Tu sei mio figlio.

Tu sei mio figlio.
Avete un albergo in paese?

No, lalbergo da noi non cè mi risposero laconicamente alla stazione Ma vai dritto attraverso la piazza del mercato, troverai la Casa degli Ospiti.

Le prime impressioni su quel paese non furono delle migliori. Si stringeva tra boschi e paludi, collegato al capoluogo solamente da una vecchia linea ferroviaria a scartamento ridotto.

E lì mi avevano mandato per lavoro giornalistico. Nellarea stavano sviluppando bene i campi di torba: ettari di terra bonificata che davano ottimi raccolti, in particolar modo cavoli, come vantava il direttore della cooperativa locale.

Ma io, Matteo Sorrentino, giornalista romano, di quei campi non ero affascinato più di tanto. Dappertutto, dovunque mi portassero gli incarichi, cercavo sempre qualcosa di più, tentavo di raccogliere storie locali. Così decisi di approfondire la storia di questo Cascinello. Avevo un legame speciale: sono nato non lontano, a Noventa, il capoluogo territoriale. Così accettai subito la trasferta.

Alla Casa degli Ospiti mi accolse una donna gioviale, rotonda di viso, dallaspetto deliziosamente casalingo.

Certo che cè una stanza. È solo durante la stagione di caccia che qui non trovi nemmeno una branda, ma ora ne abbiamo a decine, anche troppe

Mi sistemò in una camera piccola e raccolta. Mi portò lacqua per il tè. Srotolai la valigia e feci uno spuntino con ciò che, da viaggiatore abituale, portavo sempre con me.

Dalla finestra vedevo la pioggia fine cadere su casette basse di legno, addossate una allaltra come passeri infreddoliti. Più in là spuntavano i soliti palazzoni grigi a due piani, spenti, coperti di macchie dumidità. La strada principale era asfaltata male, le buche coperte da vecchie tavole, i marciapiedi inesistenti. Chioschetti e negozietti si perdevano nella desolazione, tra baracche e edifici trascurati.

Oh, non mi sarebbe proprio piaciuto vivere qui. Era un ambiente simile a quello in cui ero cresciuto anchio, ma dopo luniversità, ero rimasto a Roma. No, qui non ci sarebbe stato niente per me.

Avevo ormai una casetta graziosa nella capitale, arredata con gusto, completamente diversa dalle case dei miei amici. Per renderla speciale, ero stato perfino in Trentino e avevo portato indietro delle mensole di betulla, una cassettiera singolare, e alcune mensole in legno rustico. Lalloggio era elegantemente ispirato allo stile contadino.

A Firenze, invece, in una bottega di artisti, avevo comprato alcune belle acqueforti. Avevo persino una signora delle pulizie ogni settimana. E per i miei tanti viaggi, non mi serviva altro.

Ero divorziato e avevo una figlia di dodici anni. Lei ormai vedeva di malavoglia suo padre: la madre laveva abituata così. Ma non me ne facevo un problema. Così era andata. Non soffrivo troppo. Non volevo risposarmi: la mia vita era già come la desideravo.

Non mi annoiavo e di certo non facevo la fame. Mi concedevo qualche bicchiere in compagnia di gente simpatica e colta, giravo per lavoro ma mi guadagnavo anche qualche breve avventura sentimentale.

Di aspetto ero gradevole: alto, magro, barbetta appuntita, con quellaria sognante degli intellettuali di una volta. Alle donne piacevo. Tornando a casa, pranzavo e mi buttavo sul divano con Il Corriere della Sera o qualche rivista di racconti.

Avevo letto che la felicità è uno stato normale quando niente fa male, né lanima né il corpo. Cercavo di mantenere quella tranquillità, senza farmi coinvolgere troppo dalle gioie e nemmeno demoralizzarmi per le sconfitte che, volente o nolente, comparivano.

Il giorno dopo il mio arrivo a Cascinello, andai a trovare il presidente del municipio. Era un giovane entusiasta che fu felice della mia presenza. Mi raccontò con orgoglio dei progetti agricoli, di come avevano motivato i volontari locali e ottenuto il riconoscimento della Provincia.

