Ma chi è questo? – esclamò sorpresa Lucia entrando nella cucina dell’amica. Sotto la luce gialla della lampada, nell’angolo vicino alla minuscola credenza, stava appollaiato un uomo sulla quarantina, un po’ stempiato, che, timido ma abilissimo, tritava l’aneto con il grande coltello di Olga. — Lucia, ti presento Antonio. Antonio, questa è Lucia — mormorò Olga, imbarazzatissima. — Ecco lo zucchero, andiamo. Mise nelle mani della vicina la scatola colma di cristalli zuccherini e la spinse rapidamente verso il corridoio. — Piacere! — riuscì a gridare Lucia alle spalle, scrutando con occhio esperto il “nuovo” dell’amica. Ma nemmeno i dettagli impressionavano. Non c’era nulla che giustificasse lo sbarco così rapido nella vita di Olga del nuovo inquilino, accolto persino con il grembiule a ciambelline colorate! — Antonio, torno subito — urlò Olga in cucina e richiuse la porta. E lì nel corridoio Lucia la afferrò con fare inquisitorio: — Racconta tutto! — Ma cosa devo raccontare? — abbozzò Olga. — Oh, va bene, vieni. Le due uscirono dal loro appartamento, attraversarono il piccolo pianerottolo e sgattaiolarono nella vicina casa di Lucia, una deliziosa doppia. Nell’appartamento di Lucia si sentiva profumo di cannella e dei suoi immancabili profumi francesi. Ogni dettaglio, dal pouf candido vicino alla porta, raccontava agli ospiti la cura che lei aveva per la sua casa. «Non come da me!» pensava sempre Olga quando varcava quella soglia, ricordando delle sue carte da parati mai finite in corridoio. — Allora? Racconta! — insistette Lucia, armata di frusta, fissando l’amica senza pietà. — E Rodolfo? — tentò Olga di svicolare. — È in riunione, tarderà. Dai! — Cosa c’è da dire? L’ho incontrato al mercato. L’ho raccolto, diciamo così… — In che senso raccolto? — Lucia era scettica. — Stava lì con le erbette, in impermeabile, sembrava a posto, ma così smarrito! Mi sono avvicinata: “Quanto l’aneto?” E lui: “Posso regalarlo a lei?”. Io: “E perché?”. E lui: “Mi sono fatto una promessa: se vedo una donna con gli occhi tristi, glielo regalo tutto. L’ho coltivato io”. — E tu? — L’ho preso. Stavo andando, poi gli chiedo: “Come fa a dire che ho gli occhi tristi? Non sono tristi”. E lui mi guarda… poi prende le mie borse e si mette a camminare vicino a me. — E tu? — Lucia si grattava la frangia con la frusta. — Camminavo, cercavo di capire che fare. Poi ho pensato: è un uomo perduto, lasciamolo entrare. In fondo, ci siamo conosciuti per strada! — Incredibile! E lo porti a casa così, uno sconosciuto? Hai almeno nascosto le cose di valore? — Lucia! Basta. È un medico. Radiologo. — Sì, ma hai visto i documenti? — Dai, sei stata proprio tu a dirmi… della storia dell’avocado! — Quale avocado? — Lucia era confusa. E Olga si ricordò in ogni dettaglio di quella sera nella stessa cucina… L’avocado era lì, perfetto, a fette sottili, verde in tutte le sfumature. Lucia lo aveva scelto col suo solito istinto, Olga non era mai capace. Prendeva la fetta, la portava in bocca, l’assaggiava: un paradiso cremoso con retrogusto di nocciola… — Tu mi dicesti che l’avocado perfetto non lo scegli a occhio, né a tatto. Devi sentirlo, sentire che è quello giusto — spiegò Olga, riemergendo dai ricordi. — E quindi avocado = uomini? — Tu hai sempre fortuna, come con l’avocado. Io no — abbassò lo sguardo Olga. — E questo Antonio… l’hai sentito? — Lucia si sforzò di ricordare come si chiamasse il nuovo e si meravigliò della sua normalità. — Accanto a lui mi sono sentita serena. Anche al mercato, con tutta quella