— Una fannullona con richieste regali! Meglio se portasse più soldi in famiglia piuttosto che comprare cibi costosi, ha detto la suocera.

Che farina, le tue richieste sono reali! Meglio che porti più soldi a casa invece di comprare prodotti costosi, sbuffò la suocera.
Ciao, tesoro. Sono arrivato, ma tu non ci sei chiamò Giovanni la moglie Fiorenza, accorgendosi che non c’era nessuno in casa, nonostante avessero programmato di festeggiare lanniversario di coppia.

Ciao, amore. Sono bloccata a un incontro Scusa, arrivo subito. Ho già preparato la cena di festa. Se hai fame, ti serve qualcosa.

Sì, ho visto sul tavolo: pesce al forno e panna montata. Un abbinamento strano. Cara, sei incinta? rise Giovanni.

Mah Il pesce dovrebbe stare lontano dalla panna. La panna la pensavo per il dessert con fragole e formaggio.

Davvero? Allora corro al negozio a prendere le fragole. Che formaggio prendo?

Gennarì, ho già pensato a tutto. Sullinsalatiera cè la fragola. Guardala bene! Come fai a non vederla? E il formaggio erborinato è in frigo, il nostro preferito. Ho ricevuto una mancia dal cliente, così mi sono concessa una piccola stravolgita per lanniversario. Se proprio vuoi andare al mercato, passa al banco delle decorazioni all’angolo, prendi delle candele voglio un po’ di romanticismo.

Fiorenzuzza, sole mio! Inizio a preoccuparmi Sono lunico per te?

Che?

Marito.

Che domande stupide! Tu sei il mio unico uomo!

Allora non capisco di che fragola con panna parli. O non lhai notata perché lhai già mangiata?

Gennarì, non è divertente. Vuoi che ti mandi lo scontrino? Stamattina sono andata in autobus al grande ipermercato per le fragole migliori! Il formaggio lho preso lì. Ho anche preso una confezione di ricotta per colazione, la tua ricotta preferita, che non si trova al negozio di zona!

La ricotta ce lho ma né formaggio né fragole sono in frigo.

E il vino? Spumante!

Dove guardo?

In frigo! Lho messo a raffreddare!

Lo vedo, bella bottiglia Hai speso anche tu? O era una promo?

Promo! Due per il prezzo di uno!

Hai già bevuto la seconda? domandò Giovanni, sorpreso.

Sì, prima dellincontro con il cliente, per coraggio, rispose Fiorenza con sarcasmo. Smettila di scherzare, Gennarì! Ho messo due bottiglie in frigo. Se non hai ancora iniziato a festeggiare, non lo so nemmeno io, ma fragole, formaggio e DUE bottiglie di spumante sono lì.

Vieni a controllare, vediamo se non è sparita nulla.

Giovanni rimase perplesso: non aveva mai notato tanta cura da parte di sua moglie. Fiorenza era una giovane donna sveglia, dalla memoria dacciaio. E ora sembrava tutto un pasticcio.

«Forse ho sbagliato regalo? Meglio farla rilassare».

Fiorenza tornò a casa e confermò le parole del marito: né fragole né formaggio sul tavolo.

Che… fantasma è questo? Non capisco nulla

Forse le hai lasciate al banco? Succede.

Ricordo di aver lavato le fragole e messo tutto nel piatto.

Allora non lo so. Ti regalo un buono per un massaggio, così ti rilassi

Grazie, ma non trasformarmi in un parkinsoniano!

I due si scambiarono uno sguardo e decisero di non approfondire. Fiorenza comprò delluva al posto delle fragole, e il formaggio erborinato lo sostituì con un classico in offerta dal negozio di sotto. Il romanticismo della sera non ne risentì.

