È andata così: Stasio è stato cresciuto dalla nonna anche se la mamma era viva – una madre affettuosa ma sempre in tournée come cantante lirica, mentre la nonna lo aspettava ogni giorno al quarto piano, dietro la finestra turchese del loro condominio milanese, e anni dopo, trasferitosi per lavoro, Stasio crede di rivedere il suo caro fantasma dietro una finestra identica in una nuova città, dove un misterioso incontro cambierà per sempre il suo destino.

Così è andata a finire che sono stato cresciuto da mia nonna, anche se mia madre era ancora viva.
Mi chiamo Stefano, e da quanto mi ricordo, a casa mi aspettava sempre la nonna Clara, anche se la mamma, Silvana, era una donna meravigliosa: bella, gentile, sempre sorridente. Ma lavorava come cantante lirica al Teatro alla Scala di Milano, e per le trasferte frequenti era quasi sempre fuori casa. Persino il matrimonio con mio padre saltò per via di quei continui viaggi, e così mia mamma era praticamente assente. Della mia crescita si occupò soltanto la nonna.
Fin da piccolo, tornando al mio condominio alla periferia di Torino, alzavo sempre lo sguardo verso il quarto piano e vedevo la sagoma della nonna affacciata alla finestra della cucina, che mi aspettava impaziente. Quando invece mi accompagnava da qualche parte, lei restava alla finestra a salutarmi con la mano, ed io ricambiavo sempre con lo stesso gesto.
Ma quando ho compiuto venticinque anni, la nonna se nè andata. Da allora, ogni volta che rincasavo e non vedevo più quel profilo amato al vetro, mi assaliva una tristezza e un vuoto difficili da spiegare. Persino quando mia madre era in casa, io mi sentivo solo. Da tempo io e lei non parlavamo più come una volta, era diventato difficile anche affrontare le piccole questioni quotidiane insieme. Ormai eravamo diventati quasi degli estranei.
Pochi mesi dopo la morte di nonna Clara, sentii il bisogno improvviso di trasferirmi in unaltra città. Tanto più che di informatici cera bisogno dappertutto. Navigando su internet, trovai unazienda di Bologna che cercava personale e offriva uno stipendo alto, oltre a pagare laffitto per i primi tempi. A mamma la cosa fece piacere: Sei grande ormai, Stefano, è giusto che prendi la tua strada, mi disse.
Presi con me solo la tazza preferita della nonna, come ricordo, e qualche vestito il minimo indispensabile per ricominciare. Con la valigia in spalla, mi fermai unultima volta sotto la finestra della cucina, ma questa volta niente, nessuno sguardo ad attendermi. Mamma non si affacciò nemmeno per salutarmi. Un taxi mi portò verso la Stazione Porta Nuova, e poco dopo mi trovai sdraiato sulla cuccetta di un treno regionale notturno.
Il mattino seguente il treno arrivò a Bologna in orario. Trovai facilmente il nuovo ufficio, formalizzai il contratto e cominciai subito la ricerca dellappartamento fra gli annunci che mi ero segnato online. Girovagando per una zona residenziale, persino con Google Maps come guida, fui colpito da un condominio: era stranamente simile a quello di Torino dove avevo vissuto per anni. Forse per colpa di quei vecchi infissi dipinti dello stesso identico verde acqua delle case popolari di una volta.
Senza accorgermene, deviai dalla strada, avvicinandomi lentamente alledificio. Avevo voglia di fermarmi un attimo e ricordare la nonna. Distinto alzai lo sguardo verso il quarto piano, dove nella mia vecchia casa cera la cucina, e… rimasi di sasso. Mi venne un capogiro. Dietro al vetro notai la sagoma di mia nonna, riconosciuta al volo: il cuore mi balzò in gola.
Ragionando lucidamente capivo che era impossibile. Chiusi gli occhi, tornai indietro, cercando di scacciare quel pensiero, ma qualcosa dentro di me urlava: Fermati, è lei! E così obbedii allimpulso, mi voltai di nuovo e alzai lo sguardo verso quella finestra.
La figura era ancora lì, come incantata. Non resistetti. Trascinandomi dietro il trolley, corsi dentro il portone, mentre notavo che anche lì il citofono era rotto, proprio come nella mia vecchia casa. Salii di corsa al quarto piano e suonai il campanello.
Ad aprire fu una ragazza, in vestaglia, che mi guardò sorpresa e un po infastidita:
Cosa vuole?