confusione. E ho pensato: forse va bene che sia così… ordinario? — Mah… va bene. Dai, torna da lui prima che senta la tua mancanza. Lucia rimandò in fretta l’amica alla porta insieme al barattolo dello zucchero, poi tese l’orecchio alla porta: clic, la porta dell’amica si chiuse. Silenzio. «E se…?» pensò tornando a montare la panna. Intanto Olga rientrava nell’ingresso e trovava Antonio sullo sgabello, ancora con il suo grembiule coi ciambellini, che premeva un pezzo di carta da parati contro il muro. — Scusa, l’ho trovato in cucina mentre cercavo il barattolo dell’aneto. C’era anche la colla… Spero non dispiaccia… — balbettò lui, tremando sullo sgabello traballante. Olga gli saltò accanto, rapida come una lince, abbracciando quelle gambe sconosciute come si fa con un avocado sotto la buccia. Ed ecco, con sorpresa: «è mio». Antonio restò immobile, forse per paura di mollare la carta non ancora attaccata, forse per non spaventare qualcosa d’indefinito, ma importantissimo. Finalmente staccò le mani dal muro e le passò tra i capelli leggeri di Olga. — Ti piace l’avocado? — chiese lei, ad occhi chiusi. — Da impazzire! — rispose onesto Antonio, anche se non lo aveva mai assaggiato. E in quel preciso momento sentirono un morbido fruscio, come se la carta da parati ancora umida li avviluppasse dolcemente. O forse era la felicità…

Ehi, ma chi è quello? trasecola Donatella, entrando nella cucina della sua amica.
Là, sotto la luce calda e gialla della lampada, in un angolino appena dietro la credenza, se ne stava un uomo sulla quarantina, un po stempiato e vestito con semplicità, che affettava con destrezza dellaneto usando il grosso coltello di Olimpia.
Dona, lui è Antonio. Antonio, lei è Donatella, borbotta in imbarazzo Olimpia, ecco lo zucchero, su, andiamo.
Olimpia infila alla vicina una scatoletta firmata di cristalli zuccherini e la trascina in corridoio senza darle il tempo di capire.
Piacere! riesce a gridare Donatella sopra la spalla, squadrando con occhio esperto lennesimo ospite nuovo della sua amica.
Ma già al primo sguardo, il nuovo arrivato non conquista. Nessun dettaglio particolare che valga la sua entrata così rapida nel grembiule di Olimpia, decorato da ciambelle colorate.
Antonio, arrivo subito lancia Olimpia verso la sua cucina e chiude la porta.
In corridoio Donatella la blocca con presa decisa:
Racconta tutto!
Ma che devo raccontarti? prova a svicolare Olimpia, dai, va bene, vieni.
Le due escono dallappartamento, attraversano landrone stretto e si infilano nella doppia di Donatella, al pianerottolo affianco.
Odore di cannella e profumo Miss Dior riempiono la casa di Donatella. Tutto, a partire dal pouf bianco vicino alla porta, parla di quanto lei tenga al suo appartamento.
Non come da me! pensa sempre con un po di tristezza Olimpia varcando quella soglia, ricordando le sue carte da parati ancora da incollare in ingresso.
Su, racconta! insiste Donatella, questa volta armata di una frusta e lo sguardo fisso sullamica.
Ma… tu e Riccardo? tenta ancora di sviare Olimpia.
Sta in riunione. Ci mette uneternità. Allora?
Cosa allora? Lho visto al mercato. E poi lho portato a casa
In che senso? Donatella aggrotta le sopracciglia, scettica.
Mah, era lì, con della verdura. Un tipo ordinato, con il trench. Sembrava un po spaesato. Mi avvicino, chiedo quanto costa laneto. E lui fa: Posso regalarle tutto?. Io rimango perplessa, lui continua: Avevo deciso così: se si fosse fermata una donna con gli occhi tristi, le avrei regalato tutto. Prenda, li ho coltivati io.
E tu?