Saputo che mi interessava anche la storia del paese, mi consigliò di fare visita al professore di storia:

Venga da Prota, Ludovico Prota. È un uomo interessante. Insegna storia, è consigliere comunale, ha un mucchio di materiali darchivio. Vive qui vicino, in via del Bosco. Una bella casa con le imposte bianche e intagliate un vero merletto. Lo conoscono tutti, chieda pure.

Uscito dal municipio, raggiunsi la cooperativa. Mi procurarono unautista con la macchina, per fare il giro del paese. Alla fine mi pentii: i campi ormai erano stati raccolti, cera davvero poco da fotografare. Solo montagne di cavoli nei depositi: che reportage si poteva fare?

Parlai con qualche operaio, ma i loro racconti non aggiungevano nulla a quanto già sentito dal presidente. Insomma, avevo abbastanza materiale.

Ci fermammo alla mensa, dove inaspettatamente mangiai benissimo e a prezzi incredibili: si spendeva la metà di quanto fossi abituato in città, ma anche gli stipendi erano proporzionati. O forse i prezzi erano adeguati alle paghe.

Stanco, rientrai alla Casa degli Ospiti. Un sonnellino mi rimise in forze, ma la pioggia mi rendeva ancora più pigro. Verso sera però decisi di andare da Ludovico Prota. Mi serviva ancora materiale per completare un articolo.

Via del Bosco, pur essendo di sterrato, aveva unaria accogliente. A destra, vibravano le foglie rosse degli aceri, a sinistra quelle gialle dei pioppi. Le case si susseguivano ognuna con piccoli recinti fioriti.

Nonostante il tardo autunno, brillavano ancora fiori tardivi e si infuocavano bacche di rosa canina. Un tramonto tenue colorava il cielo sullo sfondo. Qualcosa di dolce, di familiare, agitava la mia memoria dinfanzia.

La casa dei Prota la trovai subito, grazie alle imposte di legno, un pizzo elaborato e splendido. Anzi, notai che quasi tutte le case lì avevano bellissime finestre non mancava materiale per le mie foto.

Tre meli crescevano nel cortile, con ancora qualche frutto giallo. Sul recinto pendevano bacche bluastre di prugnolo. Qualcosa di rassicurante traspariva, unimmagine di stabilità e calore.

Il professore era in cortile, in una piccola officina, a lavorare ancora una volta con il legno, realizzando una staccionata intagliata. Si avvicinò, mi salutò, e spiegai chi ero e che cercavo.

Vuole anche sapere degli intagli delle finestre? Quante ne avrà già viste

Oh, sì sorrise lui Ma non pensi che qui ci sia una vera tradizione: ognuno sè arrangiato con quello che ha, idee prese in giro. Forse le ho messe in testa io a tutti Benvenuto, comunque, entri pure in casa.

Era solo in casa: la moglie al lavoro, i figli in palestra. Passammo dal piccolo ingresso e ci ritrovammo nella grande cucina-soggiorno, luminosa, con due finestre. Un vaso con fiori gialli, gerani rossi sui davanzali, libri stipati sugli scaffali fino al soffitto: romanzi, faldoni con etichette manoscritte, album pieni di ritagli.

Cera anche un quadro, a olio: tre betulle bianche sopra un lago di bosco. Mi sembrava di averlo già visto, con dettagli in qualche modo familiari. Sarà stata copia, pensai

Il padrone di casa portò subito biscotti, crostata, le tazze. Lambiente era così caldo e accogliente che mi sentii subito a mio agio. Scorrazzando con lo sguardo sui dorsi dei libri, mi resi conto che cera molto da leggere anche per uno scafato come me.

Ludovico Prota era robusto, non altissimo, già ingrigito sebbene non molto più vecchio di me. Vestiva rilassato, camicia usata, pantaloni lisi, grandi calzettoni di lana: il classico maestro di campagna a suo agio a casa propria.

Mi scusi la semplicità Un goccio di grappa?

No, grazie risposi già il tè basta.

Dunque le interessa la storia di Cascinello? Purtroppo di fonti certe ne abbiamo poche, ma penso che il primo nucleo sia sorto tra il Trecento e il Quattrocento, su terre dei nobili locali e dei monasteri. I contadini, poveri e obbligati, spesso fuggivano qui nei boschi per sfuggire alla schiavitù Così nacque Cascinello.

