Fin da bambina, Carlotta sapeva di essere bella, perché tutti glielo dicevano.
“La nostra figlia è una bellezza, spicca tra le altre ragazze come una stella,” ripeteva sua madre agli amici e ai colleghi.
E infatti, tutti lo vedevano e convenivano. Solo la vicina, un po scettica, borbottava:
“I bambini sono tutti carini, ma crescendo, chissà Non dico che succeda a tutti, ma può capitare.”
Carlotta crebbe e, a sedici anni, era una ragazza slanciata e affascinante. Superba e capricciosa, sapeva che tutti accontentavano i suoi desideri, specialmente i ragazzi, che la guardavano con occhi pieni di desiderio.
Dopo il liceo, non riuscì a entrare alluniversità, nonostante il sogno di una laurea, e dovette accontentarsi di un istituto tecnico. All’epoca non cerano le tasse universitarie, così si diplomò come commerciante.
“Figlia mia,” le disse la madre, “perché non ti sistemo nel laboratorio della fabbrica? Fare lassistente di laboratorio non è faticoso, non devi sollevare pesi, e poi tu sei così delicata.”
“E il mio diploma?”
“Ma chi lavora mai con quello che ha studiato? E poi, che te ne fai del commercio?” Così decise la madre, che insieme al padre aveva passato la vita in fabbrica.
Carlotta lavorò come assistente. Intanto diventava sempre più bella, consapevole del suo valore, e sinnamorò di Davide, un ingegnere del reparto accanto. La loro fu una passione travolgente, e dopo poco lui le chiese di sposarlo.
“Prima che qualcuno ti porti via, sposami,” le propose sorridendo, porgendole un anello. “Che ne dici?”
“Daccordo,” rispose lei, raggiante.
Il matrimonio fu come tutti gli altri, celebrato nella mensa dellazienda. In quegli anni, ai tempi dellURSS, le nozze erano tutte uguali: niente di sfarzoso, ma tanti invitati.
Poco dopo, Carlotta scoprì di aspettare un bambino.
“Davide, presto saremo in tre,” gli annunciò.
“Fantastico, sono felice, Carlotta,” la baciò e labbracciò.
Nacque una bambina, bella come la madre, e tutti erano felici.
Passarono gli anni. La piccola Sofia cresceva, andava allasilo, mentre Carlotta e Davide lavoravano. Dopo il congedo di maternità, Carlotta cambiònon nellaspetto, ma nel carattere. Cominciò a credersi una regina e a umiliare sempre più il marito. Davide passava il tempo con la figlia: la portava al parco, le leggeva storie, la metteva a dormire.
Carlotta era “occupata”. Tornava tardi dal lavoro, non sempre, ma spesso, dicendo di essere oberata, anche se Davide sapeva che in laboratorio nessuno faceva straordinari. Non osava dirle nulla, temendo le sue scenate. Pensava a Sofia, non voleva che vedesse i litigi dei genitori.
“Davide, tua moglie è stata vista col direttore tecnico al ristorante,” gli sussurravano i colleghi, ma lui abbassava lo sguardo.
“Davide, perché hai sposato una bella donna?” gli chiedevano gli amici. “Sai comè, la torta troppo bella la mangiano in tanti…”
Tutti le dicevano in faccia che Carlotta era desiderata da molti uomini, e che frequentava ambienti altolocati, non certo gente semplice come lui, un umile ingegnere statale. Intanto, Carlotta aveva una relazione con Antonio, un funzionario ministeriale. Lui la viziava, regalandole gioielli e vestiti costosi.
Davide diventò un marito sottomesso e silenzioso. Si occupava di tutto, dalla casa alla figlia. Carlotta si limitava a dare ordini: “Fai studiare Sofia, compra la spesa, pulisci.” Non pensava nemmeno al divorzio, per non traumatizzare la bambina.
Poi arrivarono gli anni della perestrojka, e il funzionario con cui Carlotta si vedeva perse il posto, insieme a molti altri. Tempi duri. Antonio fu accusato di chissà cosa.
“Carlotta, se ti chiedono di me, non dire troppo,” le sussurrò una volta. “Sento che non ci rivedremo presto.”
E così fu. Antonio sparìanzi, seppe che lavevano arrestato. Ma non solo: anche lei fu convocata dagli inquirenti. La interrogarono e non la lasciarono tornare a casa. Carlotta aveva paura, piangeva, supplicava: non sapeva niente degli affari di Antonio.