Lho preso. Poi stavo andando via, ma mi giro e gli chiedo: E perché dice che ho gli occhi tristi? Non sono affatto tristi. Lui mi guarda zitto… Poi raccoglie le mie borse e cammina vicino a me.
E tu? Donatella si gratta la frangia con la frusta, ormai si è scordata di quel che stava facendo.
Io cammino e penso sul da farsi. Poi mi dico: sembra proprio uno senza meta. Che sarà mai? Insomma, lo porto con me.
Ma dai! Così, tiri dentro un uomo mai visto in casa tua? Hai almeno nascosto gli oggetti di valore?
Donatella! si indigna Olimpia, ma cosa dici? Lui è medico. Fa il radiologo.
E tu hai controllato i documenti almeno?
Senti, ma non eri tu quella della teoria sullavocado si rabbuia Olimpia.
Quale avocado? ormai Donatella è confusa del tutto.
Olimpia, allora, ripensa a quella sera, in quella cucina
Lavocado era davanti a loro, tagliato a fette sottili su un piatto: una scala di verdi che andavano dal muschio intenso vicino alla buccia al latte doliva del cuore, accanto al grosso nocciolo.
Olimpia non aveva mai saputo scegliere un buon avocado. Al supermercato perdeva minuti eterni toccando le bucce Li tuba con le dita, spreme piano per indovinare la polpa sotto la scorza. Metti via uno, prendi laltro Ore buttate, voleva scoprire il segreto del perfetto avocado.
A volte pensava di averlo trovato. Lo portava a casa contenta, coltello alla mano, emozionata. Ma spesso la lama penetrava con fatica, come su una patata: consistenza tutta sbagliata, sapore deludente. In quei casi lasciava maturare il frutto sul tavolo, per farlo diventare almeno tollerabile.
Ma quella volta, davanti a lei, cera proprio quello giusto. Laveva scelto Donatella molto più fortunata in queste cose. Olimpia, forchetta in mano, prendeva su con cura la polpa e, posandola sulla lingua, sentiva tutto il suo piccolo mondo riempirsi di quel gusto cremoso e delicatamente nocciolato
Mi dicevi che non puoi giudicare un avocado solo dallaspetto. Nemmeno toccandolo: a volte non basta. Un buon frutto va sentito, spiega Olimpia tornando dal suo ricordo.
E cosa centra questo con gli uomini?
Anche a te è sempre andata bene con loro, come con gli avocado Io invece, mai Olimpia abbassa il capo.
E questo Antonio lhai sentito tuo? Donatella fatica a ricordare il nome, stupita dalla sua ordinaria semplicità.
Mi è sembrato tranquillo starti vicino. Anche in mezzo al mercato, tra la confusione. Così ho pensato: magari, va bene anche se è così normale.
Vabbè, vai pure, che magari ti aspetta e si preoccupa.
Donatella congeda Olimpia con la scatoletta dello zucchero in mano, poi appoggia lorecchio alla porta per sentire se rientra. Scatta la porta accanto, poi silenzio.
Meglio così. Però chissà? pensa, tornando con la frusta nella ciotola della crema per la torta.
Olimpia rientra in casa e trova Antonio in ingresso. Sempre nel suo grembiule con le ciambelle, stavolta è salito su uno sgabello e tiene premuto contro il muro un lembo di carta da parati.
Mi scusi, lho trovata in cucina cercando il barattolo per laneto. Anche la colla era lì. Pensavo fa niente? chiede, improvvisamente timoroso mentre lo sgabello traballa.
Olimpia lo raggiunge al volo, agile come una lince, e cinge con le braccia quelle gambe ancora sconosciute. Sotto i jeans indovina le ginocchia, le palpa come aveva fatto con lavocado, sorpresa di quanto ora tutto sembri suo.
Antonio è fermo, forse per non lasciar andare il foglio appena attaccato, o per non spaventare quella cosa vaga ma preziosissima.
Finalmente stacca la mano dal muro e accarezza pianissimo i capelli chiari di Olimpia.
Ti piace lavocado? sussurra Olimpia, serrando gli occhi.
Da impazzire! risponde Antonio con sincerità, anche se non lha mai assaggiato.
