alle gambe, dentro un calore quieto. Non entusiasmo, non gioia, ma la consapevolezza di aver fatto qualcosa di importante per sé, anche se piccolo. A casa, chiamò subito il figlio. — Sono già tornata, — disse. — Tutto bene. — E com’era? — chiese lui. — Non hai avuto freddo? — No, — rispose. — Era… bello. Rimase in silenzio, poi: — L’importante è che ti sia piaciuto. Ma occhio a non esagerare: dobbiamo ancora pensare alle spese. — Lo so, — disse lei. — Ma ormai l’abbonamento l’ho preso. Mi restano tre concerti. — Tre? — disse lui sorpreso. — Vabbè, visto che ce l’hai, goditeli. Ma stai attenta. Finito il colloquio appese il cappotto, posò la borsa. In cucina si preparò il tè, sedette al tavolo. L’abbonamento stondato ai bordi davanti a sé. Lo accarezzò, poi con la penna copiò le date dei concerti sul calendario a muro. Le cerchiò. La settimana dopo, quando il figlio le chiese aiuto per un’altra raccolta, Anna Petrovna aprì il quaderno, guardando a lungo i numeri. Poi disse: — Posso darti solo metà. Il resto mi serve. — Per cosa? — domandò lui, distratto. Lei guardò lui, il volto stanco, le occhiaie. — Per me, — rispose calma. — Serve anche a me. Lui iniziò a protestare, poi lasciò perdere. — Va bene, mamma. Come vuoi. Quella sera, sola, Anna Petrovna tirò fuori l’album delle foto. In una era giovane, in abito chiaro, davanti a una filarmonica di un’altra città. In mano il programma, sul volto un sorriso timido. Restò a guardarla, cercando di ritrovare quella ragazza. Poi chiuse l’album e lo rimise via. Sul frigorifero aggiunse un foglietto. In grandi lettere: «Prossimo concerto — 15». Sotto: «Ricordarsi di uscire per tempo». La sua vita non cambiò. La mattina continuava a cucinare, fare il bucato, andare in ambulatorio, occuparsi dei nipoti. Il figlio chiedeva aiuto e lei aiutava, fin dove poteva. Ma dentro restava la consapevolezza di un piccolo spazio per sé, di progetti che non serviva giustificare. A volte, passando davanti al frigo, toccava il foglietto delle date. Ogni volta sentiva quel sentimento caparbio: era viva, aveva ancora il diritto di desiderare. Un giorno sfogliando il giornale trovò l’annuncio per il corso di inglese per anziani in biblioteca. Lezioni gratuite, ma bisognava iscriversi. Staccò la pagina, la mise vicino all’abbonamento. Si preparò il tè e pensava: «Non sarà troppo audace?» «Prima finirò le romanze, — decise. — Poi si vedrà». Mise il giornale nel quaderno, ma l’idea di imparare qualcosa di nuovo non le sembrava più impossibile. La sera, prima di dormire, si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Nel cortile le luci dei lampioni, un ragazzo con le cuffie, un bambino col pallone. Anna Petrovna rimase lì, la mano sul davanzale, sentendo in petto una pace silenziosa. La vita scorreva come sempre: tanti pensieri, tante rinunce. Ma fra queste c’era spazio per quattro sere a teatro e, chissà, per nuove parole in una lingua sconosciuta. Spense la luce in cucina, andò in camera, si coricò con cura sotto le coperte. Domani sarebbe stato come sempre: spesa, chiamate, cucina. Ma sul calendario c’era quel cerchio piccolo, e questo cambiava tutto, anche se nessuno lo vedeva, solo lei.