Cristallina, Sei Tu la Mia Luce

15 aprile 2025

Oggi mi sono seduta a scrivere, perché la vita è diventata un susseguirsi di ricordi che non riconosco più e di speranze che cerco di tenere accese. Il disastro è arrivato come una bufera inattesa, anche se alla fine, chi può davvero sfuggire a una tempesta? È sempre il cielo a scaricare la neve sul nostro capo.

Io, Giorgio, autista di camion a lunga percorrenza, ho trascorso cinque anni a girare il volante lungo l’itinerario ItaliaSlovenia, SloveniaItalia. Sul parabrezza porta la foto della mia adorata moglie Ginevra, dalle luci dei suoi occhi sembra che mi guardi ogni volta che mi avvio. Dalle casse esce Radio Deejay, e nella borraccia cè sempre un caffè forte, pronto a darmi la carica. Ma, a dirla tutta, mi mancava qualcosa di più intimo: lodore del foulard intrecciato da mia madre, la stretta di mano di mio padre prima di ogni partenza, la certezza che a casa mi aspettasse un amore caldo e costante, pronto a salvare i secondi più lunghi del giorno.

Un giorno, però, non sono tornato dal carico. Dopo giorni di ansiosa attesa, Ginevra ha scoperto che ero stato ricoverato a Bari. Un camionista della carrozzella opposta non è riuscito a gestire la curva, mi ha spinto contro il bordo e i nostri mezzi sono finiti sul fianco. Laltro autista se ne è andato con una scarsa scossa di paura, mentre io ho riportato un trauma cranico serio. La parte del cervello che conserva la memoria ha subito danni. Per fortuna non ho perso la capacità di parlare, camminare o usare le mani, ma la mia identità si è dissolta: non ricordavo il mio nome, né chi fossi, né cosa fosse accaduto. Quando la famiglia è entrata nella stanza, i volti mi apparivano come sconosciuti. I medici non hanno potuto dare previsioni ottimistiche: il cervello è un meccanismo complesso e ancora poco compreso, quindi tutto è nelle mani di Dio. Se mi sarei ripreso o no, sarebbe stato il volere del cielo.

Alla dimissione ho scoperto che la realtà era ancor più ardua: non solo avevo perso il passato, ma la mia memoria a breve termine mi tradiva. Non ricordavo cosa fosse successo tre ore prima, né le piccole abitudini quotidiane. Non riuscivo a riscaldare il cibo sul fornello né a fare una passeggiata da solo; il timore di non ritrovare la via di casa era costante. Non avevo perso la volontà, le emozioni o la motricità, semplicemente una parte di me che, col tempo, forse sarebbe tornata. Così è la vita, a volte.

Ginevra, incinta, ha preso il congedo maternità e ha dedicato ogni attimo a me. Le notti la hanno trovata a piangere, ricordando i momenti in cui io, da camionista, portavo piccoli regali per la nostra bambina ancora non nata. «Perché, Giorgio?», mi chiedeva con voce rotta. «Non è ancora il momento, dicono che non si devono comprare cose prima del tempo, porta sfortuna». Io, sorridendo, le rispondevo: «Che superstizioni, amore mio. Voglio solo vedere il nostro piccolo, appena vede la sua stanza, esplodere di gioia. Un mare di giocattoli, un oceano di sorrisi». Così, quando ho firmato la liberatoria, linfermiera mi ha consegnato un piccolo orsetto di peluche. «Che talismano porti con te?», ha chiesto scherzando. Ginevra ha risposto: «Un talismano, sì, ora è il nostro». Lorsetto è finito sul comodino di Giorgio, non nella cameretta della figlia.

Abbiamo passeggiato spesso nel parco, riso, mangiato gelato. Gli occhi dei passanti ci vedevano come una coppia felice in attesa di un nuovo arrivo. E in effetti, lo eravamo. Ma spesso, dopo una breve siesta, Giorgio non ricordava più la passeggiata né il fatto che avessi una vita in arrivo. Ogni giorno dovevo ricominciare da capo, spiegargli che ero sua moglie, che presto avremmo accolto una figlia tanto attesa. I genitori di Ginevra si sono fatti carico di molti compiti, aiutandomi a superare le difficoltà.

