Nessuno ti trattiene, segui il tuo sogno!

15 aprile 2024 Diario,

«Sarò in ritardo, qui cè un casino al cantiere», mi ha detto Vittoria al telefono, il rumore della smerigliatrice in sottofondo era quasi un ronzio costante. «Mi senti?»

«Sì», ho risposto spostando il cellulare allaltro orecchio. «Ci vediamo per cena?»

«Non contare su di me. Potrei non tornare affatto, i termini sono stretti», ha risposto. E così è finita, un paio di brevi squilli, la solita conclusione.

Ho posato il telefono sul tavolo della cucina e ho guardato la pentola con il minestrone di verdure che stava raffreddandosi. Lo preparavo per due persone per abitudine, anche se ormai era tempo di imparare a mangiare da solo. Vittoria era una posatrice di piastrelle: il suo orario sembrava il tracciato di un elettrocardiogramma, picchi veloci di attività seguiti da lunghi tratti piatti. Per sei mesi girava da un cantiere allaltro, posando metri quadrati di ceramica di pregio in appartamenti altrui, guadagnando cifre che mi facevano arrossire dinvidia. Poi altri sei mesi di completa quiete, senza ordini, e si rintanava a casa.

Entrambe le modalità erano insostenibili a modo loro. Quando Vittoria lavorava, spariva: fisicamente, emotivamente, mentalmente. Partiva alle sette del mattino, rientrava a mezzanotte, se rientrava affatto. A volte dormiva sul cantiere, perché «non ha senso andare e venire, alle sei ricomincio lo stesso». Io cenavo da solo, guardavo serie in solitudine, e mi infilavo in un letto freddo e vuoto. Lunico promemoria del mio matrimonio era il certificato di matrimonio nascosto tra le carte contabili.

Ho provato a contare quanti cene condivise avessimo avuto negli ultimi tre mesi. Quattro. Solo quattro!

Il vero inferno iniziava quando il lavoro finiva. Vittoria tornava a casa. Dovrebbe essere un momento felice, ma non era così. Dopo sei mesi di lavori in case altrui, il suo occhio si era allenato a notare ogni imperfezione, e il nostro appartamento la faceva impazzire. Guardava la piastrella del bagno, quella che aveva posato due anni prima, e il suo sguardo si faceva teso.

«È un incubo», mormorava, sfiorando le fughe con il dito. «Come ho potuto permettere una deviazione di un millimetro e mezzo? Un millimetro e mezzo, Emanuele!»

Io, che non distinguerei un millimetro e mezzo da quindici, annuivo educatamente.

E poi iniziava davvero. Prima voleva solo vedere se poteva correggere qualcosa. Poi diceva: «Tolgo un singolo ladrillo e lo rimpiazzo, basta». Poi: «Se devo ricominciare, rifaccio lintera parete, altrimenti è inutile». E quando tornavo dal lavoro, il bagno era scomparso: solo pareti nude, cumuli di detriti e Vittoria con la mascherina da polvere, felice di mescolare la colla.

In tre anni di matrimonio avevamo sopportato quattro ristrutturazioni del bagno, tre della cucina e una del corridoio.

Il cantiere si era concluso in tempo, e di nuovo regnava la calma. Ma non per me.

«Portami i tasselli per le piastrelle», mi ha chiamato Vittoria mentre ero al lavoro. «E la stucco grigio, ti mando il nome.»

«Sono al lavoro», ho risposto.

«Passa a pranzo, devo finire quellangolo entro sera.»

«Va bene.»

«Porta», «prendi», «ordina», «aiuta». Sono diventato corriere, trasportatore e aiutante tutto in uno. Vittoria rimaneva chiusa in casa, usciva solo per andare al supermercato dei materiali, a volte tre volte al giorno, perché «non sapevo che lo stucco non bastasse, chi lo saprebbe?»

Era costantemente stanca, esausta dal lavoro che lei stessa aveva iniziato. La trovavo la sera in cucina, sporca, sfinita, con la polvere di piastrella nei capelli, e mi fissava con occhi vuoti.

«Vuoi cenare?»

«Dopo, non ho forze.»

Non aveva energia per nulla: parlare, guardare un film, fare intimità. Io servivo solo a correre a prendere le palette, a portare i sacchi di cemento dal furgone, a reggere il livello mentre lei livellava le file.

«Siamo marito e moglie», mi diceva Vittoria quando provavo a lamentarmi. «I coniugi si aiutano.»

Marito e moglie una frase quasi comica per una relazione in cui uno è solo un assistente per le ambizioni professionali dellaltro.

Sabato sera, Vittoria smontava il paraspruzzi sopra il piano cottura. Il colore non le piaceva più. Io ero seduto in cucina nel caos, cercando di bere un tè. Il bollitore era su uno sgabello nel corridoio, perché il piano era ingombro di piastrelle. Lo zucchero lho trovato in bagno; il cucchiaio non cera più.

«Vittoria», ho iniziato delicatamente, «non credi sia ora di fermarsi?»