Prese dalla libreria un registro spesso e lo posò davanti a me. In bella calligrafia stava scritto: Cascinello. Storia del paese.

Sfogliai il volume, colpito: alcune pagine erano corredate di foto amatoriali, una mi attrasse subito. Un ragazzino snello, occhi vivi, forse dieci anni. Simile a come mi ricordavo da piccolo: seduto su una panca, brandiva orgoglioso un vecchio ascia fatta a mano, occhi colmi di allegria.

Trattenni il respiro.

Chi è quel bambino?

Lì? Ah, mio figlio maggiore, Luca. Una foto di qualche anno fa

Prota raccontava ancora: della storia, dei ritrovamenti, delle guerre, delle campagne, delle difficoltà.

Provi questa marmellata, mia moglie ne fa di eccezionale. E quel casco lì, lo hanno trovato i ragazzi durante gli scavi. Sono inseriti nellalbo storico provinciale. Mio figlio grande comanda già il gruppo dei giovani archeologi qui

Quel libro era una miniera per il giornalista in me. Impossibile portarlo via, così passai a fare fotografie alle pagine. Ma la pellicola finì proprio quando serviva!

Che peccato. Ma i miei figli hanno una macchina fotografica: se vuole, la prenda.

No, grazie. In camera mia, alla Casa degli Ospiti, ho altra pellicola. Torno domattina posso?

Laccordo fu preso. Lindomani sarei già ripartito: avrei foto la mattina, poi visita allospedale nuovo, al parco nato sullantica brulla, e infine la mostra delle arti locali per larticolo.

Avevo la mente già proiettata sullarticolo che sarebbe venuto: la storia affascinava più della cronaca di bonifica delle paludi e raccolto dei cavoli per cui ero stato inviato. Il libro del professore era un capolavoro: approfondimento, cronaca, ricordi, storie, descrizioni della natura, delle persone, della guerra. Cosa può desiderare di più un cronista?

La mattina dopo, il sole colorava la parete sul letto con un nastro rosa, era la prima cosa che vidi. Sentivo dessere di buon umore. Presi il tè, caricai la macchina fotografica e a piedi, sotto i primi raggi, tornai in via del Bosco.

La strada mi pareva ancora più bella, e sognavo: un giorno, avrei incorniciato uno specchio in casa mia come quei merletti di legno

I Prota erano nellorto, tutti insieme. Palette, vanghe, grembiule bianco, una donna dai capelli raccolti sotto il fazzoletto, due ragazzi. Ludovico, visto che arrivavo, lasciò tutto e mi corse incontro.

Buongiorno! Spero di non disturbare?

Ma no! Un po di faccende La terra è bagnata, bisogna rivangare prima dellinverno. Ma qui siamo veloci. Anche Luca e Sandro ci aiutano pensavo venisse dopo.

Attivò un rubinetto dietro casa, lavò le mani con il getto potente.

Che bello che avete qui, osservai, rimirando il gazebo con panche lavorate.

Eh sì, ma adesso fa freddo per stare fuori. Entriamo, venga.

E la famiglia?

Luca finisce lui, manca poco. Venite, così facciamo colazione insieme: qui non si esce a stomaco vuoto!

Tutto quellappezzamento lavete vangato?

Dalle cinque del mattino. I ragazzi vanno via oggi, per una gara a Roma. Sono decisi, la famiglia fa le cose insieme.

Fotografai subito il libro, nella sala luminosa. Sentivo la porta sbattere e voci nella cucina: la mamma e i ragazzi erano rientrati.

Si accomodi, Matteo.

Sul tavolo: frittelle calde, marmellata, il samovar, biscotti e formaggio. Sorrisi: quellambiente mi piaceva, accogliente, pieno di libri, affetti.

Mi lavai le mani. Ludovico presentò:

Ecco Anna, mia moglie. Matteo è il giornalista venuto da Roma.

Mi voltai e sorrisi, ma lacqua mi scorreva sulle mani e non riuscivo a smettere di strofinarle: tutto si confuse nella testa, i pensieri partivano e tornavano come nel vortice di un sogno.

Anna Proprio Anna

Era lei. Il ricordo mi invase tutto: caotico, doloroso e improvvisamente lucido. Eppure, nella realtà, non passarono che pochi secondi.

