«Sereno, lo sai bene che non sopporto questi ritrovi», dissi a Marco, «e i suoi amici li conosco a malapena, e in generale non ho molta pazienza per la gente».
«Livia, nessuno ti obbliga ad amare i miei amici. È solo una volta», ribatté lui.
Di solito ci occupa Paolo, lunico a non bere, a portarci a casa, ma anche lui era ammalato quel giorno; la festa non poteva certo essere annullata.
Sapevamo tutti che ci riunivamo una volta ogni tre mesi. «Aiutami, cara», implorò Marco, «e ti sarò grato».
Livia acconsentì. Per lei non era difficile partecipare come plusone di uno dei presenti.
Secondo le parole di Sergio, oltre a lei cerano altri tre plusone nella compagnia, così non sarebbe sembrata fuori posto a porsi in un angolo con il telefono in mano e a stare quasi silenziosa.
«Che ne dici se vengo dopo il vostro evento e porto tutti a casa?», provò a dire, cercando lultima scusa per non stare lì.
«Livia, se fosse così semplice prenderemmo un taxi e finito», rispose Marco, «ma la città è sempre ingolfata, e dovrai comunque attraversare il centro per venire da noi».
«Hai ragione», ammise. Marco aveva pianificato un intero schema su chi doveva essere portato dove, così da evitare il traffico del centro, con lidea che alcuni ospiti avrebbero ospitato per una notte chi non poteva restare in zona.
Il piano prevedeva poi di andare tutti alla casa di campagna dei genitori di Marco e tornare in città la mattina successiva, quando le strade sarebbero state più libere.
«Tesoro, starà tutto bene, vedrai. I miei amici sono bravi ragazzi, ti piaceranno», promise Sergio, senza rendersi conto quanto sarebbe stato difficile mantenere quella promessa.
Molti dei suoi amici erano compagni di università o colleghi di lavoro. Di solito, da chi si definisce intellettuale o non è un mascalzone, non ci si aspetta comportamenti sconsiderati. Certo, la vita riserva sorprese, ma da una compagnia rispettabile non ci si aspettano gravi problemi.
Così Livia, una volta incontrati tutti, si rese conto che nulla era così terribile. Invece di rimanere nellangolo con il cellulare, iniziò a partecipare alla conversazione.
Qualcuno le chiese della formazione, un altro del lavoro, una ragazza si interessò ai suoi hobby. Con ogni risposta, gli ospiti alzavano i bicchieri, prima uno, poi due, e latmosfera al tavolo cominciò a cambiare, quasi magicamente.
«Davvero, Sergio», esclamò una signora elegante con anello al dito, «come hai fatto a mangiare così tanti dolci da finire per desiderare del pane grigio, ormai ammuffito?»
Era ovvio a tutti che parlava di lei. Livia fissò la donna e rispose con un tono tagliente:
«Forse è solo che a lui non piacciono le signorine che devono essere valutate solo per laspetto, così preferisce ciò che è immediatamente evidente».
«Ah, Livia, è vero, è evidente, ma noi non dimentichiamo come sei vestita!», rise un giovane seduto accanto a lei.
Lara, che aveva osservato la scena, lanciò uno sguardo furibondo a Livia ma non continuò la discussione. Unaltra ragazza, invece, colse loccasione per attaccare lassenza di un titolo di studio di Livia, rispondendo in modo brusco per far capire a tutti che non si doveva prendere alla leggera quel tipo di provocazione.
Dopo quellincidente, Sergio chiese a Livia di seguirlo fuori per un momento. Appena uscirono dal ristorante, lui la rimproverò come se fosse una ragazzina incosciente, accusandola di mettere in imbarazzo i suoi amici.
«Aspetta, non ho domande sui tuoi amici? Soprattutto sulle tue amiche?», chiese Livia, sorpresa.
«Stanno solo scherzando, non dovevi reagire così in modo pungente», rispose lui.
