Ha rifiutato di lavorare nell’orto della suocera e subito è diventata la nemica numero uno

Sergio, mi avevi promesso il barbecue sul prato. Perché nella valigia ci sono tre sacchi di patate novelle e un vecchio aratore arrugginito che odora di benzina fino al cruscotto?

Maristella lanciò uno sguardo sospettoso al marito, che stringeva il volante come se guidasse una monoposto di Formula1 invece di un vecchio station wagon su una strada sterrata di campagna. Sergio, con le guance tese, premé lacceleratore, schivando lennesima buca colma di acqua torbida di primavera.

Mari, non farmi lo sgarbo. La mamma ha chiesto solo di portarci un po di patate, così potrà lavorare a poco a poco, nella sua gioia. Scarichiamo, montiamo il grill, arrostiamo la carne che ho marinato con cipolla e kefir, e poi ascoltiamo gli uccelli.

Maristella voltò lo sguardo verso il finestrino. Il paesaggio fuori era un mare di campi grigi e umidi ancora bagnati dallinverno, recinti spezzati dellassociazione agricola Energia e un cielo coperto da nuvole basse. Dentro, un presentimento oscuro cresceva. Conosceva troppo bene la suocera, Giovanna Bianchi: per lei riposo era una bestemmia e vedere qualcuno fermo era una tortura fisica, simile a un attacco di sciatalgia.

La casa di campagna di Giovanna li accolse con il latrato di un cane randagio e lodore di foglie marce. Allingresso, appoggiata a un manico di pala come a un bastone da guerra, cera la signora stessa, vestita di pantaloni sportivi sbiaditi con buchi alle ginocchia, una vecchia giacca da lavoro legata con una corda, e scarponi di gomma infilati dentro un calzino di lana. Il suo aspetto era deciso, quasi da comandante pronto alla battaglia finale.

Finalmente! sbottò, spalancando il cancello cigolante. Credevo arrivereste solo per pranzo. Il sole è alto, la terra si secca, e loro dormono! Metti lauto vicino alla baracca, così scarichi più comodo.

Sergio spinse lauto nel cortile. Maristella scese, tremando per il vento umido. Indossava jeans chiari, scarpe da ginnastica bianche nuove e una leggera giacca a vento. I capelli erano acconciati con cura, le unghie dipinte di rosa francese, appena ritoccate per le festività di maggio.

Buongiorno, Giovanna Bianchi, salutò Maristella con tono cortese, tirando fuori dalla borsa la spesa. Come sta?

La suocera la scrutò con uno sguardo misto di pietà e disprezzo, fermandosi un attimo sulle scarpe bianche.

La salute è quella di una trentenne, brontolò. Tu, Maristella, sembri uscita da una sfilata. Qui non è una passerella, è lavoro. Prendi le vecchie scarpe e la giacca dellesercito di Sergio, altrimenti ti sporcherai.

Perché? chiese Maristella, sorpresa. Volevamo solo grigliare e respirare un po daria. Il grill è lì, tutto pulito.

Giovanna emise un suono simile al verso di un’anatra furiosa.

Che grill? Che aria? È maggio! Il campo è pronto! Ho sei aree di terra non ancora dissodate, le patate hanno già i germogli alti cinque centimetri, devo piantarle subito! La vicina, Veronica, ha già finito, noi siamo gli ultimi pigri. Sergio, prendi la pala; tu, Maristella, cambi abiti e inizia a rompere i cumuli con il rastrello. Poi scaveremo le buche.

Sergio, dopo aver scaricato le patate, guardò colpevole la moglie. Sapeva che stava per scoppiare una tempesta e si rannicchiò già sulle spalle.

Mamma, avevamo combinato di riposarci la settimana è stata dura, bisbigliò.

Riposerete allaldilà! lo interruppe la suocera. Finché siete vivi, dovete coltivare. La patata non si pianta da sola. Volete morire di fame dinverno? Il supermercato vende roba chimica, veleno puro. Qui, invece, cè il nostro ortaggio, senza OGM!

Schiacciò la pala nella mano di Sergio e lanciò a Maristella il rastrello arrugginito.

Avanti. Io segnerò le file per le carote.

Sergio, con un sospiro pesante, tolse la giacca, rimase solo in una vecchia maglietta e si avviò verso il campo. Era abituato a cedere al volere della madre fin da piccolo: più facile fare, meno ascoltare le prediche per una settimana intera.

Maristella rimase accanto allauto, osservando il rastrello accanto alle sue scarpe candide, poi Sergio che conficcava la pala nella terra umida, e infine la suocera che scrutava la scena come un avvoltoio.