La mattina successiva Giovanni partì per il lavoro, mentre Fiorenza, in ritardo, voleva andare al salone per usufruire del massaggio regalato. Fortunatamente il suo turno flessibile le permetteva di scegliere lorario. Uscì di casa, si ricordò del buono, tornò indietro, ma la serratura non girava: qualcuno aveva chiuso la porta dallinterno.

Premette il campanello, attese un attimo e bussò con insistenza. Fiorenza pensò che anche il marito avesse dimenticato qualcosa e fosse tornato di corsa. Dopo cinque minuti, aprì la suocera Teresina Bianchi.

Teresina Bianchi?! Che ci fai qui?! esclamò Fiorenza.

Passavo di lì. Pensavo di fare un salto

Come hai aperto la porta?!

Giovanni era a casa, mi ha fatto entrare

Giovanni è uscito prima di me!

È tornato.

Quando? Sono appena uscita! Teresina, confessaci Che ci facevi nella nostra casa?!

Non è casa tua. È lappartamento di mio figlio.

È comprato in matrimonio, anche con i miei soldi! Fiorenza, con passo deciso, raggiunse la cucina e trovò una busta con un contenitore mal nascosto. Cosè? Hai preso il pesce che ho preparato ieri?

Sì, solo le parti avanzate: testa e coda. Volevo dare da mangiare ai gatti di quartiere.

Nel nostro cortile non ci sono gatti, Teresina! E anche luva volevi darla ai gatti?

Fiorenza socchiuse gli occhi.

Se avete problemi di soldi, ditelo subito! Giovanni vi aiuta, vi trasferisce dei soldi.

Da due mesi non ha più trasferito nulla! Lancia solo spiccioli, è quasi una povertà. Il frigo è vuoto, a malapena arrivo al pensionamento!

Stiamo facendo dei lavori, quindi risparmio rispose Fiorenza, infastidita dal comportamento della suocera. Non le dispiaceva il cibo, ma voleva sapere da dove sparivano le cose. Altrimenti impazziva per non trovare più le pietanze nel frigo.

Va bene, dammi il pesce, me ne vado. Ho mille cose da fare concluse Teresina, uscendo senza spiegare come fosse entrata. Era chiaro che aveva una copia di riserva delle chiavi.

La sera, Giovanni tornò dal lavoro e Fiorenza gli raccontò della visita inspiegabile della suocera.

Ha inventato dei gatti Forse è così povera che lultimo crostino lo mangia senza sale?

Non lo so, dobbiamo parlare con lei, fare una visita rifletté Giovanni. Fiorenza annuì e, il giorno dopo, andò a curiosare a casa della suocera.

Non cera traccia di Teresina, ma una vicina, Maddalena, aprì la porta a Fiorenza.

Teresina è andata in banca, vuoi rimanere a bere un tè?

Grazie Sa perché è andata in banca?

Vuole ritirare i risparmi, sta per comprare qualcosa di grosso

Non le ha detto comè la sua situazione finanziaria?

Dice sempre che è generosa con il figlio: gli manda grandi somme, per il cibo, per la casa, e ne resta ancora. Gennarino la coccola, ovviamente Ieri, lho vista arrivare, ha già apparecchiato la tavola. Che formaggi! Che vino! I miei nipoti hanno comprato un televisore nuovo, così guardiamo le serie in alta definizione. Ha anche preso un abbonamento a un servizio di film 24 ore su 24.

Maddalena intrattenne Fiorenza con chiacchiere finché non apparve Teresina.

Oh, arriva la suocera. Corri, sei già in ritardo per il lavoro osservò la vicina guardando fuori dalla finestra.

Io faccio turni, lavoro nel campo della bellezza.

Sì, Teresina dice che sei una farfalla dormiente, che Gennarino ti sostiene. Tre diplomi, ma sempre lo stesso! Ti irrita con le sue richieste reali: vino francese, formaggio erborinato ma non capisce nulla! Sarebbe meglio se portassi più soldi in famiglia sbottò la vicina, poi coprì la bocca.

Grazie per il tè. Devo andare. mormorò Fiorenza.