«Sì, scherzano ma non posso scherzare anchio con loro, vero?», ribatté, consapevole che a casa di Sergio lavrebbe atteso una discussione difficile.
Decise allora di cambiare argomento e, tornando al tavolo, provò il famoso insalata consigliata da unaltra amica.
«Che cosa hai ordinato? Guardate che bel piatto!», sbuffò Lara, che stava quasi per perdere lequilibrio, ma la compagnia non sembrava notare nulla.
«Rallentate, per favore», protestò Marco, ormai stanco delle battute.
Quando Livia tirò fuori il telefono per fotografare il piatto, Lara, colta al volo, agitò le bacchette e rovesciò il contenuto, rovinando la presentazione.
«Sei proprio impazzita?», si lamentò Livia, vedendo svanire la voglia di assaggiare linsalata.
«E anche se lavessi rovesciata, cosa mi faresti?», ribatté Lara.
«Ti starai zittendo?», chiese Livia a Sergio, che fingeva indifferenza.
«Lidia, devi scegliere: o io, o tutta questa tua compagnia», intervenne Max, rivolgendosi a una ragazza che osservava la scena con evidente divertimento.
In quel momento Livia ebbe la sensazione di essere tornata ai tempi della scuola, dove le regole di buona educazione sembravano inesistenti.
Ricordava allora come suo nonno le avesse insegnato a difendersi dagli aggressori; non spiegò mai dove avesse imparato quelle mosse, ma Livia le aveva custodite come un segreto prezioso, utile sia a scuola che nella vita adulta.
Con una mossa rapida, rovesciò linsalata sul vestito elegante di Lara. «Scusami, sono così goffa», sospirò.
Lara cercò di reagire, ma Livia afferrò la sua mano, facendo avvertire un dolore acuto. Dalla lontana osservazione pareva che nulla fosse successo, ma chi conosce le tecniche di difesa sa come infliggere un colpo efficace senza eccessi.
Il sangue di nonno scorreva nelle sue vene, e quella mossa le ricordò le lezioni di una vita passata, quando i bulli della scuola cercavano la cavalla bianca per prenderla di mira.
«Livia, smettila subito», urlò una voce.
«Siediti», ordinò Livia, e latmosfera nel locale sembrò raffreddarsi di qualche grado.
Il personale non sembrava accorgersi del trambusto; il ristorante era pieno di gente che rideva e beveva, così quel piccolo scontro passò quasi inosservato.
«Se ti faccio cadere sul tavolo, romperebbe il vetro e finiremmo tutti a patire», mormorò Marco, pallido come Lara.
«Non è colpa mia, è la vita», rispose Livia, ma era felice di aver conosciuto gli amici di Sergio, anche se capì che non voleva più avere a che fare con lui.
«Addio», disse, staccandosi dalla mano di Lara.
La ragazza, ancora scossa, iniziò a lamentarsi, ma Livia le consigliò di stare attenta ai prossimi incontri con sconosciuti. «A domani sarai di nuovo come nuova, ma la prossima volta potresti non avere fortuna», concluse, uscendo.
«Aspetta, dovevi portarci a casa», intervenne Annamaria.
«Non vi devo nulla. Avreste dovuto pensare a come tornare a casa prima di organizzare tutto. Lascerò le chiavi nella cassetta della posta», rispose Livia, e se ne andò, sia dal ristorante che dalla vita di Sergio.
Un mese dopo, incontrò nuovamente Max, che aveva rotto con la sua ragazza, Anna. Poiché non faceva più battute offensive, Livia accettò di uscire con lui. Dopo un appuntamento, ne seguirono altri, e la compagnia del suo exfidanzato non ebbe più alcun potere su di lei.
Così, ricordando quel pomeriggio di festa, il vecchio ricordo resta impresso: un intreccio di risate, insulti, difese improvvisate e, alla fine, la consapevolezza che a volte è meglio allontanarsi da chi non sa rispettare.