Dopo un po la rilasciarono, per mancanza di prove, ma la sua reputazione era rovinata. Tornò a casa come se avesse nuotato in acque sporche. Aveva perso tutto. I soldi che aveva messo da parte erano finiti; Davide ne aveva venduti la metà per aiutarla durante la detenzione. Carlotta fu licenziata, e Davide, anche se non chiese il divorzio per Sofia, viveva con lei come un estraneo.
Pensò di andarsene, ma temeva il dolore della figlia.
Carlotta, saputo dei suoi pensieri, abbassò la cresta:
“Davide, non lasciarmi, perdonami, non succederà più.”
Lui restò, ma non la toccò più.
“Sei stata con altri.”
“Ma lho fatto per la famiglia,” rispose lei.
Poi ricadde. Trovò un giovane assistente, Marco, e ricominciò a nascondersi negli hotel. I soldi tornarono in casa. Con Davide, restò un rapporto di convenienza. Lui sapeva di Marco e glielo diceva.
“Se mi avessi dedicato attenzione, non avrei avuto bisogno di un assistente,” ribatteva lei.
“Mi fa schifo toccarti,” rispondeva lui.
Il tempo passò. Sofia si laureò, si sposò e partì per la Siberia. Arrivò Capodanno. Carlotta volò in Cina, Davide festeggiò in Finlandia con gli amici. Tornarono per lEpifania.
“Carlotta, cosè questa storia?” la fissò stupito. “Come hai fatto a ringiovanire così?”
Era davvero più giovane, senza più quel rotolino sulla pancia che si era formata negli ultimi anni. Ora era snella e elegante come un tempo.
“Quanto ti è costato?”
Carlotta rise, isterica, poi rispose seria:
“Tutto. Ho dato tutto.” Aprì le maninessun anello con diamantie svuotò la borsetta. “Sono i trattamenti magici cinesi, massaggi, agopuntura costano un patrimonio.”
Voleva restare giovane per Marco. A Davide disse:
“Tu sei vecchio, io no.” Fece un giro su se stessa.
“Ma abbiamo la stessa età, non sei come me?”
Lei rise, lui si rattristò. Carlotta non si fermò più. Ma i soldi diminuivano, quei trattamenti erano salati, e i guadagni non erano più quelli di un tempo. Poi Davide ebbe un infarto. Finì in ospedale, tornò a casa, non poté più lavorare. Era invecchiato di colpo.
“Dio, ma davvero sembro anchio così?” si guardava allo specchio Carlotta, ricordando di essere sua coetanea.
“Carlotta, resta un po con me,” la pregava a volte Davide.
“Che vuoi da me? Non ho tempo, il tempo è denaro, lo sai.”
Un giorno Carlotta arrivò al negozio e trovò Marco con una cartella in mano.
“Leggi.” Gliela mise sotto il naso.
“Cosè? Spiega, non ho tempo per carte.”
“Queste non sono carte, sono documenti legali. Ora qui comando io. Sei libera.”
Carlotta andò dallavvocato.
“Mi dispiace, ma non posso aiutarla,” le ripeteva. Ma lei non ci credeva.
“Quanto vi ha pagato? Io vi do di più.”
“Carlotta, i miei servizi costano, ma lavoro onestamente. Non mi sporco con affari loschi. Ho lavorato ventanni per costruirmi una reputazione.”
Lei annuì, voleva obiettare, ma lavvocato continuò:
“Il suo assistente ha fatto tutto in regola. Non cè un appiglio. E soprattutto, su ogni documento cè la sua firma.”
“Ma credevo fosse temporaneo!” esclamò Carlotta. “Ero troppo occupata con mio marito malato.”
Lavvocato sospirò.
“Doveva leggere meglio, o venire da me prima.”
“Ma i suoi onorari sono troppo alti.”
“Voleva risparmiare? Allora non si lamenti. Tutto è in regola.”
Carlotta se ne andò a testa bassa. A casa, però, pensò:
“Mi servono soldi. Tanti soldi.”
“Carlotta, come va con gli affari?” chiese piano Davide.
“Niente. Non abbiamo più niente. Ma mi servono soldi…”
“Non ci resta nulla.”
“Come nulla? E lappartamento?”
“No, non quello,” fece segno di no Davide.
“Lo vendiamo e ne prendiamo uno in periferia,” decise lei.
“E io cosa faccio?”
“Ti compro un computer e ti godi la vita.”
“Quale vita?”
“Quella virtuale,” rise Carlotta.
Lei sapeva che, venduto lappartamento, sarebbe rinata dalle ceneri, come laraba fenice. Avrebbe ricominciato da capo.




