La mia sorellina ed io eravamo in ascensore quando un cane sconosciuto le ha poggiato le zampe addosso e ha iniziato ad abbaiare: il terrore ha preso il sopravvento quando abbiamo capito il motivo

Oggi mi sono sentita pronta a scrivere di quel giorno, quasi cinque anni fa. Ora frequento luniversità, ma quel ricordo non mi abbandona. Finalmente ho il coraggio di raccontare cosa accadde davvero.
Era una giornata come tutte le altre. Dopo la scuola, io e la mia sorellina, Bianca, tornavamo a casa insieme. Viviamo allultimo piano di un palazzo a Milano, quindi prendemmo lascensore come sempre. Ridevamo, chiacchieravamo dei professori e dei compiti, tutto normale.
Poco dopo, un uomo sui quarantanni entrò con un grosso cane biondo. Io e Bianca adoriamo i cani, e quando vedemmo quel labrador, ci illuminammo. Lei sorrise e stava per accarezzarlo, ma tutto cambiò in un istante.
Il cane si bloccò, fissandola intensamente. Poi, come se avesse fiutato qualcosa, si avvicinò, si alzò sulle zampe posteriori e le appoggiò quelle pesanti zampe pelose sul petto. Bianca gridò, terrorizzata, mentre io rimasi paralizzata. Pensammo che lavrebbe morsa.
Il labrador abbaiò forte, un suono allarmante. Luomo tirò il guinzaglio, accucciandosi accanto al cane, carezzandolo e dicendo: «Non abbiate paura, non morde».
Ma io, in lacrime, urlai: «Signore, se non è pericoloso, perché lha aggredita? Guardi come trema! Lo dirò ai nostri genitori!».
Allora luomo diventò serio e, con voce bassa, ci spiegò il motivo di quel comportamento.
«Devo dirvelo non è un cane qualunque. È addestrato per individuare il cancro. Se sente un tumore, reagisce così: abbaia, salta Lavoriamo insieme in clinica. Credo che dobbiate avvisare i vostri genitori e far visitare Bianca. Per sicurezza.»
Il resto è un vuoto. I miei genitori allinizio non vollero crederci, ma la portarono allospedale.
E la diagnosi arrivò: Bianca aveva un tumore.
Iniziò il periodo più buio della nostra vita. Visite, terapie, ospedali. Combattemmo tutti insieme. Ma purtroppo, non tutte le storie hanno un lieto fine. A volte, anche la speranza più luminosa si spegne troppo presto.
Oggi studio, vado avanti. Ma ogni volta che vedo un ascensore, un cane, o sento lodore di disinfettante, il cuore mi si stringe.
Una cosa la so: quel giorno ci regalò del tempo. Tempo per dirle quanto lamavamo. Tempo per stare insieme.
E se non fosse stato per quel cane non avremmo mai saputo.

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La mia sorellina ed io eravamo in ascensore quando un cane sconosciuto le ha poggiato le zampe addosso e ha iniziato ad abbaiare: il terrore ha preso il sopravvento quando abbiamo capito il motivo
L’Ingiustizia – Mamma, – domandò di nuovo Alina, – perché mi sono arrivati solo trecentotrentamila euro invece di un milione? Che cifra è questa? Si sentiva il phon in funzione dall’altra parte. Lo spense e rispose ad Alina: – Sì, va tutto bene – la mamma, Vera, aveva gestito abilmente il milione altrui – Trecentotrenta. Ma ad Alina spettava molto di più. – Trecentotrenta? E gli altri seicentosettanta? Io aspettavo il milione, praticamente tutto quanto. Sono i soldi di papà, dovevi versarmeli dopo la vendita dell’appartamento. – Dai, Alina, non ricominciare con la tua contabilità, – replicò la mamma – Sai che ho fatto tutto in modo onesto. – Onesto come? – il parquet sotto i piedi scricchiolava come a indignarsi con lei – Ti ho dato la delega per vendere l’appartamento che ho ereditato da papà. Ti ho chiesto di trasferirmi i soldi. E ora? Dove sono finiti? Alina capì che non era il caso di rilassarsi prima del tempo. – Li ho trasferiti! – riprese a funzionare il phon – Solo che ho agito come madre. Come una buona madre. Ho diviso i soldi fra tutti i figli. In