In quel momento, sentono entrambi scendere su di loro, con un fruscio, il calore della carta da parati ancora fresca di colla. O forse, era la felicità.

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Ma chi è questo? – esclamò sorpresa Lucia entrando nella cucina dell’amica. Sotto la luce gialla della lampada, nell’angolo vicino alla minuscola credenza, stava appollaiato un uomo sulla quarantina, un po’ stempiato, che, timido ma abilissimo, tritava l’aneto con il grande coltello di Olga. — Lucia, ti presento Antonio. Antonio, questa è Lucia — mormorò Olga, imbarazzatissima. — Ecco lo zucchero, andiamo. Mise nelle mani della vicina la scatola colma di cristalli zuccherini e la spinse rapidamente verso il corridoio. — Piacere! — riuscì a gridare Lucia alle spalle, scrutando con occhio esperto il “nuovo” dell’amica. Ma nemmeno i dettagli impressionavano. Non c’era nulla che giustificasse lo sbarco così rapido nella vita di Olga del nuovo inquilino, accolto persino con il grembiule a ciambelline colorate! — Antonio, torno subito — urlò Olga in cucina e richiuse la porta. E lì nel corridoio Lucia la afferrò con fare inquisitorio: — Racconta tutto! — Ma cosa devo raccontare? — abbozzò Olga. — Oh, va bene, vieni. Le due uscirono dal loro appartamento, attraversarono il piccolo pianerottolo e sgattaiolarono nella vicina casa di Lucia, una deliziosa doppia. Nell’appartamento di Lucia si sentiva profumo di cannella e dei suoi immancabili profumi francesi. Ogni dettaglio, dal pouf candido vicino alla porta, raccontava agli ospiti la cura che lei aveva per la sua casa. «Non come da me!» pensava sempre Olga quando varcava quella soglia, ricordando delle sue carte da parati mai finite in corridoio. — Allora? Racconta! — insistette Lucia, armata di frusta, fissando l’amica senza pietà. — E Rodolfo? — tentò Olga di svicolare. — È in riunione, tarderà. Dai! — Cosa c’è da dire? L’ho incontrato al mercato. L’ho raccolto, diciamo così… — In che senso raccolto? — Lucia era scettica. — Stava lì con le erbette, in impermeabile, sembrava a posto, ma così smarrito! Mi sono avvicinata: “Quanto l’aneto?” E lui: “Posso regalarlo a lei?”. Io: “E perché?”. E lui: “Mi sono fatto una promessa: se vedo una donna con gli occhi tristi, glielo regalo tutto. L’ho coltivato io”. — E tu? — L’ho preso. Stavo andando, poi gli chiedo: “Come fa a dire che ho gli occhi tristi? Non sono tristi”. E lui mi guarda… poi prende le mie borse e si mette a camminare vicino a me. — E tu? — Lucia si grattava la frangia con la frusta. — Camminavo, cercavo di capire che fare. Poi ho pensato: è un uomo perduto, lasciamolo entrare. In fondo, ci siamo conosciuti per strada! — Incredibile! E lo porti a casa così, uno sconosciuto? Hai almeno nascosto le cose di valore? — Lucia! Basta. È un medico. Radiologo. — Sì, ma hai visto i documenti? — Dai, sei stata proprio tu a dirmi… della storia dell’avocado! — Quale avocado? — Lucia era confusa. E Olga si ricordò in ogni dettaglio di quella sera nella stessa cucina… L’avocado era lì, perfetto, a fette sottili, verde in tutte le sfumature. Lucia lo aveva scelto col suo solito istinto, Olga non era mai capace. Prendeva la fetta, la portava in bocca, l’assaggiava: un paradiso cremoso con retrogusto di nocciola… — Tu mi dicesti che l’avocado perfetto non lo scegli a occhio, né a tatto. Devi sentirlo, sentire che è quello giusto — spiegò Olga, riemergendo dai ricordi. — E quindi avocado = uomini? — Tu hai sempre fortuna, come con l’avocado. Io no — abbassò lo sguardo Olga. — E questo Antonio… l’hai sentito? — Lucia si sforzò