DAL TURNO DI LAVORO, MIO MARITO È TORNATO… MA NON ERA SOLO: TRA LE SUE BRACCIA C’ERA UN BAMBINO PICCOLO Elena tolse dal forno la teglia con la torta di pesce e un profumo delizioso si diffuse in cucina, proprio come piace a suo marito Vittorio. Sul fuoco c’era il borscht appena fatto, la torta pronta, mancava solo da finire il compotto. Le bastavano pochi minuti, che avrebbe speso volentieri appena il marito fosse entrato in casa. La ragazza coprì la torta con un candido strofinaccio per non farla raffreddare e si avvicinò alla finestra. La loro villetta era al centro del quartiere e proprio di fronte c’era la fermata dell’autobus dove da un momento all’altro sarebbe sceso il marito. Elena non vedeva Vittorio da tre mesi. Lavorava a turno su impianti petroliferi al Nord: tre mesi via, tre a casa. Quanto lo aspettava Elena! E poi una casa indipendente, a differenza di un appartamento, ha sempre bisogno delle mani di un uomo. La casa era di Elena. Quando si sposarono cinque anni fa, Vittorio aveva ancora il suo appartamento. I giovani pensarono che in una villetta ci sarebbero stati meglio. Così lui vendette la casa, provò ad avviare un’attività con quei soldi, ma le cose non andarono. L’attività fallì e ormai lavorava in turni lontano da casa da tre anni. Tutto sommato, portava a casa buoni soldi, ma era dura per Elena, che di anni ne aveva solo ventotto, arrangiarsi da sola per mesi. In quel tempo quasi si dimenticava di essere sposata. Figli non ne avevano: Vittorio diceva che non era il momento. “Se parto per tre mesi, come fai con un bambino? Lavoro ancora un po’ lontano, poi torno in città e pensiamo a un figlio.” Ma ci sono sempre state spese urgenti. Addirittura ora il tetto perdeva e durante la pioggia in una delle camere si formava una chiazza di umidità che spaventava Elena, costringendola a mettere il catino. Vittorio sapeva del problema, le telefonava ogni sera, prometteva che appena arrivato avrebbe riparato tutto. Era un uomo premuroso che Elena amava. Ogni volta che lui rientrava dal turno, lei prendeva il giorno libero dal lavoro, cucinava prelibatezze e lo aspettava alla finestra. L’aereo di Vittorio era atterrato già due ore prima, ora sarebbe sceso dall’autobus… Eccolo! Il cuore di Elena sobbalzò: c’era il marito con la borsa grande. Ma stavolta Vittorio non era solo. Tra le braccia aveva un bambino. Sembrava un maschietto, molto piccolo, e dalla faccia di Vittorio, cupa e senza nessun cenno di saluto, Elena capì che qualcosa era cambiato. Sceso, lasciò la borsa e posò il bimbo, che si strinse alle sue gambe spaventato e guardando Elena con occhioni enormi. Lei rimase immobile nell’ingresso, senza i soliti abbracci. “Allora, Elena, niente bacio di bentornato?” — disse Vittorio, ma nei suoi occhi niente gioia… E così iniziò una storia imprevedibile, fatta di segreti svelati, di tradimenti, perdono, maternità inaspettata e legami più forti del sangue… Dove una donna italiana, in una casa piena di profumo di torta appena sfornata, dovrà scegliere: si può amare il figlio di un’altra come se fosse il proprio? E cosa succede se la vita ti regala un figlio ormai tuo proprio quando pensavi di aver perso tutto?

AL RIENTRO DAL TURNO MIO MARITO NON ERA SOLO: TRA LE BRACCIA AVEVA UN BAMBINO PICCOLO…

Giulia tirò fuori dal forno la teglia con la torta di pesce, e un profumo di mare si diffuse per tutta la cucina. Tutto come piace a suo marito Paolo. Sul fornello bolliva il minestrone fresco, sulla teglia la torta di pesce, mancava solo da finire il crostata di frutta. Ma quello si fa in un attimo, pensò Giulia; lo concluderà quando Paolo varcherà la soglia di casa.