Qualcosa scattò dentro di lei. Cinque anni di matrimonio aveva cercato di essere la nuora perfetta, portando Giovanna dal dottore, regalando robot da cucina, sopportando i consigli infiniti su come fare il brodo o stirare le camicie. Aveva persino sopportato le gite al frutteto nonostante lallergia alle vespe, quando le vespe erano più numerose dei frutti.

Ma oggi la sua pazienza era al limite. Ricordò la giornata di ieri, quando fino alle nove di sera era rimasta in ufficio a chiudere i conti, sognando solo un momento di silenzio davanti al fuoco. Si era fatta fare una manicure per sentirsi donna, non una bestia da soma.

No, dichiarò a gran voce.

Sergio si fermò, la pala ferma a mezzaria. Giovanna si girò lentamente, le sopracciglia alzate, minacciando di nascondersi dietro il fazzoletto.

Cosa hai detto? chiese incredula.

Ho detto no, Giovanna Bianchi. Non scaverò. Non romperò i cumuli. Non farò le buche. Sono qui per riposare. Sergio ti aiuterà, perché ha promesso, ma io non devo farlo. Io

Sei pazza? starnutì la suocera, il viso rosso di rabbia. Tutta la famiglia lavora, e tu vuoi stare a far la signora? Hai paura di sporcare le mani bianche?

Esattamente, replicò Maristella con calma. Ho speso trenta euro per questa manicure. Ho la schiena sola. Possiamo comprare le patate in autunno, dieci sacchi, senza germogli, sarà più economico che curare una colonna vertebrale.

Comprare? gridò Giovanna, facendo volare i corvi dal pino vicino. Non è questione di soldi! È nostro! Il lavoro onora! E tu, pigra, che hai ceduto il mio figlio? Vuoi che ti sieda sul trono?

Lavoro come contabile capo, Giovanna, e guadagno, se posso dirlo, più di tuo figlio. Non sono sulla tua collana. E Sergio è adulto, è sua scelta. Se vuole scavare, che lo faccia. Io vado a leggere.

Maristella aprì il bagagliaio, tirò fuori una sedia pieghevole da campeggio, una coperta e un libro. Passò davanti alla suocera, trovò un lembo di erba libera da ortaggi e vi si sistemò, indossò gli occhiali da sole, aprì il romanzo e cominciò a leggere.

Un silenzio cigolante avvolse il giardino, rotto solo dal pesante rantolo di Giovanna.

Sergio! ruggì infine. Hai sentito cosa dice tua moglie? Sei uomo o un fazzoletto? Ordinale!

Sergio asciugò il sudore dalla fronte, guardò Maristella, impassibile, poi la madre furiosa.

Mamma, è vero che è stanca Lasciami fare, è solo tre aree di terra.

Tre? Sei sicuro? Io ho già spianato unarea dietro il capanno! Scava! Dopo parlerò con questa regina. Le farò una pausa.

Il lavoro si fece frenetico. Sergio, strascicando il terreno, sembrava una macchina da stiro rotta. Giovanna, dimenticata la sua sciatalgia, correva per il campo come una vespa ferita, infilando le patate con una furia che sembrava lanciare spine al cuore di un vampiro, e al contempo, a voce alta, commentava:

Oh, figlio mio, è dura per te! Solo tu lavori! Che sfortuna con la moglie! Lì cè la nuora dei Piroli, guida il trattore, munge la mucca, mentre la nostra è una signorina di città!

Maristella girò pagina. Le importava poco. Sentiva una leggerezza strana: la parola no aveva un potere magico, liberatorio. Il sole scaldava, gli uccelli cantavano, il brontolio della suocera era solo rumore di sottofondo, come interferenze radio.

Due ore dopo, Sergio era fradicio, la maglietta intrisa di sudore, il viso rosso. Guardò la moglie che sorseggiava acqua frizzante da una bottiglia elegante.

Sergio, pausa! ordinò la madre. Vai a bere una composta. Lho messa sulla veranda.

Sergio andò verso la casa. Maristella rimase nella sedia. Giovanna uscì sul portico con una tazza, girandosi con disprezzo verso la nuora.

Mamma, vuole anche da bere? chiese Sergio sottovoce.

Ha le sue riserve, rispose la suocera a voce alta. È indipendente, beva lacqua della pozzanghera se non vuole lavorare. Chi non lavora, non mangia! È quello che diceva Lenin!

Maristella sorrise dentro di sé. Nella sua borsa non cerano solo cibi per il barbecue, ma anche sandwich, frutta e un thermos di caffè. Prese una mela e la morse croccante.

Giovanna quasi soffocò con il suo compotto.

Verso mezzogiorno, la vicina Valeria, chiamata Zia Violetta, si affacciò oltre il recinto.

Buongiorno, Giovanna! strillò, appoggiandosi al muro. Pianti? Dio ti aiuti! E Sergio, perché lavora da solo? E la giovane, dove è? Malata?

