# La Professoressa che Tutti Detestavamo La professoressa Ferrari era il terrore dell’Istituto Tecnico Statale “Leonardo da Vinci” di Milano. Tutti avevamo paura di lei. Era quella docente che ti sgridava se arrivavi anche solo un minuto in ritardo, che ti toglieva punti per la camicia fuori dai pantaloni, che non sorrideva mai e sembrava quasi divertirsi a bocciare gli studenti. In terza, io ero il leader non ufficiale di quelli che la odiavano. Organizzavo i mugugni, i soprannomi cattivi, gli scherzi pesanti. La chiamavamo “La Strega” e fantasticavamo su vendette per tutte le umiliazioni che ci aveva fatto subire. Il giorno in cui tutto cambiò era un venerdì di novembre. Avevo saltato le lezioni per andare con alcuni amici alla Galleria. Tornando a casa in metropolitana, notai qualcosa di strano: la professoressa Ferrari che usciva da una farmacia in un quartiere molto povero, con diverse buste in mano. La curiosità ebbe la meglio sulla paura. Scese alla fermata dopo la sua e la seguii da lontano. La vidi entrare in un condominio malmesso. Aspettai qualche minuto e mi avvicinai. Dalla finestra aperta al primo piano sentii delle voci. —Professoressa, grazie di essere venuta. Martina è a letto con la febbre da tre giorni. —Non si preoccupi, signora Conti. Ho portato l’antibiotico che ha prescritto il dottore. Martina Conti? Una compagna di classe molto silenziosa, che spesso sembrava stanca e mancava spesso a scuola. —Quanto le devo, professoressa? —Nulla, signora Conti. Ne avevamo già parlato. —Ma è una grossa spesa… —Martina è una studentessa bravissima. Merita di stare bene, per poter continuare a studiare. Mi sporsi e vidi la professoressa Ferrari, quella donna fredda e severa, accarezzare la fronte di Martina con una dolcezza che non avevo mai visto tra i banchi. —Come te la cavi con matematica, ragazza? —Bene, prof. Ho fatto gli esercizi che mi ha lasciato. —Ottimo. Lunedì ti porto dei libri in più, così ti prepari meglio al test per il liceo. —Professoressa, non so se potrò andare al liceo. Mia madre ha bisogno che lavori… —Martina, tu devi studiare. Questo è il tuo lavoro adesso. Al resto ci penso io. Me ne andai da lì confuso e turbato. Quella non era la professoressa Ferrari che conoscevo. La settimana dopo cominciai a osservarla meglio in classe. Notai cose che prima mi erano sfuggite. Quando Luca Bianchi si addormentava in classe, invece di svegliarlo urlando come faceva con noi, si avvicinava silenziosa e gli toccava la spalla. Poi scoprii che Luca lavorava in pizzeria fino a tardi per aiutare la sua famiglia. Quando Chiara Romani non portava i compiti, la prof le dava una seconda possibilità senza umiliarla di fronte agli altri. Chiara, infatti, accudiva i suoi fratelli piccoli mentre la madre faceva il turno di notte in ospedale. Un giorno trovai il coraggio di restare dopo lezione. —Professoressa, posso farle una domanda? —Dimmi, Filippo. —Perché si comporta così… diversamente con certi compagni? Rimase in silenzio per un istante, mettendo a posto le cose sulla cattedra. —A cosa ti riferisci? —Con alcuni è più… comprensiva. Ma con me e con altri è severissima. —Filippo, siediti. Mi sedetti in prima fila, nervoso. —Sai qual è la differenza fra te e Martina Conti? —No. —Tu hai genitori che possono comprarti quaderni, pagarti ripetizioni se serve, che stanno attenti ai tuoi voti. Martina no. —Ma non è colpa mia. —No, non è colpa tua. Ma è tua responsabilità sfruttare queste possibilità. Se sono esigente con te, è perché so che puoi dare di più. Se sono comprensiva con Martina, è perché sta già dando tutto quello che può. —Lei compra medicine ai suoi studenti? Mi guardò fissa. —Mi hai seguita l’altro giorno? Annuii, imbarazzato. —Filippo, alcuni dei miei ragazzi vengono a scuola senza aver fatto colazione. Altri dopo le lezioni lavorano per aiutare la famiglia. Altri ancora badano ai fratellini. Se posso fare qualcosa perché continuino a studiare, lo faccio. —A spese sue? —A spese mie. —Perché? —Perché anch’io sono cresciuta in una famiglia come la loro. Una maestra mi ha comprato i miei primi libri del liceo. Senza di lei, non