Appoggiò su tutto la tovaglia bianca, per non far raffreddare la torta, e si avvicinò alla finestra. La loro villetta era nel mezzo del quartiere, proprio di fronte alla fermata dellautobus: tra poco sarebbe arrivato il pullman col marito.

Giulia non vedeva Paolo da tre mesi. Lui lavorava a turno lungo in un cantiere su al Nord, in Friuli. Tre mesi via, tre mesi a casa. Quanto lo aspettava ogni volta! E la casa, così, una villetta con giardino, aveva sempre bisogno di un uomo.

La casa era di Giulia: quando cinque anni prima si erano sposati, Paolo aveva un appartamento a Padova. I giovani pensarono che in una casa spaziosa sarebbero stati meglio. Paolo vendette il suo appartamento. Con quei soldi tentò una piccola attività, ma non andò a buon fine. Il lavoro andò in fumo e da tre anni Paolo si arrangiava con i turni in Friuli.

I soldi, per carità, non mancavano, ma per Giulia, che aveva solo ventotto anni, erano duri quei tre mesi da sola. Le sembrava di scordare di essere sposata.

Non avevano figli, Paolo dava sempre la stessa risposta: Non è il momento giusto. Oppure:
Giulia, quando sono in trasferta, come faresti da sola con un bambino? Lasciami lavorare ancora un po così, poi smetto coi turni, trovo qualcosa a Treviso, e allora ne parliamo.

Ma quei un po non finivano mai. I soldi che portava Paolo evaporavano tra mille necessità. Come ora, che pareva si fosse rotta la copertura: con la pioggia compariva sul soffitto della camera una macchia dacqua, e Giulia si era spaventata. Mise una bacinella, e si riempiva ogni temporale.

Paolo era al corrente, si sentivano al telefono regolarmente, e aveva promesso che appena tornato avrebbe sistemato tutto. E Giulia sapeva che quello era un lavoro costoso.

Paolo era un uomo buono: pratico, affettuoso. Chiamava ogni sera, sempre premuroso. Giulia lo amava molto. Ogni suo ritorno a casa era unoccasione speciale: prendeva un giorno libero, preparava mille prelibatezze, e si metteva accanto alla finestra.

Laereo di Paolo era già arrivato in mattinata; ora avrebbe dovuto arrivare lautobus dalla stazione… Eccolo! Il cuore di Giulia impazzì. Vide il marito zainone in spalla.

Di solito, Paolo salutava allegro, sapendo che lei era già alla finestra. Stavolta invece… non era solo. Nelle sue braccia cera un bambino. Un maschietto, piccolissimo. Giulia, che non si fidava di sé con i bambini, non capiva quanti anni avesse. Paolo aveva il viso scuro, non la salutò come al solito. Aveva una mano con la borsa, e nellaltra stringeva il piccolo.

Paolo attraversò la strada, Giulia restò impietrita nella cucina. Di chi era quel bambino? Forse figlio di un collega? Ma perché portarlo a casa? E poi: chi avrebbe potuto affidare un bimbo così piccolo a Paolo, che coi bambini non aveva esperienza?

Entrò, lasciò cadere la borsa distrattamente e posò il bambino in salotto. Il piccolo si aggrappò a lui, grande occhi spaventati, col dito in bocca. Era chiaro che era smarrito. Giulia non corse incontro al marito rimase inchiodata allingresso.

Giuliè, non mi baci dopo tutto sto tempo? Paolo aprì le braccia verso di lei.

Ma nella sua voce, e nei suoi occhi, non cera allegria. Giulia, cercando di non urtare il bambino, abbracciò il marito e rispose al suo bacio. Ma la domanda bruciava sulle labbra:

Paolo, chi è quel bambino? Cosè successo?

Paolo sospirò pesantemente, prese il piccolo per mano.

Matteo, vieni che ti faccio vedere una cosa. Dai, togliamo le scarpe e andiamo in cameretta.