Io… io sto cercando la nonna…
La nonna? ripeté, sgranando gli occhi, poi scoppiò a ridere e urlò verso il corridoio: Mamma! Vieni, cè uno che ti chiama nonna!
Si presentò sulla soglia una signora intontita sul cinquanta, in vestaglia pure lei.
Chi mi cerca? domandò assonnata.
Mamma, pensa, mi ha chiamata nonna! rise di nuovo la ragazza.
Aspettate balbettai . Io… non cercavo lei, signora Cioè la nonna che ho visto… era lì, in cucina… affacciata… Devo aver proprio visto la mia nonna. Sul serio.
Non starai mica male? rispose la ragazza, alzando la voce stizzita. Qui di nonne non ne abbiamo! Viviamo solo io e mamma, è chiaro?
Sì… scusatemi… mi sto confondendo… mormorai, appoggiandomi al muro per non cadere, mentre appoggiavo la valigia a terra. Ora aspetto un attimo e vado via…
La ragazza stava già richiudendo la porta, ma la signora la fermò.
Ehi ragazzo, ti senti bene? mi chiese, seria.
S-sì, non si preoccupi…
Secondo me la pressione ti sarà volata alle stelle. Hai la faccia rossa come un pomodoro. Dai, entra. Si precipitò nel corridoio, mi prese per mano e mi fece sedere su una panca, ordinando decisa: Giulia, portami la valigia di questo ragazzo dentro e cerca il misuratore di pressione!
La figlia, sconvolta, non poté che obbedire.
La signora mi sedette sul divanetto allingresso, e senza dire una parola mi misurò la pressione. Poi continuò a dare ordini a sua figlia, che la guardava esterrefatta.
Prendi la mia borsa medica, Giulia. Ci sono delle punture poi a me: Ora ti faccio una iniezione per sicurezza e chiamo lambulanza.
No, non chiamate nessuno! sussurrai, spaventato. Sono appena sceso dal treno… devo ancora trovare casa…
Ascolta la mamma! si intromise Giulia. Mia mamma è una dottoressa, lo sai?
Quindi non sei di Bologna, vero? chiese la signora.
Annui soltanto, poi balbettai:
Vi prego, lasciate stare… Domani inizio a lavorare. È il mio primo giorno…
Zitto e lasciami fare disse lei infilandomi lago nel braccio. Hai mai avuto crisi simili?
Mai… sussurrai.
Quanti anni hai?
Venticinque
Problemi cardiaci?
No, sono sanissimo…
Sanissimo dici? Con la pressione a centottanta su cento? Non dire sciocchezze…
Sarà stato lo spavento.
Che spavento?
Ho detto… ho visto davvero mia nonna alla vostra finestra. In cucina. Mi fissava.
Tua nonna?
Sì, ma… è morta. Da due mesi. Ma qui non abita nessuna nonna?
Ma quanto sei strano… rise Giulia. Te lho detto, viviamo solo io e mamma. Ma se proprio vuoi, vado ora in cucina a controllare!
Giulia andò in cucina sorridendo, ma dopo pochi secondi rientrò trafelata:
Mamma! Guarda un po qui! Da dove salta fuori questa tazzina?! Aveva tra le mani una tazza che non avevo mai visto nelle loro case.
Oh Dio… dissi a mezza voce, con un sorriso stanco ma quella è la tazza della mia nonna. Lavevo nel mio zaino, come ricordo… ma… dovrebbe stare lì! Lho presa da casa. Che roba strana…
E dovè il tuo zaino? chiesero in coro, incuriosite.
Eccolo… indicai col mento la valigia vicino alla porta. La tazza dovrebbe essere lì.
Setacciammo la valigia insieme, ma di tazze con quel motivo floreale, ce nera solo una: quella che Giulia aveva portato dalla cucina.
Ancora oggi questa storia, a casa loro, resta un mistero senza spiegazione. Soprattutto per la signora, che, alcuni mesi dopo, è diventata ufficialmente mia suocera. Davvero… cose da non credere.

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È andata così: Stasio è stato cresciuto dalla nonna anche se la mamma era viva – una madre affettuosa ma sempre in tournée come cantante lirica, mentre la nonna lo aspettava ogni giorno al quarto piano, dietro la finestra turchese del loro condominio milanese, e anni dopo, trasferitosi per lavoro, Stasio crede di rivedere il suo caro fantasma dietro una finestra identica in una nuova città, dove un misterioso incontro cambierà per sempre il suo destino.
Mio marito mi ha umiliata davanti a tutta la nostra famiglia – Ho sofferto, ma un giorno ho deciso di vendicarmi