Teresina aprì di corsa, sorpresa dalla visita della nuora.

Fiorenza? Che ci fai?

Ho un cliente nella casa accanto, ho pensato di fare un salto. Sono arrivata presto, niente da fare. Un caffè? si diresse verso la cucina, con la stessa sicurezza di poco prima. Vedo che bevi vino francese costoso Come farai a farcela fino alla pensione? Una bottiglia costa più del tuo stipendio mensile! notò la bottiglia sulla mensola, quella che aveva comprato per lanniversario. Ah, qui cè il formaggio francese Solo in televisione vedono certe prelibatezze, mentre tu, Teresina, ti pavoneggi. Ti hanno aumentato la pensione? O hai trovato un tesoro? Condividi, altrimenti non possiamo nemmeno cominciare i lavori di ristrutturazione.

Fiorenza era furiosa. Capì che la suocera aveva svuotato il frigo e loro avevano mangiato i cibi rubati, parlando alle vicine di quanto fosse poco fortunata la nuora.

Io ho comprato tutto, non puoi accusarmi! sbuffò Teresina, gonfiandosi come un tacchino.

Allora mostri le ricevute!

Fiorenza ricordò che anche il suo nuovo siero per il viso era sparito. La suocera prendeva tutto ciò che non serviva e se ne vantava davanti alle vicine, dicendo che era grazie al figlio.

Non devo rendere conto a te! ribatté Teresina.

Il cellulare della suocera squillò; sullo schermo comparve il numero di un grande ipermercato di elettronica.

Pronto? disse Teresina, cercando di parlare a bassa voce.

Signora Bianchi? Lordine è pronto Pagherà in contanti al corriere?

Sì rispose lei.

Il corriere arriverà domani tra le 10 e le 18. È comodo per il televisore?

Sì.

Indichi lindirizzo, per favore.

Dovette dettare lindirizzo a Fiorenza, che ascoltava tutto.

Vuole lassicurazione extra?

No.

Grazie, buona giornata.

Fiorenza capì tutto.

Quindi usi i soldi di mio marito per costruirti un cinema a casa, così ti vanti alle vicine?

Teresina arrossì.

Daccordo, Gennarì non ti aiuterà più. Hai già tutto quello che ti serve! Da noi i tubi del bagno sono corrotti, così possiamo allagare i vicini.

Fiorenza uscì di corsa dallappartamento della suocera, sbattendo la porta con frustrazione.

La sera, lui e lei ebbero una discussione seria. Giovanni, forse, non avrebbe creduto Fiorenza se non avesse fotografato il formaggio e lo spumante nella cucina della suocera.

Che dire? Tutti vogliono una vita migliore, mormorò Giovanni.

Ora tocca a noi. La tua mamma aspetterà.

Va bene, Fiorenza, ti ho sentita. Non darò più soldi a tua madre.

Giovanni mantenne la promessa, e Fiorenza, se aveva comprato qualcosa di buono per la festa, iniziò a nascondere i delicati cibi nel frigorifero con una serratura a codice, così almeno la sua cosmetica era al sicuro.

Teresina non riconobbe la sua colpa. Si lamentò ancora con le vicine, ma non più invitandole a casa sua per far loro assaggiare formaggi francesi o châteaubarto con il frigo chiuso. E non spendeva più la pensione in lussi.

Riducendo le spese, Giovanni e Fiorenza riuscirono a finire i lavori di ristrutturazione e persino a pensare di avere figli. Teresina, diventata nonna, smise di arrabbiarsi e capì che la felicità non sta nei soldi. Ora ha una vera ragione di orgoglio: una nipotina doro.