Portò il bimbo in camera da letto, lo fece sedere sul letto e gli diede in mano un modellino di aereo cui teneva moltissimo, tanto da vietare a Giulia di toccarlo per la polvere. Già da questo lei capì che era successo qualcosa di grave.

Stai qui un attimo, io e la zia Giulia dobbiamo parlare.

Paolo chiuse la porta, tornò in cucina.

Mi dai qualcosa da mangiare, Giuliè? sorrise senza allegria.

Sì, certo. Vieni balbettò Giulia, servendogli un piatto di minestrone e tagliando la torta di pesce. Si sedette di fronte, tesa.

Paolo girò il cucchiaio nel minestrone senza guardarla. Si vedeva che non sapeva da dove cominciare.

È mio figlio disse poi, senza girarci troppo attorno. Quel bambino è mio, Giulia.

Lei sussultò, sentendo il cuore picchiare quasi dolorosamente. Avrebbe voluto che Paolo dicesse che era uno scherzo, invece il suo volto era serio.

Non so come sia successo, Giulia! afferrò la sua mano. Sono stati pochi momenti di debolezza… al turno cera la cuoca, è successo solo una volta o due… lei è rimasta incinta.

Come? Giulia tolse la mano, la voce tremava di rabbia e dolore repressi. A me hai sempre detto che non era il momento per i figli, e…

Pensi che labbia voluto? Paolo continuava a giustificarsi. Non mi aveva detto niente della gravidanza. Nasce il bambino, e poi mi dice che è mio. E non ho dubbi che sia così: mi somiglia pure. Non lhai notato?

Giulia non lo aveva nemmeno guardato, ormai quel bambino le risultava odioso, come una prova vivente del tradimento. Ma una cosa non le tornava.

E la madre dovè? Perché lhai portato qui?

Non cè più… È stata una disgrazia. Tornava tardi dalla mensa, ha fatto la strada lunga e un orso lha aggredita. Era impazzito perché ferito. Lhanno abbattuto dopo, ma non è servito. Lei non cè più. Io sono il padre, ufficialmente. Non avevo scelta. Ho dovuto portare qui Matteo.

E adesso? Cosa pensi di fare?

Non lo so… Decidi tu. Se vuoi che ce ne andiamo, me ne vado con lui. Ma sappi che amo solo te, Giulia. Con la cuoca è stato uno sbaglio, un attimo di debolezza. Non succederà mai più! Ti sarò fedele per sempre, se vorrai perdonarmi…

Giulia lo guardava: nonostante tutto sentiva che era sincero nel suo pentimento. Ma la presenza di quel bambino era troppo difficile come poteva accettare il figlio di unaltra? Paolo si sarebbe sempre preso cura di lui, come un ricordo costante.

Si alzò senza parlare e uscì di casa, senza meta. Vagò per le strade bagnate fino a notte, la testa confusa. Per un attimo, arrivata al ponte, pensò di buttarsi nel Piave. Ma capì che era solo un pensiero sciocco nel profondo sapeva già cosa fare. Non avrebbe mai potuto vivere senza Paolo. Avrebbe dovuto accettare anche Matteo.

Tornò che era notte fonda. Paolo dormiva nel letto, e Matteo, nella poltrona pieghevole in camera accanto. Sul comodino la lucina, e nel chiaroscuro Giulia si avvicinò per guardare meglio il piccolo: era smunto, pallido, dormiva agitato. Quanta sofferenza doveva aver già conosciuto… Aveva solo due anni. Inutile, non riusciva a provare compassione. Solo disagio.

Matteo era un bimbo timido e silenzioso. Giulia si sforzava di non far trapelare ostilità, ma il bimbo lo percepiva con la sensibilità dei piccoli. Restava incollato a Paolo, ma anche lui sembrava più obbligato che affezionato davvero. Faceva il necessario: il bagnetto, il cibo, qualche giocattolo più per tener buono Matteo che per altro.

