19 dicembre 1994 Diario
Sono ormai al termine dellultimo trimestre di gravidanza e lansia mi attanaglia: devo ancora sostenere gli esami finali del sesto semestre prima di chiedere il congedo accademico. Perdermi quei sei mesi mi sembrerebbe un tradimento, così mi arrampico ogni giorno sui grandi camion che, con ruote alte quasi quanto me, fungono da unico collegamento tra il nostro piccolo paese di Trentino e il dipartimento universitario di Verona. Perché non prendo lautobus? La risposta è semplice: gli autobus passano di rado, il carburante scarseggia da quando lItalia è stata colpita dalla crisi bancaria e le strade sono diventate un vero campo di possibilità, dove solo pochi veicoli riescono a muoversi. Allalba, i camion dei trasporti di lavoratori fermano la loro corsa davanti alla nostra fermata e mi fanno salire in prima fila, rimproverandomi con parole dure che una donna incinta non dovrebbe stare a casa al freddo di sette del mattino, quando il termometro segna trentacinque gradi. Ogni mattina, mentre mi avvicino alla porta del laboratorio, sento tutti i tecnici sospirare in coro: Ancora non ha partorito!. E io devo arrivare a ogni costo alla lezione delluniversità di Verona.
Il pensiero più urgente è la data del parto. Dopo unaltra visita alla ginecologa, la dottoressa Lidia Bianchi mi ha risposto:
Signorina, non si preoccupi, è ancora presto. Potrebbe nascere nella seconda decade di gennaio, così festeggerà il Capodanno con il pancione.
Lidia è più di una dottoressa; è una persona di cui mi fido ciecamente. Sentire il gennaio mi ha calmata, ma poi ho avuto un sogno che mi ha turbata.
I sogni raramente mi visitano, ma quando lo fanno sono nitidi e codificati: al risveglio capisco subito il messaggio. In questo sogno mi trovavo al mercato di Verona, scegliendo una candela. Ce nerano tantissime, tutte allineate, ognuna con la sua luce. Mi avvicinavo a ciascun banco e chiedendo:
Quanto costa la candela?
Tutti rispondevano con lo stesso prezzo: 10 centesimi, tranne un venditore che mi diceva 11 centesimi.
Perché costa così tanto? ho chiesto.
Guarda bene, le nostre candele sono bianche e perfette, per questo valgono undici centesimi.
Rimasi indecisa se comprarla a dieci o a undici centesimi. Il prezzo mi sembrava esorbitante, visto che una candela di solito costava 3 centesimi. Alla fine, spinta da una forza inspiegabile, ho consegnato i 11 centesimi al venditore più caro. Con la candela in mano mi sentivo una sciocca, finché una voce mi ha sussurrato allorecchio:
Non rimpiangere! Undici centesimi!
Mi svegliai di colpo e corsi da Lidia:
Potrebbe darmi la lista completa degli oggetti indispensabili per il reparto maternità?
Li darò più tardi, perché è ancora presto, e perché sei corsa così?
So che le contrazioni inizieranno il 19 dicembre, verso sera, e che darò alla luce il 20 al mattino. Può aggiornare il mio fascicolo?
Lidia rimase senza parole, iniziò a ridere e mi spiegò che era solo un effetto ormonale pre-parto, poi mi fece uscire dalla stanza. Io non persi tempo: convinci i professori a farvalemi gli ultimi esami in anticipo, data la situazione particolare.
Il 19 dicembre, dopo le lezioni, tornai a casa, sistemai le cose e mi cullai sul divano per guardare i miei due programmi preferiti: Mia seconda mamma e La piovra, entrambi iniziati verso le otto di sera. Quando terminò il primo episodio, sentii il mio pancione contrarsi. Nel secondo programma il dolore aumentò, la mamma si mise in panico, pronta a chiamare lambulanza. Io la fermai:
Finché non finirò lepisodio, non vado da nessuno.
Miei genitori dovettero attendere pazientemente. Alle 23:00 fui trasferita in ambulanza; lungo il tragitto il medico di emergenza esitò a partire, temendo che il parto potesse avvenire in macchina. Lo rassicurai dicendo che ancora potevo resistere.
Alle 00:00 ero già nella sala parto, completamente sola. Il personale mi consigliò di riposare, dicendo che il travaglio sarebbe iniziato tra setteotto ore. Io non riuscivo a dormire, giravo per i corridoi finché il momento più importante della vita di una donna mi raggiunse: il travaglio. Fui trasportata di corsa nella sala operatoria su una barella. I medici la chiamarono parto veloce.
Allalba, alle 3:45, davo alla luce la mia bambina, esattamente il 20 dicembre. Tutto andò bene. Mentre attendevo la dimissione, la dottoressa Bianchi, di turno, entrò nella stanza, vide il mio nome sul registro dei parti e, incredula, mi chiese come avessi saputo la data del parto. Le risposi:
Lho vista in sogno.
Quella volta Lidia non rise più. Dopo un attimo di riflessione, mi sussurrò piano:
Forse un giorno vedrai un sogno anche su di me. Prometti di raccontarmelo.