sarei mai arrivata all’università. Mi venne un nodo alla gola. —Ma… allora perché è così dura con noi? —Perché la vita sarà dura con voi. Se non vi metto alla prova adesso, chi lo farà? I vostri genitori saranno sempre dalla vostra parte. Io sono l’unica a dirvi la verità: il mondo non regala nulla. —Non ci avevo mai pensato. —Filippo, tu sei intelligente ma svogliato. Passi il tempo a scherzare invece di studiare. Sai perché mi dà così fastidio? —Perché? —Perché sprechi occasioni che Martina darebbe qualsiasi cosa per avere. Lei studia con libri prestati, alla luce di una candela perché a volte non hanno corrente. Eppure prende voti più alti dei tuoi. Mi sentii il peggiore del mondo. —Posso… posso fare qualcosa per aiutare? —Vuoi davvero aiutare? —Sì. —Allora studia. Sii lo studente che puoi essere. E, se vuoi fare di più, aiuta i compagni in difficoltà. Da quel giorno vidi tutto con occhi diversi. La professoressa Ferrari non era la strega cattiva che pensavo. Era una donna che si faceva carico dei problemi di cinquanta famiglie, che spendeva il suo stipendio per ragazzi che non erano suoi figli, che era dura con chi poteva resistere e dolce con chi aveva già troppo peso sulle spalle. Iniziai a impegnarmi davvero. Organizzai gruppi di studio per aiutare i compagni in difficoltà. Smettei di fare lo spiritoso in classe. A fine anno, quando mi consegnò la pagella di terza con la media dell’8.7, la professoressa Ferrari sorrise. Era la prima volta che la vedevo sorridere. —Bravo, Filippo. Sapevo che potevi farcela. —Grazie di non essersi arresa con me, professoressa. —Non mi arrendo mai con i miei studenti. Anche quando voi vi arrendete con me. Anni dopo, laureato con una borsa di studio per merito, la prima cosa che feci fu cercarla. Insegnava ancora nella stessa scuola, ancora severa, ancora a comprare medicine e quaderni per i suoi studenti più bisognosi. —Professoressa, volevo ringraziarla. —Non devi ringraziare me, Filippo. Il lavoro l’hai fatto tu. —No, la devo ringraziare. Mi ha insegnato che essere severi è anche un modo d’amare. E che spesso chi ci ama davvero è proprio chi ci fa meno sconti. Ora sono docente universitario. E quando devo essere rigido con i miei studenti, penso alla professoressa Ferrari, al fatto che anche la severità può essere una forma di cura. Che pretendere tanto è credere nelle possibilità di qualcuno. I miei studenti forse mi odiano quanto io odiavo lei. Ma spero che, un giorno, capiscano che i professori più esigenti sono spesso quelli che ci vogliono davvero bene.

La professoressa Bianchi era il terrore dellIstituto Tecnico Statale Leonardo da Vinci di Firenze. Ogni studente aveva timore di lei. Era quella docente che ti rimproverava se arrivavi anche solo un minuto in ritardo, che ti toglieva punti se la camicia era fuori posto, che non sorrideva mai e che sembrava provare soddisfazione nel bocciare gli alunni.
In terza, ero considerato il capo non ufficiale del gruppo degli anti-Bianchi. Organizzavo le lamentele, i soprannomi pungenti, e le burle più crudeli. La chiamavamo La Strega e fantasticavamo di vendicarci per ogni umiliazione subita.
Tutto cambiò un venerdì di novembre.
Avevo marinato la scuola per andare in centro con alcuni amici. Tornando a casa in autobus, notai una scena insolita: la professoressa Bianchi usciva da una farmacia nella periferia di Rifredi, carica di sacchetti.
La curiosità fu più forte della paura. Scesi alla fermata successiva e la seguii a distanza.
La vidi entrare in un vecchio condominio, piuttosto malridotto. Attesi qualche minuto, poi mi avvicinai. Dalla finestra aperta al piano terra sentii delle voci.
Professoressa, grazie infinite per essere venuta. Claudia ha la febbre ormai da tre giorni.
Tranquilla, signora Marchetti. Ho portato lantibiotico che le ha prescritto il medico.
Claudia Marchetti? Era una compagna di classe, molto silenziosa, dal viso sempre stanco, che spesso doveva assentarsi.
Quanto le devo, professoressa?
Nulla, signora Marchetti. Glielho già detto.
Ma è tanto denaro…
Claudia è una bravissima alunna. Merita di guarire per poter studiare ancora.