Per una settimana Giulia non parlò né col marito né con Matteo, camminava per la casa come unombra, osservando di sbieco il piccolo che le dava fastidio. Paolo, allinizio cauto, vedendo che non era stato cacciato, tornò alle sue abitudini: si mise subito a sistemare il tetto, i lavori in casa, e per forza di cose, Giulia dovette parlare con lui. Prima poche parole, poi, dopo un mese, quasi come prima. Ma continuava a non poter guardare in faccia il bambino. Lo lasciava interamente nella responsabilità di Paolo.

Dopo due mesi, Giulia cominciò a preoccuparsi: tra poco Paolo sarebbe ripartito per il cantiere. E Matteo? A chi lo avrebbe lasciato? Paolo la fissò perplesso.

Giuliè, ma che faccio, me lo porto in Friuli, in baracca con me? Resta qui, ovvio. Gli ho già trovato posto allasilo, manca solo firmare le carte. Tu lo accompagni la mattina e lo riprendi il pomeriggio. So che non riesci ad amarlo e non pretendo questo da te. Giusto il necessario: lo porti allasilo, lo sfami, e lui gioca per conto suo. È autonomo. Non ti darà problemi.

Il autonomo Matteo spuntò appena da camera sua, lampi di paura e solitudine negli occhi chiari. Ma che poteva mai capire un bambino di due anni di questi discorsi?

A quanto pareva, molto di più di quanto pensasse Giulia. Con la partenza di Paolo per il turno, Matteo divenne ancora più riservato. La mattina si vestiva da solo, lei lo accompagnava in silenzio allasilo, lo riprendeva senza una parola, la sera uguale.

Finché un giorno, rientrando, Matteo spinse via il piatto e ciabattò nella sua stanza. La porta aperta, Giulia ogni tanto passava e buttava locchio: niente giochi, niente disegni, Matteo stava semplicemente steso a occhi chiusi. Allinizio pensò soltanto che fosse stanco; poi notò che il viso era improvvisamente rosso acceso.

Entrò quasi controvoglia, avvicinò una mano alla fronte e la ritrasse spaventata: bruciava. Scosse il piccolo. Solo dopo un bel po si svegliò, lo sguardo perso.

Matteo, stai male? si inginocchiò accanto a lui. Da quanto stai così?

Da due giorni mi fa male qui, e qui indicò la testa e la gola. Ieri allasilo ho vomitato.

Parlottava a fatica, come se stesse per perdere i sensi. Giulia corse a prendere il termometro, ma non aspettò neppure il risultato: chiamò subito il 118. Non cera bisogno di altro, il bambino era in piena febbre alta.

Lambulanza non arrivava. Giulia vide il termometro: 40°. Matteo ricadde nel sonno, lei gli diede la tachipirina, e guardava la strada dalla finestra, benediceva ogni sirena che sentiva.

Matteo, piccolo, ma perché non hai detto nulla? Hai sofferto perché ti spaventa la zia cattiva che non vuole saperne di te… Ma perché? Cosa hai fatto per meritare questa freddezza?…

Signora, dobbiamo ricoverarlo: ha il respiro affannato spiegò linfermiera dopo averlo visitato.

Giulia lo prese in braccio e corse con lui sullambulanza. In ospedale le chiesero chi fosse per lei quel bambino.

È figlio di mio marito. Sono in fase di adozione, tra poco sarò sua madre.

In quel momento si accorse che, in realtà, diceva la verità: nella corsa, nel caldo di quelle manine intorno al collo, il ghiaccio che ricopriva il suo cuore si era sciolto. Vide in fondo che lei, ormai, si sentiva veramente madre di Matteo.

Restarono due settimane in ospedale. Giulia sembrava la mamma più apprensiva del reparto. Gli misurava la febbre ogni ora, faceva venire i medici per ogni variazione. Come premio, riceveva gli sguardi luminosi di Matteo e le sue braccine che cercavano la zia Giulia ormai diventata mamma.

Matteo la chiamò mamma solo più tardi, quando tornò Paolo. Fu tutto naturale, e Giulia pianse tutta la notte dopo. Aveva già adottato Matteo legalmente, ma adesso lo sentiva suo anche nellanima.