parti uguali. La tua legittima parte è lì. La sua legittima intera, però, doveva esserle data. – Hai diviso l’eredità di mio padre in tre? Tra me e loro? – Alina si riferiva ai suoi fratellastri – Mamma, sono solo miei soldi! Mio padre! Io ho un padre diverso da loro, se ti fosse sfuggito. – Che importa chi è il padre? – mamma asciugava i capelli – I soldi sono di tutti. E loro sono tuoi fratelli. Sono la tua mamma. Secondo te dovevo startene a guardare mentre tu sola gestivi tutti quei soldi e i tuoi fratelli restavano a mani vuote? Non potevo permettere ingiustizie! Ho messo tutti alla pari. Se solo potessi tornare al giorno in cui hai firmato quella delega, ti daresti uno schiaffo da sola… – Alla pari? Hai diviso il mio milione in tre parti! Trecentotrentamila! E il resto? L’appartamento valeva pure qualcosina di più. – Sì, dopo tutte le tasse era poco più di un milione – rispose Vera – Ho arrotondato. E il resto ho tenuto io per le fatiche. Te la saresti sbrigata tu tutta quella burocrazia? No! Io ho fatto tutto, mentre tu lavoravi. – Non ti sarà pesato troppo, eh? – Non parlare così! – sbottò la mamma – Tuo padre era pure tuo padre, ma io sono tua madre, decido io. E poi tu sei grande, sei la maggiore, ti serve meno che a loro. Ho diviso equamente. I ragazzi devono presto mettere su famiglia. Tu sei una ragazza, non ti serve molto. – Scusa, quindi io non dovrei mettere su famiglia? O devo vivere all’osso perché sono donna e non mi serve nulla? – punzecchiò Alina – Versami il resto, mamma. Subito. – No. Secco. Punto e basta. La mamma sapeva che Alina non avrebbe fatto niente. Denunciare la propria madre per soldi? Ma va. Nessuno capirebbe, anzi la giudicherebbero. E poi, è pur sempre la mamma, qualche rapporto ancora c’è. Qualche settimana dopo, sistemate le sue finanze, Alina vide delle foto sui social. Vania si faceva bello davanti a una Polo blu nuova. Dima pubblicava: – Nuovo gioiellino! I fratelli si erano comprati una macchinina ciascuno. Bene. Lei invece aveva messo da parte i suoi 330mila euro e decise di aspettare. La pazienza, diceva la nonna, è d’oro. Passò più di un anno. Alina lavorava, risparmiava, faceva progetti. Aveva lasciato correre la faccenda ma non aveva dimenticato. La mamma si comportava come sempre: chiamava, chiacchierava, raccontava le sue novità. Ma oggi la voce della mamma era così strana da farle venire i brividi. Alina si preoccupò. – Che è successo, mamma? – La nonna… – Vera esitò – la nonna di Vania e Dima… stamattina è venuta a mancare. Alina si sentì estraniata, quasi da film. Quella nonna non era la sua, non aveva mai avuto un ruolo nella sua vita. Era solo “la suocera di mamma” o “la nonna dei fratelli”. Ma umanamente, certo, dispiace. – Oh, mi dispiace. – Bisogna occuparsi del funerale, di tutti i documenti, non ho tempo… Io sono da sola, i ragazzi… non sanno come comportarsi. Puoi venire? Mi aiuti? Non è per cattiveria, ma Alina non poteva chiedere un permesso al lavoro. – Mamma, non posso proprio mollare tutto e volare al funerale di una persona che avrò visto forse tre volte in vita mia, – rispose Alina. A casa di quella nonna non era mai stata invitata. – Dai, ti prego! – supplicò la mamma – Ho proprio bisogno. – Non posso venire, ma ti aiuto con i soldi. Quanto serve? Dimmi la cifra e ti faccio subito un bonifico. La mamma all’inizio volle rifiutare, ma pensò che i soldi non fanno male. – Non è lo stesso… ma va bene. Puoi aggiungere ventimila euro? – Sarà fatto. E ti mando anche qualcosina in più, così non devi preoccuparti delle spese piccole. Consideralo un mio omaggio… per la memoria… della loro nonna. – Grazie, Alina. Sei sempre d’aiuto. Alina chiuse, sentendosi terribilmente soddisfatta. Aveva una scusa: non era andata, ma aveva