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— Una fannullona con richieste regali! Meglio se portasse più soldi in famiglia piuttosto che comprare cibi costosi, ha detto la suocera.
«Torna subito a casa!» quasi urlò suo marito. «O non ti importa niente di tua figlia? Sono stufo di stare con lei!» Elena sollevò il calice di prosecco, sorridendo all’amica Olga. La festa di compleanno era stata un successo: una ventina di persone al bistrot, risate senza sosta, e finalmente, dopo mesi, si sentiva di nuovo donna – non solo la mamma della piccola Giulia di un anno. «Alla tua felicità!» disse, proprio mentre il telefono squillava insistentemente. «Elena, dove sei?!» – la voce di Michele era evidentemente irritata. – «Nostra figlia sta piangendo da più di un’ora!» «Michele, ti avevo detto che sarei tornata più tardi. Olga fa la festa solo una volta all’anno. Avevamo deciso…» «Avevi promesso di essere qui tra due ore! Ne sono passate già tre!» Elena si allontanò dal tavolo per non disturbare gli altri. «Prova a darle un po’ d’acqua, forse ha caldo.» «Ho provato di tutto! Giulia sta male, ha bisogno della sua mamma!» «Michele, calmati. Controlla il pannolino, magari le dà fastidio. Arrivo tra un’ora.» «No! Torna a casa subito!» quasi gridò Michele. «O non ti importa di tua figlia?» «Va bene, vengo via dieci minuti prima.» «Elena, tu…» Tono occupato. Aveva riattaccato. Elena tornò al tavolo, ma l’atmosfera ormai era rovinata. Le amiche la circondarono con preoccupazione. «Cos’è successo?» domandò Olga con aria gentile. «Giulia piange e Michele non riesce a calmarla. Dice che sta male.» «Mamma mia, è un uomo!» intervenne Tiziana. «Mio Igor all’inizio si terrorizzava, pensava che il bimbo gli si rompesse tra le mani.» «Anche mio marito ancora non capisce perché nostra figlia piange!» rise Marina. «Mi chiama per qualsiasi cosa.» «Ragazze, forse è meglio che vada davvero…» Elena era incerta. «È la prima volta che esci in tre mesi!» disse Olga decisa. «Può aspettare un’ora. Che impari che vuol dire essere padre.» Quando Elena provò a riprendere la conversazione, Michele fece irruzione al bistrot con la piccola Giulia in braccio e il viso paonazzo. «Eccola!» tuonò attraversando la sala. «Mamma dell’anno! Mentre sua figlia sta morendo, lei si diverte!» Tutti tacquero. Gli occhi si fissarono su Elena, che si fece rossa. «Michele, ma che fai?» sussurrò lei. «Quello che dovevo fare un’ora fa!» agitava la bambina con enfasi. «Ho portato la nostra figlia morente dalla madre irresponsabile!» «Smettila, non fare scenate!» intervenne Olga alzandosi. «È inopportuno, ricorda che la bambina è anche tua.» «Non ti immischiare!» scattò lui. «È colpa tua se l’ha lasciata sola. Guarda!» indicò gli occhi umidi della piccola. «Abbassa la voce, giovanotto,» lo ammonì un signore canuto al tavolo accanto. «Stiamo cercando di cenare.» «Non sono affari tuoi!» sbottò Michele. «Mia moglie ha abbandonato una bambina malata!» «Michele, basta,» Elena si alzò e prese la figlia. Giulia si calmò subito tra le braccia della madre. «Scusa, Olga,» disse a voce bassa. «Devo andare.» «Certo che devi!» sibilò Michele livido. «Finalmente ti ricordi di essere madre!» «Non scusarti,» Olga l’abbracciò. «Non è colpa tua.» «Ma va all’inferno!» sbottò Tiziana. «I veri uomini non si comportano così!» Michele stava per replicare, ma il gestore del bistrot si avvicinò risoluto. «Mi dispiace, vi devo chiedere di uscire. State