Mi sporsi un po e scorsi la professoressa Bianchi, tutta severità e rigore in aula, accarezzare con dolcezza la fronte di Claudia, un gesto che mai avrei pensato potesse appartenerle.
Come vanno con la matematica, piccola?
Bene, professoressa. Sto facendo gli esercizi che mi ha lasciato.
Perfetto. Lunedì ti porterò qualche libro in più, così ti prepari bene al test dammissione al liceo.
Non credo che riuscirò ad andare al liceo, mia mamma ha bisogno che lavori…
Claudia, tu ora devi solo studiare. Questo è il tuo dovere. Al resto penso io.
Uscii di lì confuso e scosso. Quella non era la professoressa Bianchi che conoscevo.
La settimana seguente, iniziai a osservarla con occhi diversi in classe. E mi accorsi di dettagli che prima ignoravo.
Quando Alessandro Russo si addormentava in aula, invece di urlargli contro come faceva con noi altri, si avvicinava e gli sfiorava la spalla. Più tardi seppi che Alessandro lavorava in una pizzeria fino a tardi per aiutare i genitori.
Quando Giovanna De Santis non consegnava i compiti, la professoressa le dava una seconda possibilità senza umiliarla davanti a tutti. Scoprii poi che Giovanna si occupava dei suoi tre fratellini ogni notte mentre la mamma lavorava in ospedale.
Un giorno trovai il coraggio di trattenermi dopo la lezione.
Professoressa, posso farle una domanda?
Dimmi pure, Lorenzo.
Perché è… così diversa con alcuni di noi?
Rimase qualche secondo in silenzio, chiudendo con calma i libri nel borsone.
In che senso?
Voglio dire che con alcuni è più… comprensiva. Ma con me, invece, è molto rigida.
Lorenzo, siediti.
Obbedii, agitato, in prima fila.
Sai qual è la differenza tra te e Claudia Marchetti?
No.
Tu hai dei genitori che possono acquistarti tutto il necessario per la scuola, che potrebbero pagarti ripetizioni se servisse, che seguono i tuoi voti. Claudia no.
Ma non è colpa mia.
Certo che no. Però è una responsabilità, sai? Io sono severa con te perché so che puoi dare di più. Sono indulgente con Claudia perché lei sta già dando tutto ciò che può.
Professoressa… lei compra medicine agli studenti?
Mi fissò con uno sguardo intenso.
Mi hai seguita laltro giorno, vero?
Annuii, imbarazzato.
Lorenzo, alcuni miei studenti vengono a scuola senza colazione. Altri, dopo le lezioni, vanno a lavorare. Cè chi si prende cura dei fratelli piccoli. Se posso facilitare loro la vita, lo faccio.
Anche con i suoi soldi?
Sì, con i miei soldi.
Ma perché?
Sono cresciuta in una famiglia come la loro. Una volta una mia insegnante mi comprò i primi libri per il liceo. Senza di lei non sarei mai arrivata alluniversità.
Sentii un nodo in gola.
Ma allora perché è così esigente con noi?
Perché là fuori la vita è dura, Lorenzo. Se nessuno pretende qualcosa da voi ora, quando sarete adulti sarà tutto più difficile. I vostri genitori vi proteggeranno sempre. Io sono lunica che vi dirà la verità: che il mondo non fa sconti a nessuno.
Non ci avevo mai ragionato…
Lorenzo, tu sei intelligente, ma svogliato. Pensi più a scherzare che a studiare. Sai perché questa cosa mi irrita tanto?
Perché?
Perché stai sprecando delle opportunità che Claudia vorrebbe avere a ogni costo. Lei studia con i libri presi in prestito, spesso alla luce di una candela perché manca lelettricità a casa. Eppure ha voti migliori dei tuoi.
Mi sentii minuscolo.
Posso… fare qualcosa per aiutare?
Vuoi veramente aiutare?
Sì.
Allora studia. Sii lalunno che puoi essere. E se vuoi fare di più, dai una mano a chi ne ha bisogno.
Quel giorno uscii dalla scuola vedendo tutto sotto una nuova luce. La professoressa Bianchi non era la strega cattiva che avevo sempre immaginato. Era una donna che portava il peso delle difficoltà di cinquanta famiglie, che spendeva il suo stipendio per studenti che non erano suoi figli, che era severa con alcuni per prepararli alla vita e tenera con altri per non spezzarli.
Cominciai a impegnarmi davvero. Organizzai gruppi di studio per aiutare chi era più in difficoltà. Smettei di disturbare in classe.