«Fermarmi?», non si è voltata, continuando a provare lultima piastrella a muro.

«Di tutto questo. Di continue ristrutturazioni. Sempre qualcosa da rifare.»

«E allora? Mi piace. Questa è casa mia, voglio che sia perfetta.»

«Non sarà mai perfetta per te. Cambierai tutto, poi andrai in altri cantieri, ti innamorerai di nuove idee e ricomincerai da capo.»

Ha lasciato cadere la piastrella e si è girata lentamente. Nei suoi occhi cera qualcosa di minaccioso.

«E cosa proponi? Vivere così, con tutto intorno che mi irrita?»

«Vivere normalmente! Come gente normale. Andare al cinema. Cenare insieme. Parlare di qualcosa che non siano le fughe o lo stucco. Ti ricordi lultima volta che siamo usciti solo noi due?»

«Ho lavoro.»

«Non hai lavoro! Te lo sei inventato!»

«Non è un lavoro immaginario, è chiamato migliorare le condizioni abitative. Alcuni ne sanno fare.»

«Altri vogliono solo vivere. Non in cantiere, non nella polvere, non nel ruolo di portaqui, portalì. Vivere con una moglie che ricorda di avere un marito.»

Vittoria ha incrociato le braccia, quasi a difendersi.

«Non capisci. Tu sei un programmatore, seduto al tuo ufficio, a picchiettare tasti. Io creo con le mani, qualcosa di tangibile. E quando vedo che posso fare meglio, lo faccio.»

«A scapito di tutto il resto!»

«Se non ti basta, nessuno ti trattiene.»

Lha detto quasi con disinvoltà, come se fosse una sedia rotta da buttare via. Ho taciuto. Quella frase racchiudeva tutto il nostro problema, compressa in sette parole. Per Vittoria era unopzione, non una necessità, non un marito, non un compagno, solo uninterruzione da spegnere se fastidiosa.

«Sai,», ho alzato i jeans coperti di polvere, «forse hai ragione.»

«In che senso?»

«Che davvero non cè nulla che mi trattenga.»

Ci siamo guardati tra cumuli di piastrelle, sacchi di colla e i resti di quella che un tempo era la nostra cucina. Entrambi capivamo che la lite non era sul bagno, ma sul fatto che i nostri ritmi di vita avevano preso strade diverse, incrociandosi più nella carta dindirizzo che nella realtà.

Il divorzio è stato finalizzato in tre mesi, sorprendentemente pacifico; non cera nulla da dividere. Ho iniziato a vivere nel mio nuovo appartamento, piccolo ma pulito, senza un sacco di cemento al palo, e la quiete mi sembrava irreale. Nessuno trapanava, nessuno chiedeva di portare sigillante per una finitura finita.

Per la prima volta in tre anni sapevo esattamente cosa avrei fatto la sera. Eppure sentivo un vuoto nel petto, come un buco che non si poteva riempire.

Sono passati quasi due anni.

«Hai sentito le notizie?», mi ha chiamato Dario, un vecchio amico, venerdì sera. «Riguardo la tua ex?»

Mi sono irrigidito. Da quando eravamo divorziati, avevo evitato ogni aggiornamento su Vittoria.

«Che notizie?»

«Si è sposata. Ha trovato presto un marito.»

«Subito?»

«Sì. E indovina con chi?», Dario ha fatto una pausa teatrale. «Con un piastrellista, credi?»

Ho sbuffato.

«E loro?»

«Pare che siano una squadra perfetta. Si spostano insieme sui cantieri, due professionisti in sintonia.»

Da allora ho pensato spesso a come Vittoria avesse trovato qualcuno che parlasse la sua lingua. Qualcuno per cui un millimetro e mezzo è ancora una tragedia, qualcuno che distingue la stucco epossidica da quella cementizia non perché gli è stato spiegato, ma perché lo sa.

Tre mesi dopo lho incontrato per caso al supermercato. Stavo facendo la spesa, ho afferrato un carrello e mi sono diretto al reparto latticini, quando lho vista: Vittoria davanti ai frigoriferi dei yogurt, accanto a un uomo robusto, di circa la sua età, con le mani segnate dal lavoro. Discutevano animatamente, ridevano, si toccavano il braccio. Era come due adolescenti innamorati, ignari del mondo attorno.

Vittoria non era più quella donna stanca, i capelli pieni di polvere, gli occhi vuoti. Era viva, come la ricordavo quando ci eravamo conosciuti, prima che i cantieri inghiottissero ogni momento.

Sono tornato a casa, ho messo la spesa sul tavolo, e ho chiuso la porta senza comprare nulla.

Nel mio camion ho acceso il motore e ho pensato: «Se Vittoria ha trovato il suo compagno, anche io troverò il mio».

Il fitto nebbia che avvolgeva la mia vita dopo il divorzio si è finalmente dissipata.

**Lezione**: nessuno ci trattiene se non lo permettiamo; il rispetto per sé stessi è lunico cemento con cui si costruisce una vita serena.

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Nessuno ti trattiene, segui il tuo sogno!
Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.