di ricordare come si chiamasse il nuovo e si meravigliò della sua normalità. — Accanto a lui mi sono sentita serena. Anche al mercato, con tutta quella confusione. E ho pensato: forse va bene che sia così… ordinario? — Mah… va bene. Dai, torna da lui prima che senta la tua mancanza. Lucia rimandò in fretta l’amica alla porta insieme al barattolo dello zucchero, poi tese l’orecchio alla porta: clic, la porta dell’amica si chiuse. Silenzio. «E se…?» pensò tornando a montare la panna. Intanto Olga rientrava nell’ingresso e trovava Antonio sullo sgabello, ancora con il suo grembiule coi ciambellini, che premeva un pezzo di carta da parati contro il muro. — Scusa, l’ho trovato in cucina mentre cercavo il barattolo dell’aneto. C’era anche la colla… Spero non dispiaccia… — balbettò lui, tremando sullo sgabello traballante. Olga gli saltò accanto, rapida come una lince, abbracciando quelle gambe sconosciute come si fa con un avocado sotto la buccia. Ed ecco, con sorpresa: «è mio». Antonio restò immobile, forse per paura di mollare la carta non ancora attaccata, forse per non spaventare qualcosa d’indefinito, ma importantissimo. Finalmente staccò le mani dal muro e le passò tra i capelli leggeri di Olga. — Ti piace l’avocado? — chiese lei, ad occhi chiusi. — Da impazzire! — rispose onesto Antonio, anche se non lo aveva mai assaggiato. E in quel preciso momento sentirono un morbido fruscio, come se la carta da parati ancora umida li avviluppasse dolcemente. O forse era la felicità…
Solo con il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo, – ha dichiarato la suocera – Solo centomila euro! – ha sorriso Elisabetta. – Mi sembra che tu abbia valutato la libertà di tuo figlio un po’ troppo a buon mercato! Non è che magari riesci a raccattare anche duecentomila? – Se serve, li trovo, – ha sbottato Maria. – Quindi accetti? Se la questione è solo di soldi… – Maria, dimmi una cosa: ci hai pensato a lungo prima di propormi questo? – chiese Elisabetta. – Mettiamo da parte il discorso dei soldi per ora! Parliamo da donna a donna! – Ti risparmierei la predica, – disse Maria con la faccia storta, – nessuno è senza peccato! E tu, mamma di tanti figli, dovresti capire cosa si fa per il proprio bambino… – Quindi vuoi comprarmi? – ribatté Elisabetta. – O vuoi comprare la mia Dasha? Visto che siamo in difficoltà, pensi che basti pagarci e tutto vada a posto? E tuo Ivan prima ha riempito la testa di storie a mia figlia, l’ha messa incinta e ora… Nemmeno so come dirlo… Sparisce o corre sotto la gonna della mamma! Per sistemare le sue bravate! – Elisabetta, parliamo chiaro, – disse Maria. – Ivan ha solo diciotto anni! Non è pronto per una famiglia e un bambino. Deve studiare! Trovare lavoro! Come farà con il peso di una famiglia già sulle spalle? – E prima tuo Ivan non ci pensava, quando stava dietro a mia Dasha? – ironizzò Elisabetta. – Ora deve imparare a fare l’uomo responsabile! Ha fatto un figlio, ora si comporti da adulto! Altrimenti ci sono tribunali e alimenti… Maria rimase a bocca aperta. – Attenta che ti entra una gazza in bocca! – sbuffò Elisabetta. – E solo perché sto tutto il giorno a lavorare, non vuol dire che non vedo niente! – Io sono venuta in pace, – tentò Maria di calmarsi. – Sono pronta a pagare, come si dice, il disturbo! – E per cosa vorresti pagare? – chiese Elisabetta. – Per la gravidanza? O perché Ivan da due mesi scappa da Dasha? Vuoi pagare per l’aborto di mia figlia, o già ti prepari a versare le prime rate degli alimenti, quando Dasha partorirà? Maria si confuse. Ma l’ultima opzione non le piaceva per