A fine anno, quando mi consegnò il diploma con una media di 9,2, la professoressa Bianchi mi regalò un sorriso. Era la prima volta che la vedevo sorridere.
Bravo, Lorenzo. Sapevo che potevi farcela.
Grazie, professoressa, per non avermi mai mollato.
Io non mollo mai con i miei studenti. Anche se a volte voi mollate con me.
Anni dopo, il giorno in cui mi laureai con una borsa di studio al Politecnico di Milano, la prima persona che cercai fu lei. Era ancora lì alla stessa scuola, sempre severa, ancora pronta a comprare libri e medicine per chi ne aveva bisogno.
Professoressa, volevo dirle grazie.
Non devi ringraziarmi, Lorenzo. Sei stato tu a lavorare duro.
No, devo farlo. Lei mi ha fatto capire che essere esigenti è una forma damore. E che spesso chi ci vuole più bene è chi ci dice la verità, non chi ci asseconda sempre.
Ora insegno anchio alluniversità. Quando devo essere rigido con un mio studente ripenso alla professoressa Bianchi. Ricordo che la severità può nascondere una profonda tenerezza. E che pretendere il massimo significa credere davvero nel potenziale di qualcuno.
Forse i miei studenti oggi mi detestano quanto io detestavo lei da ragazzo. Ma spero che un giorno, come è successo a me, comprendano che i maestri più severi sono spesso quelli che ci hanno amato di più.
In fondo, imparare a guardare più a fondo negli altri, senza fermarsi alle apparenze, è una delle lezioni più preziose della vita.

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# La Professoressa che Tutti Detestavamo La professoressa Ferrari era il terrore dell’Istituto Tecnico Statale “Leonardo da Vinci” di Milano. Tutti avevamo paura di lei. Era quella docente che ti sgridava se arrivavi anche solo un minuto in ritardo, che ti toglieva punti per la camicia fuori dai pantaloni, che non sorrideva mai e sembrava quasi divertirsi a bocciare gli studenti. In terza, io ero il leader non ufficiale di quelli che la odiavano. Organizzavo i mugugni, i soprannomi cattivi, gli scherzi pesanti. La chiamavamo “La Strega” e fantasticavamo su vendette per tutte le umiliazioni che ci aveva fatto subire. Il giorno in cui tutto cambiò era un venerdì di novembre. Avevo saltato le lezioni per andare con alcuni amici alla Galleria. Tornando a casa in metropolitana, notai qualcosa di strano: la professoressa Ferrari che usciva da una farmacia in un quartiere molto povero, con diverse buste in mano. La curiosità ebbe la meglio sulla paura. Scese alla fermata dopo la sua e la seguii da lontano. La vidi entrare in un condominio malmesso. Aspettai qualche minuto e mi avvicinai. Dalla finestra aperta al primo piano sentii delle voci. —Professoressa, grazie di essere venuta. Martina è a letto con la febbre da tre giorni. —Non si preoccupi, signora Conti. Ho portato l’antibiotico che ha prescritto il dottore. Martina Conti? Una compagna di classe molto silenziosa, che spesso sembrava stanca e mancava spesso a scuola. —Quanto le devo, professoressa? —Nulla, signora Conti. Ne avevamo già parlato. —Ma è una grossa spesa… —Martina è una studentessa bravissima. Merita di stare bene, per poter continuare a studiare. Mi sporsi e vidi la professoressa Ferrari, quella donna fredda e severa, accarezzare la fronte di Martina con una dolcezza che non avevo mai visto tra i banchi. —Come te la cavi con matematica, ragazza? —Bene, prof. Ho fatto gli esercizi che mi ha lasciato. —Ottimo. Lunedì ti porto dei libri in più, così ti prepari meglio al test per il liceo. —Professoressa, non so se potrò andare al liceo. Mia madre ha bisogno che lavori… —Martina, tu devi studiare. Questo è il tuo lavoro adesso. Al resto ci penso io. Me ne andai da lì confuso e turbato. Quella non era la professoressa Ferrari che conoscevo. La settimana dopo cominciai a osservarla meglio in classe. Notai cose che prima mi erano sfuggite. Quando Luca Bianchi si addormentava in classe, invece di svegliarlo urlando come faceva con noi, si avvicinava silenziosa e gli toccava la spalla. Poi scoprii che Luca lavorava in pizzeria fino a tardi per aiutare la sua famiglia. Quando Chiara Romani non portava i compiti, la prof le dava una seconda possibilità senza umiliarla di