Giovanna si raddrizzò, afferrandosi la schiena.

Oh, Violetta, non chiedere! Ho un peso, la nuora sta al sole! Il suo manicure la salva! Noi spezziamo le vene per nutrire la famiglia, mentre lei legge. Che vergogna!

Zia Violetta guardò Maristella.

Sul serio? Sta lì a leggere. Che storia

Maristella alzò la voce, senza alzarsi dalla sedia.

Che bella giornata, vero? Anche voi non avete piantato patate questanno? Ho sentito parlare di un prato europeo, vero?

Zia Violetta arrossì. Aveva affittato la terra a degli uzbeki, piantando fiori perché i figli le avevano proibito di lavorare troppo.

Beh la salute non è più la stessa, borbottò.

Anchio proteggo la salute! intervenne Maristella. Giovanna ha voluto un aratro o comprare un nuovo, ma è una donna eroica, vuole una impresa!

Giovanna si fece rossa. Il suo tentativo di linciata pubblica fallì.

Vattene, Violetta, non intralciare! sbottò. E tu, Sergio, non stare fermo! Restano ancora tre aiuole!

Alle quattro del pomeriggio il campo era dissodato e seminato. Sergio sembrava schiacciato da una pista di ghiaccio, le mani tremanti, le gambe che cedettero. Cadde su una panchina vicino alla casa e chiuse gli occhi.

Finalmente! strofinò le mani soddisfatta Giovanna, malferma ma in piedi. Ora preparo la sauna, poi la zuppa di ortiche.

Ma la zuppa noi volevamo il barbecue mormorò Sergio.

Senza carne! La carne è pesante di notte. Le ortiche sono vitamine. E chi la cucinerà? Tu sei quasi morto, non affiderò il grill a quella fiamma, ti brucerebbe la casa.

Maristella chiuse il libro, si alzò, fresca e impeccabile.

Sergio, andiamo, disse. Torniamo a casa.

Dove?! gridò la suocera. Ho già steso la tovaglia! Domani dobbiamo diradare le carote e piantare le fragole con la barba!

Domani Sergio non si alzerà, osservò Maristella, scrutando il marito con occhio professionale. Ha la schiena a terra. Se non partiamo ora e non lo massaggio, lunedì non potrà andare al lavoro. E nessuno pagherà il suo certificato medico. E la vostra ipoteca per la ristrutturazione del tetto

Come osi ordinare! sbottò Giovanna, bloccando il passo allauto. Resti qui! gridò al figlio. Dìle!

Sergio aprì gli occhi, pieni di una tristezza cosmica. Guardò le mani sporche, le unghie rotte, il volto rosso della madre, e la moglie tranquilla, profumata di profumo costoso, non di letame.

Mamma, davvero non posso, disse con voce rauca. La schiena mi fa male. Partiamo.

Traditore! sputò la suocera. Schiavo di una bambola dipinta! Che non cè più una patata in inverno! Non ti darò neanche una briciola!

Non chiederemo, sorrise Maristella. Buona serata, Giovanna Bianchi. Ci curiamo.

Maristella prese il volante, poiché Sergio non era in grado di guidare. Lui si sistemò a malapena sul sedile anteriore, gemendo ad ogni sobbalzo.

Furono in silenzio fino a quando uscirono dal confine della città.

Sei diventata il nemico numero uno, disse finalmente Sergio, entrando nella città.

Lo so, rispose serenamente Maristella. Ma ho riposato. E tu?

Io rimase in silenzio, massaggiandosi la schiena. Mi sento uno stupido. Mari, hai della pomata? Quella con il veleno di serpente?

Sì, la tengo a casa.

Ascolta si girò verso di lui. Avevi ragione, non servivano patate, benzina, nervi, salute Un sacco in autunno costa cinquecento euro. Oggi ne abbiamo bruciati due mila per il carburante. E la carne marinata sparirà.

La carne non sparirà, strizzò locchio Maristella. La cuoceremo su una griglia elettrica. Le patate Sergio, tua madre non vuole patate. Vuole il tuo obbedimento. Vuole sentirsi comandante. Finché scavi, è lei la regina. Quando smetti, diventa solo una vecchia sola, senza nulla da fare.

Duro, vero?

Ma vero. La prossima volta che chiama per la casa, dirai che siamo occupati, o che ho allergia alle pale. Patto?

Sergio sospirò, ma il sospiro portava sollievo.

Patto. Non tornerò più a scavare. Basta.

A casa Maristella trasformò il soggiorno in una vera clinica: bagnoMentre la luce del tramonto filtrava attraverso le tende di lino, Maristella si sdraiò sul divano, chiuse gli occhi e sognò un giardino infinito dove le patate crescevano da sole, i rami dei pini cantavano lullaby e la risata di Giovanna si dissolse in una dolce melodia di vento.

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