niente. Qualsiasi momento potrebbero venire a cercare suo figlio per il mantenimento! – Non confondermi! – Maria alzò il dito. – Offro soldi veri per chiudere questa storia una volta per tutte! Come lo risolvi, a me non importa! Fate aborto, tenete il bambino, datelo in affidamento, ma Ivan non deve essere coinvolto! Se i soldi non bastano, dimmi quanto vuoi! Se serve, chiederò un prestito a mio marito! – Maria, ma vai pure… – disse Elisabetta. – Io sono una donna perbene, non posso dirtelo in faccia dove andare. Tu, con una proposta del genere, di ‘perbene’ non ne hai mai sentito parlare! Quindi sai già dove andare, per quanto e dove ficcare i tuoi soldi! – Elisabetta, risolviamo con civiltà! – rispose Maria, furiosa. – Vai in pace! – concluse Elisabetta. – O ti mando il cane! Non era chiaro se Maria fosse riuscita a proteggere il figlio, ma finché Elisabetta era arrabbiata, sua figlia non avrebbe avuto contatti con Ivan. Così lui aveva tempo di riflettere e continuare a studiare. E se Elisabetta cambiava idea, Ivan ormai sarebbe stato lontano, spedito all’università in città. In città ci si può nascondere bene, per anni! Maria dovette trattenersi dal fare una scenata: – Guarda che orgoglio! Disdegna i soldi! E io sono venuta con le migliori intenzioni! E lei… il cane! Ma dai! Con gente come lei, nemmeno a sedersi nello stesso campo: ti stritola dal primo momento! Allora Maria non immaginava che la storia non fosse finita, ma appena cominciata. Anche se, in fondo, era iniziata un po’ prima. I genitori raramente scoprono i guai dei figli in tempo. Di solito troppo tardi per poter riparare le cose. Quando Maria ha sentito che ‘Ivan ha messo incinta Dasha’, le è mancato il respiro. – Che Ivan ci abbia provato con Dasha? Ma lei è… – per non dire stupidaggini, Maria si corresse subito – vien da una famiglia numerosa! Non ci ha mai pensato Ivan! – Ti dico quello che ho saputo, – disse Ignazia. – Se non credi a me, chiedi a tutti in paese! L’hanno già saputo tutti, tranne te! Maria si chiuse in casa sotto le risate di Ignazia. Né marito né figlio c’erano: erano andati nel bosco, sarebbero tornati tardi. Maria avrebbe dovuto fare le faccende, ma tutto le cascava dalle mani. Il pensiero della notizia di Ignazia non la lasciava. La notizia era proprio un incubo! – Ma perché? Per chi? Cosa ce ne facciamo? Si logorò tutta la giornata. E quando il figlio arrivò, partì l’interrogatorio: – Dove sei stato? Non ci sono brave ragazze in paese? Vane dovette confessare. Pensava di resistere fino a fine vacanze e scappare in città, dove faceva la scuola professionale. Lì sì che l’avrebbero perso di vista! Ma non si scampava dalla rabbia della mamma. Ivan piangeva e cercava di impietosirla. Ivan non era un bel ragazzo, non brillava, fisico mediocre. Nessuna attrattiva per le ragazze. Ma età e ormoni facevano il loro, e gli amici lo prendevano in giro che sarebbe rimasto zitello. – Ma Dasha ha detto di sì! – Dasha direbbe sì a chiunque! – sbottò Maria – Ha diciannove anni e i ragazzi la evitano! Chi si vuole legare a una famiglia di poveri? Sono in tanti, il padre è malato! Sposi Dasha e poi mantieni parenti per tutta la vita! – Mamma, è buona e dolce! – singhiozzava Ivan. – E che è brutta non ti ha frenato? – urlò Maria. – Ma come hai fatto… Ivan arrossì e abbassò gli occhi. – Ma che iella! – Maria si mise le mani nei capelli. – È successo solo un paio di volte… – confessò Ivan a bassa voce. – Bastano quelle! – rispose Maria indignata. – Tra poco si vedrà il risultato! Tu fra un anno devi andare all’università! Con un bambino addosso, ti