La storia spesso non è come la raccontiamo a parole. Anni prima, al secondo anno di università, avevo conosciuto Anna, una ragazza di una bellezza disarmante, quasi esotica. Leggera, vestitino di cotone chiaro, fazzoletto colorato, treccia grossa, mani e braccia già brune d’estate una perfezione naturale da levare il fiato.

Andavamo in gruppo per un campo di lavoro, verso il mare. Lei scienze naturali, io lettere. La incontrai alla stazione, mi infilai nel suo vagone. I ragazzi strimpellavano la chitarra, si cantava tutti assieme, nemmeno una briciola di sonno.

Sei lunica luna
Che rischiara la sera
La primavera
E la stella del campo

Stavo sempre vicino a lei, cercavo di far colpo, e in effetti, ci riuscii. Battute, aneddoti, canzoni. Che notte magica! Al mare, urlai Mareee! e fui il primo a immergermi, sempre per farmi notare.

A quel campo, conquistai Anna lei lasciò un ragazzo del gruppo di educazione fisica per me. Gli piacevo.

Furono giorni indimenticabili. Mi innamorai sul serio: i suoi occhi profondi mi facevano perdere la testa. La circondavo di poesie, racconti, e lei chiedeva sempre di più.

Dinverno, la convinsi a venire al centro sportivo universitario. Anche lì, insistetti per avere una stanza insieme. Scivolammo in un rapporto intimo, ormai non era più idealizzazione: Anna era mia ragazza, forse la sposa del futuro, ma per il momento, io pensavo solo agli studi, alla carriera letteraria.

Quando fu ricoverata, la andai a trovare a malincuore: pareti bianche, odore di disinfettante, la sua figura magra con il camice. Mi turbai.

Farai presto a guarire, vero? le dissi.

Matteo, sono incinta. Di te. Avremo un bambino.

Noi? rimasi perplesso, come se non centrassi niente Ma questa è una tua cosa, tu sei malata, io sto bene, sono solo venuto a trovarti

Mi convenne la battuta: Dimmi, amore, le famose tre parole che uniscono due per sempre! Matteo, sono incinta.

Ma io non volevo essere legato così. Ero giovane, dovevo scrivere il mio romanzo. Non tornai più. La sua amica venne a rimproverarmi, ma la scacciai con arroganza.

Lei si dimise, mi fecero sapere che girovagava già col pancione. Io, invece, mi buttai sugli studi, scansai dicerie e rapporti.

Un sabato la incontrai in collegio. Chiacchierai mille cose inutili: la raccolta dei materiali, la casa editrice, la tesi Lei apparecchiava in silenzio.

Alla fine, conclusi:

Vedi, Anna, adesso non posso sposarmi né avere un figlio. Ognuno è artefice del proprio destino.

Lei annuì:

Certo.

E allora?

Niente. Voglio solo che tu sia felice.

E tu?

Io io comprerò per prima il tuo libro fece spallucce tu scrivi, Matteo, scrivi che ci riuscirai. E bevi sto caffè, che si raffredda

Ultimo incontro: il resto degli anni lho evitata con cura. Quando è nato mio figlio, lei era già rientrata nel suo paesino. La questione: se non ci pensi, il figlio non esiste.

Forse, quellepisodio mi segnò: dopo fui scrupolosissimo, nessun problema simile. Mi sposai, ebbi una figlia, ma il matrimonio fu breve. Forse non ero portato per la famiglia. Da allora, relazioni brevi, senza mai legarmi troppo.

E tutto questo turbinò mentre lavavo le mani, in pochi, velocissimi istanti.

La Anna di oggi era in tuta grigia, un po appesantita, ma ancora aggraziata nei movimenti. Mi ricordai che era proprio questo che mi aveva attratto allora.

La treccia cera ancora, un po scompigliata. Sorrise servendo la colazione, parlò col marito con semplicità e familiarità.

Mamma, ho messo via le vanghe. Oh… Buongiorno, entrò in cucina un ragazzo alto, sottile, i tratti del viso molto simili ai suoi e ai miei.

Piacere.

La colazione fu serena, si parlava della partenza dei ragazzi per la gara a Roma, delle cose da portare. Anna non mi guardava, deliberatamente.

Complimenti, tua moglie è davvero una bella donna, dissi a Ludovico quando restammo soli.