Un giorno, mio suocero, il signor Antonio, mi ha chiamato in cucina, chiuso la porta e ha detto: «Ginevra, capiremo se decidi di andartene. Sei giovane, bella, la vita è lunga. Ma per quanto tempo potrai stare con lui? Dopo un anno o due comincerai a odiarlo, è un peso pesante. E se la sua memoria non tornasse? Non vediamo progressi. Per la nipotina non preoccuparti, la ameremo noi, la nostra piccola perla. Ti aiuteremo, se servirà». Quelle parole hanno acceso dentro di me una tempesta di stanchezza, paura e rabbia. Ho sorriso, ho chinato la testa e ho trovato conforto nella mano di Antonio, che mi ha accarezzato i capelli biondi e ha sussurrato: «Non ti arrendere, figlia. Ce la faremo. Sei forte, anche con il peso di un bambino di zero chilogrammi».

Io sono snella e piccola di statura; al mio fianco Giorgio sembra un gigante. Quando lho portata a casa dei miei genitori, sono rimasti stupiti, ma non hanno detto nulla. Poi hanno chiesto al figlio: «È una cristallina! Dove lhai trovata?». Hanno subito preso a cuore Ginevra, una ragazza dolce, un po timida, e soprattutto calorosa verso i suoceri. Da allora Giorgio mi chiama spesso «cristallina mia».

È nata la nostra figlia, Milena. Giorgio lha accolta con gli occhi pieni di felicità, chiedendo: «Che bambino è questo?». E Ginevra è tornata a raccontare la stessa storia, con qualche nuovo dettaglio: ora cera Milena. Il piccolo volto di Milena illuminava ogni volta che Giorgio la teneva in braccio.

Per i primi mesi ho spostato la culla di Milena nella mia camera, così da poterla accudire durante le notti in cui piangeva e non dormiva bene. Ho smesso di dormire del tutto, le notti insonni hanno prosciugato il latte, e la madre di Giorgio, la signora Kira, ha cercato di trasferirmi la culla: «Andiamo a vivere con noi, è difficile per te da sola». Io ho risposto di no, per non affaticare i genitori ormai anziani, sapendo che avrei dovuto affrontare tutto da sola, diventando forte e composta.

Milena è stata messa al biberon artificiale. Una notte mi sono svegliata, non per il pianto della bambina, ma perché qualcuno cantava una ninna nanna piano:

Le stanze piene di giochi,
I bimbi sognano dolci sogni,
Una volpe ruba biscotti,
Un elefante fa scherzi al cancello,
I giorni corrono con la neve,
Fuori scintilla la bianca neve,
La luna disegna con la sua ombra,
Cerca il suo riflesso dargento.

Mi sono girata e ho visto Giorgio che cullava Milena. Con una mano teneva il prezioso pacchetto di peluche, con laltra la bottiglietta del latte che il piccolo succhiava. Mi sono seduta sul letto in silenzio, temendo di svegliare il papà, perché nella sua mano cera la nostra vita. La stanza era stranamente luminosa: la luna piena inondava di luce ogni angolo.

Ho pensato: «Ecco la felicità». Giorgio ha messo il peluche nella culla, dicendo: «È per te, piccola, il mio dono». Poi, infreddolito, si è avvolto sotto le coperte accanto a me.

«Ti amo, cristallina mia», mi ha sussurrato.

Scrivere mi aiuta a non perdere il filo di quello che resta di noi, a ricordare che, nonostante le lacune, cè ancora tanto amore da custodire. Spero che, giorno dopo giorno, la memoria di Giorgio torni a farsi strada, come la luce che filtra dalle finestre di questo piccolo appartamento. Domani sarà un altro passo, ma per ora mi aggrappo a questi momenti di pura, fragile gioia.

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