mettono le alimenti! – Magari non è mio…? – provò Ivan. – Speriamo sia così, ma chi mai si prenderebbe Dasha, – sospirò Maria. – Comunque, se non riusciamo a trovare un accordo, solo il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo! – E lei giurava che mi sarebbe rimasta fedele… – disse Ivan. – Speriamo ti abbia mentito! – borbottò Maria, prendendo il portagioie con i risparmi. – Grisha! Questa era una faccenda per il marito, quindi Ivan si allontanò. – Grisha, qui non c’è quasi niente! – gridò Maria. – C’è sul conto, – rispose calmo Grisha. – Fra una settimana scade. Te lo sei scordata? – Eh sì, c’è da perdere la testa! – disse Maria accasciandosi con il portagioie. – Hai sentito che ha combinato Ivan? – È cresciuto! – sorrise Grisha. – Prepariamo il matrimonio? – Sei fuori? Quale matrimonio? Con chi? – Maria quasi soffocava dalla rabbia. – Mai nella vita! Pagheremo per farcela scampare! Centomila bastano? – E che ne so io? – rispose Grisha. – Anche se, Elisabetta ora prenderebbe volentieri anche pochi soldi! – Ma con pochi centesimi non se ne esce, – scosse la testa Maria. Contò i contanti, poi pensò a quanto c’era sul conto. – Abbiamo duecentomila, – disse. – Ne offro cento, se vuole di più do duecento! Fra una settimana potremmo arrivare a cinquecento. Maria annuì, convinta del proprio piano. – Vuoi venire con me? – chiese Grisha. – Avessi sorvegliato meglio il figlio, non servirebbero ‘ste offerte! – sbuffò Maria – Vado da sola! *** La risposta di Elisabetta non chiarì molto, e chiedere a Dasha era inutile: non comandava niente. Ivan terminò le vacanze senza problemi e se ne andò in città per studiare. Gli vietarono di tornare prima dell’estate successiva. Fuori dal paese, Ivan era fuori discussione. La gente parlava solo di Dasha, che si vedeva incinta, poi con il bambino. E se la prendevano con Elisabetta. – Non è riuscita nemmeno a farsi dare l’assegno! Ora dovranno digiunare! Elisabetta sentendo queste chiacchiere rispondeva che non erano affari loro! – Non chiediamo l’elemosina! Ce la faremo lo stesso! A fine giugno Ivan tornò al paese, ma i genitori lo tenevano in casa. Tanto, appena terminati gli esami, sarebbe tornato in città. Non doveva farsi vedere! Ivan però fallì gli esami, neanche a pagamento lo presero. – Grisha, vai dal maresciallo e vedi di trovare una soluzione! Se lo mandano in militare, si dimentica tutto! Magari l’anno prossimo ci riprova! Non ci fu modo di evitare la leva. E dato che Grisha insisteva, si prese qualche botta e anche quindici giorni fuori. Al suo ritorno, spiegò come Ivan poteva ottenere la dispensa: – Basta che si sposi con Dasha e riconosca il bambino! Finché il figlio non compie tre anni, la leva è sospesa! Poi ne fa un altro, altra dispensa! E così via, finché non raggiunge l’età! – Ti hanno fatto perdere il cervello! – gridò Maria. – Non augurerei simili parenti nemmeno al peggiore nemico! – Allora andrà a militare! – rispose Grisha. Maria non voleva il figlio in militare, meno ancora sposato con Dasha. Ma non c’erano alternative. – Andiamo a chiedere pietà, – si arrese Maria. – Grisha, prendi i soldi! – Dopo che ti ha mandata via? – rideva Grisha. – Con tutto quello che si è sentita in questo anno? Magari è meglio lasciarlo fare il militare! Non voglio che Elisabetta ci faccia il giro del paese! – Mi inginocchio! E anche tu! – aggiunse Maria. – Chiederemo, pregheremo! – Non ci credo che lei accetti, – scosse la testa Grisha. – Non dopo tutto questo! Meglio mandare Ivan a vivere in montagna fino a trent’anni! – Prendi i soldi e andiamo! – ordinò Maria.