Eh sì, sono fortunato. E anche molto talentuosa: guarda questo quadro, lha fatto lei.

Rividi le betulle del quadro: lo riconobbi, lo aveva dipinto Anna, proprio in mia presenza

E come vi siete conosciuti?

Eravamo nuovi entrambi in paese, ci siamo presi subito. Io sono venuto dopo aver lavorato qualche anno e fatto il servizio militare. Ho capito che amavo la storia, così ho preso la cattedra appena hanno cercato un docente qui.

Sei stato fortunato

Io ero ormai certo: Luca era mio figlio. Era simile a me, non aveva nulla del fisico robusto del padre adottivo. E Anna lo aveva chiamato proprio come me.

Avrei voluto fermarmi allinfinito in quella stanza, osservare Anna, i figli, le finestre intagliate, le torte, la cucina, vivere quella vita vera che mi era mancata. Ma ormai dovevo andarmene. Lei non usciva nemmeno a salutare: era impegnata a preparare i ragazzi per il viaggio.

Mi alzai.

Ci vediamo in stazione? Accompagnate i ragazzi sul treno per Roma?

Sì, certo. Allora a dopo. Grazie di tutto, Ludovico.

Guardai ancora una volta la porta, ma Anna non apparve.

Scendo per via del Bosco, con il gelo nel cuore, quasi stessi lasciando il letto caldo in una notte senza riscaldamento.

Avevo ancora nella testa la canzone dei ventanni:

Guarda che svolta prende il fiume,
puoi rinunciare alla pace,
puoi voltarti e andare…
Ma resta, resta!

Davvero quei sentimenti erano gli unici autentici? Davvero la mia anima ricordava solo lei? E davvero ho un figlio?

Questa scoperta mi sconvolse. Saltai tutte le visite e rientrai nervoso alla Casa degli Ospiti, sprofondando nei pensieri.

Come avevo potuto non ricordare quel quadro con le betulle? Era stato il nostro pomeriggio insieme: io steso sul prato, lei a dipingere.

Lei non poteva averlo dimenticato. E se mi avesse davvero amato e forse mi amava ancora? E se la invitassi a Roma?

La mia casa contadina mi sembrava ora solo una copia, una bugia. Lei avrebbe saputo portare la vita vera in quelle pareti.

Guardando fuori, vedevo il paesino imbrunire, le nuvole tornare e il sole sparire.

Che sciocchezza potevo portarla a Roma: insegnanti ce ne vogliono ovunque. Lei era capace. E i figli, anche il secondo Li avrei presi con me.

Forse, la mia vita sarebbe diventata piena, vera, come quella di Ludovico. Invidiavo quel maestro normale. Chi avrebbe mai detto che sarei arrivato a invidiare un paesano?

Ora vedevo davanti ai miei occhi solo la casa intagliata, il cortile, le mele, le bacche bluastre, la famiglia, la marmellata, i gerani, la scopa nellangolo. I miei genitori erano stati così. E io avevo scelto diversamente, convinto di saper vivere meglio.

Davvero? Ho vissuto meglio?

Arrivai in stazione con largo anticipo. Dovevo rivedere Anna, parlarle. Ma capii subito che sarebbe stato complicato: autobus e bambini in fermento, genitori dappertutto sul binario.

Il gruppo dei ragazzi era guidato dallallenatore, che li sistemava, dava istruzioni. I genitori chiacchieravano, qualcuno si commuoveva. Mi avvicinai a Ludovico.

Se serve una mano a Roma ho amicizie ai ministeri cominciai, ma mi zittii subito: mi sentivo ridicolo a promettere aiuti inutili.

No, grazie. Sono organizzati, staranno in albergo col mister, non cè problema. Anna, ti serve qualcosa per Roma?

Si voltò, mi sorrise. Una carezza di sguardo.

A Roma? Serve solo che giochino bene! Sta sereno, andrà tutto liscio.

Notai che Ludovico era teso; si strofinava le mani, guardava i figli attento. Qualcuno lo chiamò, si allontanò un attimo. Restai solo con Anna.

Anna chiamai piano.

Lei si voltò, splendida nella semplicità: jeans, giubbino, un grande chignon.

Mi hai riconosciuto?