fronte agli altri. Chiara, infatti, accudiva i suoi fratelli piccoli mentre la madre faceva il turno di notte in ospedale. Un giorno trovai il coraggio di restare dopo lezione. —Professoressa, posso farle una domanda? —Dimmi, Filippo. —Perché si comporta così… diversamente con certi compagni? Rimase in silenzio per un istante, mettendo a posto le cose sulla cattedra. —A cosa ti riferisci? —Con alcuni è più… comprensiva. Ma con me e con altri è severissima. —Filippo, siediti. Mi sedetti in prima fila, nervoso. —Sai qual è la differenza fra te e Martina Conti? —No. —Tu hai genitori che possono comprarti quaderni, pagarti ripetizioni se serve, che stanno attenti ai tuoi voti. Martina no. —Ma non è colpa mia. —No, non è colpa tua. Ma è tua responsabilità sfruttare queste possibilità. Se sono esigente con te, è perché so che puoi dare di più. Se sono comprensiva con Martina, è perché sta già dando tutto quello che può. —Lei compra medicine ai suoi studenti? Mi guardò fissa. —Mi hai seguita l’altro giorno? Annuii, imbarazzato. —Filippo, alcuni dei miei ragazzi vengono a scuola senza aver fatto colazione. Altri dopo le lezioni lavorano per aiutare la famiglia. Altri ancora badano ai fratellini. Se posso fare qualcosa perché continuino a studiare, lo faccio. —A spese sue? —A spese mie. —Perché? —Perché anch’io sono cresciuta in una famiglia come la loro. Una maestra mi ha comprato i miei primi libri del liceo. Senza di lei, non sarei mai arrivata all’università. Mi venne un nodo alla gola. —Ma… allora perché è così dura con noi? —Perché la vita sarà dura con voi. Se non vi metto alla prova adesso, chi lo farà? I vostri genitori saranno sempre dalla vostra parte. Io sono l’unica a dirvi la verità: il mondo non regala nulla. —Non ci avevo mai pensato. —Filippo, tu sei intelligente ma svogliato. Passi il tempo a scherzare invece di studiare. Sai perché mi dà così fastidio? —Perché? —Perché sprechi occasioni che Martina darebbe qualsiasi cosa per avere. Lei studia con libri prestati, alla luce di una candela perché a volte non hanno corrente. Eppure prende voti più alti dei tuoi. Mi sentii il peggiore del mondo. —Posso… posso fare qualcosa per aiutare? —Vuoi davvero aiutare? —Sì. —Allora studia. Sii lo studente che puoi essere. E, se vuoi fare di più, aiuta i compagni in difficoltà. Da quel giorno vidi tutto con occhi diversi. La professoressa Ferrari non era la strega cattiva che pensavo. Era una donna che si faceva carico dei problemi di cinquanta famiglie, che spendeva il suo stipendio per ragazzi che non erano suoi figli, che era dura con chi poteva resistere e dolce con chi aveva già troppo peso sulle spalle. Iniziai a impegnarmi davvero. Organizzai gruppi di studio per aiutare i compagni in difficoltà. Smettei di fare lo spiritoso in classe. A fine anno, quando mi consegnò la pagella di terza con la media dell’8.7, la professoressa Ferrari sorrise. Era la prima volta che la vedevo sorridere. —Bravo, Filippo. Sapevo che potevi farcela. —Grazie di non essersi arresa con me, professoressa. —Non mi arrendo mai con i miei studenti. Anche quando voi vi arrendete con me. Anni dopo, laureato con una borsa di studio per merito, la prima cosa che feci fu cercarla. Insegnava ancora nella stessa scuola, ancora severa, ancora a comprare medicine e quaderni per i suoi studenti più bisognosi. —Professoressa, volevo ringraziarla. —Non devi ringraziare me, Filippo. Il lavoro l’hai fatto tu. —No, la devo ringraziare. Mi ha insegnato che essere severi è anche un modo d’amare. E che spesso chi ci ama davvero è proprio chi ci fa meno sconti. Ora sono docente universitario. E quando devo essere rigido con i miei studenti, penso alla professoressa Ferrari, al fatto che anche la severità può essere una forma di cura. Che pretendere tanto è credere nelle possibilità di qualcuno. I miei studenti forse mi odiano quanto io odiavo lei. Ma spero che, un giorno, capiscano che i professori più esigenti sono spesso quelli che ci vogliono davvero bene.
Quando la moglie vide chi aveva portato a casa stavolta il marito, scoppiò a ridere così tanto che i tre gattini, accorsi per il rumore, si nascosero dietro le sue gambe.