aiutato. Nessuno poteva rimproverarla. Passarono sei mesi. Il funerale era roba vecchia. Dima e Vania sembravano aver già comprato altre “giocattoli”, forse moto o smartphone. Un martedì tranquillo, Alina decise che il momento era arrivato. Chiamò la mamma seduta in mensa, prima di una riunione. – Ciao mamma! Come va? – Alina cara! Tutto bene. Dima ha trovato un lavoro nuovo, meglio di prima. Vania… anche lui bene, ha una nuova ragazza. – Sono contenta per loro – rispose Alina – Mamma, volevo chiederti una cosa… – Che cosa? – la mamma era subito sulla difensiva. – Immagino che dopo sei mesi dalla morte della nonna sia tutto sistemato, giusto? Tutti hanno preso la loro eredità. Questa volta la conversazione era ancora più pesante di quando le aveva chiesto dei 330mila euro. – Alina, che intendi? Certo che sì. – E quindi, dov’è la mia parte di quell’eredità? – Che eredità? – la mamma fece finta di niente, ma Alina la riconosceva quando mentiva – la riconosceva subito. – Quella della nonna. – Ma non era tua nonna. – E che cambia? – portò la mamma sulla sua stessa logica – Sono tua figlia, hai detto che nessun figlio va discriminato. Il mio milione l’hai diviso equamente fra noi tre. Hai fatto pari. Come hai sempre detto. – Ma questa è un’altra cosa! – Vera si agitò – È proprio un’altra cosa! – Cosa cambia? Tu dicevi che l’eredità è di tutti, che decidi tu perché sei la madre e tutti i figli vanno sostenuti! – Non mettere tutto sullo stesso piano… – Che comodo! – rispose Alina con sarcasmo – Prima, quando si trattava del mio milione, l’eredità di mio padre era di tutti e si divideva. Invece ora, con la casa della loro nonna, guarda caso l’eredità è rigorosamente familiare e solo dei tuoi “maschi”? – Non attaccarti a questi dettagli! – la mamma si indispettì – Vorresti forse prenderti pure i soldi della suocera? E cosa dovrebbero dire i ragazzi? – Voglio solo applicare la tua logica: quando hai usato la mia fiducia per prenderti un terzo dei miei soldi, hai detto che “abbiamo tutti la stessa madre, quindi è tutto in comune”, – spiegò Alina – Ora vorrei che tu applicassi la stessa identica logica. Hai aiutato loro a vendere la casa, vero? – I soldi sono già stati spesi. – Spesi per cosa? Macchine? Ristrutturazioni? Bene, anch’io vorrei. Dove sono i miei soldi, mamma? Mi hai detto che devo accontentarmi, perché sono donna, ma non sono d’accordo. La mamma cercava di capire come uscire dalla trappola che aveva costruito da sola. In famiglia era sempre stato così! Per i ragazzi il patrigno era padre, a loro il meglio. Quella nonna non aveva mai voluto Alina, era “la straniera”, non sarebbe mai stata sua nipote. E la mamma non l’aveva difesa. – Ma che persona sei? – la mamma senza argomenti – Ma perché ci tieni così tanto a quei soldi? Tu lavori. Sei giovane, stai bene. Tu non hai bisogno di molto. Invece Dima e Vania devono pensare alla casa. Sono uomini! Loro hanno più difficoltà! – Quindi la tua logica ora è questa: l’eredità del papà è per tutti perché siamo fratelli e sorella; quella della loro nonna è solo loro perché sono maschi e io sono la femmina che non deve pretendere? – Non essere arrogante – disse la mamma – Da dove ti viene tutta questa avidità? La mamma non ammetterà mai di aver sbagliato. Alina è una ragioniera avara solo perché osa pretendere giustizia. – Forse non lo sai, ma secondo la delega tu avresti dovuto versarmi tutto l’importo della casa. Il termine per contestare non è ancora scaduto. Non sto dicendo che lo farò, ma… – Alina!! Mi stai forse minacciando? – la mamma bisbigliò spaventata. – No, mamma. Ma posso ancora reclamare i miei soldi. Pensaci. Dopo un solo mese, ad Alina arrivò finalmente tutto quello che le spettava. Poi la bloccarono ovunque, senza neanche un grazie.