Certo, Matteo, le sopracciglia ballarono non siamo cambiati tanto.

Tu qui ti trovi bene?

Qui? Sì, certo, guardava il marito e i ragazzi. A Roma ci tornerei anche adesso, scapperei insieme a loro, ma bisogna lasciarli crescere, no? Sono grandi ormai

Intendevo: non hai mai pensato di tornare a vivere a Roma? A lavorare lì?

Non saprei. Mai riflettuto seriamente. Se Ludovico volesse, partirei per qualsiasi posto. Ma qui stiamo bene. Solo che i ragazzi tra poco voleranno via. Ci pensiamo, a volte

Anna

Volevo chiedere del figlio, ma laltoparlante annunciò il treno per Roma. Subito tutti si mossero: ansie, baci, valigie, saluti. Il mio vagone era il dieci, i ragazzi viaggiavano in quelli anteriori.

Mi sentivo fuori posto e un po irritato. In fondo, ero un giornalista noto, ospite della capitale. Eppure, tutti pensavano solo ai ragazzi. In fondo, quei bambini Eppure, se fosse stato davvero mio figlio? Che ragazzo sveglio!

Avevo però unoccasione: durante il viaggio, avrei trovato modo di parlare con Luca, dirgli la verità, proporgli aiuto.

Ci pensai per ore, aspettando che si sistemassero. Alle nove di sera mi decisi.

Nei vagoni dei ragazzi era un casino. Chiamarono:

Luca Prota! Cercava qualcuno!

Scese dal letto, lo trovai nel corridoio. Andammo insieme nel tamburo, fuori dal rumore.

Luca scusami ma non ce la facevo più. Dovevo parlarti. Ho tanto da dirti.

Lo so: lei è mio padre.

Come?

Mia mamma me lha raccontato da anni. Ho anche il suo libro, quello di racconti. Lho letto.

Il mio libro? Rugiada, vero?

Luca annuì.

E ti è piaciuto?

Sì, abbastanza, distolse lo sguardo.

Quindi sapevate tutti che

Papà laveva intuito, oggi mamma ci ha detto chi era lei. Per noi non cambia nulla. Papà vero ce lho dalletà di due anni. E ognuno si fa la sua strada, no?

Mi trafisse: era stata per anni la mia massima preferita.

Il treno intanto entrava fragoroso sul ponte, il rumore ovattava i pensieri.

Gridai:

Sì, certo. Ma pensa hai già quindici anni, tra poco studi. Io sto a Roma amici, casa sono solo, eh. Potremmo organizzare

No, grazie. Ho già un piano con i miei genitori.

Ma, se cambiassi idea: Roma offre tanto, io potrei aiutarti con il lavoro, i soldi non mancherebbero

No. Faccio da solo. Ora devo tornare, il mister si preoccupa. Arrivederci! E scomparve nella carrozza.

Rimasi solo, il silenzio dopo il fragore del ponte era surreale. Cosa fare? Rincorrerlo, gridare Figlio mio!? Una scena da melodramma.

Mi vergognai un po. Estraneo.

Davvero mio figlio mi è estraneo? Ero stato io a volere che fosse così: a dimenticare, a non sapere. Ognuno si forgia il proprio destino.

Qualcun altro aveva creato quella casa dalle finestre intagliate, quella famiglia; era felicità vera.

Tornai alla cuccetta: camminavo come uno che ha bevuto troppo. Non avrei voluto tornare nella mia casa vuota, rustica solo per finta. Rimasi a fissare il soffitto, incapace di dormire.

Tradivo la mia stessa filosofia: che la felicità è quando niente fa male. Ora tutto mi faceva male: il cuore, la testa. Avrei voluto scendere in corsa.

Perché la vita mi aveva portato proprio lì, in quel paese, davanti a mio figlio? Un senso ci doveva essere. Forse

Mi tornò alla mente mia figlia silenziosa, chiusa. Forse lei potevo ancora recuperarla, non era ancora troppo tardi.

Alla cuccetta sopra, Luca guardava nel buio del finestrino. Non parlò più con nessuno. Pensava che la sua vita sarebbe stata proprio come quella dei suoi genitori: una casa accogliente, un lavoro che ami, persone care e sincere attorno.

Ma gli dispiacque un po per quel padre solitario.

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