…Un anno e mezzo dopo, Matteo era irriconoscibile. Un bimbo allegro, pieno di vita, attaccatissimo alla mamma. Non si staccava mai da Giulia, e ormai lindifferenza verso Paolo era evidente. Paolo ne era quasi sollevato.

Poi, però, una disgrazia terribile: Paolo, partito di nuovo per il turno, rimase coinvolto in un incidente. Il pullman che portava gli operai in Friuli cadde in una scarpata, si rovesciò più volte sotto una nevicata tremenda, e alcuni corpi non furono mai ritrovati fra cui quello di Paolo…

Giulia rischiò la follia dal dolore. Aveva amato moltissimo quelluomo, ma a salvarla fu Matteo. Era una fortuna che non fosse sola, aveva un figlio da amare. E visse solo per lui.

Un anno dopo Paolo fu dichiarato ufficialmente disperso, e dopo due anni lo avrebbero dato per morto. Faltavano ormai meno di quindici giorni a quella data, quando… Paolo ricomparve.

Fu una sera di primavera, con la pioggia battente. Giulia, rientrando in casa dopo una passeggiata con Matteo, non notò che la porta era aperta. Era più preoccupata che il piccolo non si fosse bagnato. Gli tolse le scarpe nellingresso e lo mandò a cambiarsi.

Metto su il bollitore e beviamo un bel tè caldo disse allegra.

Ma la frase le si bloccò in gola. Davanti ai suoi occhi, seduto a tavola come nulla fosse, cera Paolo che mangiava una fetta di torta di pesce, quella cucinata la mattina.

Non spaventarti, Giuliè, sono vivo le fece locchiolino. Guarda che non ero su quel bus, ti giuro!

E allora doveri in questi due anni? Giulia, tremando, scivolò su uno sgabello.

Ho vissuto con unaltra donna. Stavo partendo per il turno, davvero, ero quasi salito su quel pullman. Poi una vecchia conoscente mi ha chiamato, voleva andare giù in Toscana a vedere una villa, pensava di investire. Una donna sistemata, più grande di me, ma tanto è… Arrivati lì ho saputo la notizia della tragedia del pullman. Ho pensato fosse il destino: per te morto, e sarei rimasto con lei.

Sei… sei un verme! balbettava Giulia, incapace di parlare. Sai cosa ho passato per colpa tua? Perché sei tornato, allora?

Vedi, adesso con questa donna abbiamo unattività in comune, vorremmo sistemarci. Sono qui per chiedere il divorzio… e vorrei prendere anche Matteo.

Cosa? Hai detto Matteo? Perché?

Senti, la mia nuova compagna non può avere figli, ma ne vorrebbe uno più di ogni cosa. Ci sposiamo, prendiamo Matteo, lo cresciamo con lei…

Mai! urlò Giulia, trovando la voce.

Senza volerlo, cercò qualcosa da afferrare, prese una forchetta. Paolo ebbe paura sul serio; in quel momento Giulia non era più in sé.

Non ti do mio figlio, non lo do a nessuno. Sposatevi, fate quello che volete, ma Matteo è mio, mio secondo la legge! Che volete farne di un bambino, un giocattolo nuovo?

Giuliè, posa la forchetta Paolo la tenne docchio finché la mollò e questa cadde rumorosamente sul tavolo. Sei fuori di te, ora. Ma lo sai, lui ti è estraneo, non è figlio tuo…

Estraneo? Andiamo a chiedere a lui, allora, chi vuole come mamma. È grande abbastanza per scegliere.

Giulia non fece a tempo a finire, che Matteo spuntò dalla porta della cucina. Aveva sentito tutto. Corse verso Giulia, la abbracciò fortissimo:

Mamma, io voglio stare con te! Non farmi andare via!

Ma certo, Matteo, non ti lascio lo strinse Giulia sulle ginocchia. Sei il mio bambino, non potrei vivere senza di te. E tu, vattene fulminò Paolo. Hai sentito: mio figlio sta con me. Avrai pure il divorzio, ma di Matteo ti scordi.

Fai come credi! brontolò Paolo, ingozzandosi per ripicca con la fetta di torta. Poi si alzò, seccato.

Peggio per te, così ti tieni un figlio non tuo. E tanto, chi vuoi che ti voglia più: una vedova con un bambino dietro?

Non ho bisogno di nuovi mariti. Piuttosto che un altro stupido come te, sto meglio sola. E con Matteo sono già abbastanza felice. Addio, Paolo.

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DAL TURNO DI LAVORO, MIO MARITO È TORNATO… MA NON ERA SOLO: TRA LE SUE BRACCIA C’ERA UN BAMBINO PICCOLO Elena tolse dal forno la teglia con la torta di pesce e un profumo delizioso si diffuse in cucina, proprio come piace a suo marito Vittorio. Sul fuoco c’era il borscht appena fatto, la torta pronta, mancava solo da finire il compotto. Le bastavano pochi minuti, che avrebbe speso volentieri appena il marito fosse entrato in casa. La ragazza coprì la torta con un candido strofinaccio per non farla raffreddare e si avvicinò alla finestra. La loro villetta era al centro del quartiere e proprio di fronte c’era la fermata dell’autobus dove da un momento all’altro sarebbe sceso il marito. Elena non vedeva Vittorio da tre mesi. Lavorava a turno su impianti petroliferi al Nord: tre mesi via, tre a casa. Quanto lo aspettava Elena! E poi una casa indipendente, a differenza di un appartamento, ha sempre bisogno delle mani di un uomo. La casa era di Elena. Quando si sposarono cinque anni fa, Vittorio aveva ancora il suo appartamento. I giovani pensarono che in una villetta ci sarebbero stati meglio. Così lui vendette la casa, provò ad avviare un’attività con quei soldi, ma le cose non andarono. L’attività fallì e ormai lavorava in turni lontano da casa da tre anni. Tutto sommato, portava a casa buoni soldi, ma era dura per Elena, che di anni ne aveva solo ventotto, arrangiarsi da sola per mesi. In quel tempo quasi si dimenticava di essere sposata. Figli non ne avevano: Vittorio diceva che non era il momento. “Se parto per tre mesi, come fai con un bambino? Lavoro ancora un po’ lontano, poi torno in città e pensiamo a un figlio.” Ma ci sono sempre state spese urgenti. Addirittura ora il tetto perdeva e durante la pioggia in una delle camere si formava una chiazza di umidità che spaventava Elena, costringendola a mettere il catino. Vittorio sapeva del problema, le telefonava ogni sera, prometteva che appena arrivato avrebbe riparato tutto. Era un uomo premuroso che Elena amava. Ogni volta che lui rientrava dal turno, lei prendeva il giorno libero dal lavoro, cucinava prelibatezze e lo aspettava alla finestra. L’aereo di Vittorio era atterrato già due ore prima, ora sarebbe sceso dall’autobus… Eccolo! Il cuore di Elena sobbalzò: c’era il marito con la borsa grande. Ma stavolta Vittorio non era solo. Tra le braccia aveva un bambino. Sembrava un maschietto, molto piccolo, e dalla faccia di Vittorio, cupa e senza nessun cenno di saluto, Elena capì che qualcosa era cambiato. Sceso, lasciò la borsa e posò il bimbo, che si strinse alle sue gambe spaventato e guardando Elena con occhioni enormi. Lei rimase immobile nell’ingresso, senza i soliti abbracci. “Allora, Elena, niente bacio di bentornato?” — disse Vittorio, ma nei suoi occhi niente gioia… E così iniziò una storia imprevedibile, fatta di segreti svelati, di tradimenti, perdono, maternità inaspettata e legami più forti del sangue… Dove una donna italiana, in una casa piena di profumo di torta appena sfornata, dovrà scegliere: si può amare il figlio di un’altra come se fosse il proprio? E cosa succede se la vita ti regala un figlio ormai tuo proprio quando pensavi di aver perso tutto?
Una giovane in difficoltà vende un dipinto in un hotel per sbarcare il lunario con la madre malata, ma viene cacciata in strada.