disturbando gli altri clienti.» A casa, Elena tolse la maglietta alla figlia e trovò un’etichetta che le aveva arrossato il collo. «Ecco la malattia!» mostrò al marito. «Era l’etichetta.» «Come potevo saperlo?» lui scrollò le spalle, sprofondando sul divano. «Come? Spogliandola e guardando!» «Senti, io non faccio la tata. È roba da donne.» Elena si girò di scatto. «Cosa hai detto?» «Quello che penso. Io lavoro, porto i soldi. I figli spettano a te.» «Michele, mi hai umiliata davanti a tutti per una stupida etichetta!» «Ora almeno hai capito che la madre dev’essere a casa, non al bistrot con le amiche.» «Sei serio?» Elena non credeva alle proprie orecchie. «Io lavoro da remoto, gestisco tre progetti, curo la bimba, cucino, pulisco… e quando dovrei riposarmi?» «Riposare?» Michele sbuffò. «Stai a casa con una bambina, quello sì che è relax. Prova tu dieci ore in ufficio!» «Prova tu a non dormire la notte con una figlia urlante!» Elena insorse. «Dai, non è difficile! Dai da mangiare, cambi il pannolino…» «Già, non è difficile. Eppure nemmeno hai guardato l’etichetta.» Michele afferrò le chiavi. «Basta! Vado da Sergio, mi serve una pausa dalla felicità famigliare.» «Va’,» disse lei piano. «Come sempre.» Elena fissò la porta chiusa e Giulia dormiva serena tra le sue braccia. In fretta preparò una borsa, vestì la bimba e uscì. Mezz’ora dopo era davanti alla porta della suocera, col trolley e il passeggino. «Elena?» Anna Petrovna la accolse sorpresa. «Cos’è successo?» «Me ne vado da Michele. Possiamo stare qui qualche giorno?» «Certo, entra. Racconta cosa ha combinato stavolta.» «Ha fatto una scenata al bistrot davanti a tutti,» raccontò Elena, cullando la bimba. «Ha gridato che sono una madre terribile, che la figlia stava morendo… Poi era solo l’etichetta! Non ha nemmeno provato a capire.» «Che vergogna,» scosse la testa la suocera. «E poi?» «Poi ha detto che i figli sono compito delle donne. Lui non fa la tata.» «Capisco.» Anna Petrovna fu secca. «Quindi Giulia non è figlia sua, vero?» «Esatto. E sai cos’è che mi fa impazzire di rabbia?» sospirò Elena. «Che pensa che stare a casa con un figlio sia una vacanza.» «Ho fatto una sciocchezza,» la donna più grande sospirò. «Ho viziato il ragazzo. Pensavo che il matrimonio lo avrebbe maturato. È peggiorato invece.» Il giorno dopo Michele si presentò a casa della madre, infuriato. «Mamma, dov’è mia moglie? Deve tornare!» «Non si muove da qui,» rispose Anna Petrovna calma. «Ma ti voglio parlare della pagliacciata che hai fatto al bistrot.» «Quale pagliacciata? Stavo difendendo i diritti di mia figlia!» «Da un’etichetta?» replicò fredda la madre. «Elena mi ha raccontato tutto.» «Non darle retta, mamma! Esagera! Mandala via, deve tornare a casa!» «Michele, siediti,» ordinò Anna Petrovna. «Dobbiamo parlare seriamente.» «Di cosa? La moglie sta a casa!» «Elena ha più diritto di vivere in quella casa come madre di mia nipote. Tu invece… mi hai delusa.» «Mamma, sono io quello che porta i soldi!» «Elena lavora, anche se da casa, online. E cresce la bambina. E manda avanti tutto il resto. Tu, invece?» «Mantengo la famiglia!» «Allora fallo senza far scene. Ricordi come ho fatto io da sola dopo la morte di tuo padre? Pensavo avessi capito il senso della responsabilità.» «Dai, non è la stessa cosa. Il mio lavoro è difficile, stressante…» «E il suo invece è facile, vero?» disse sarcastica sua madre. «Michele, quando è stata l’ultima volta che ti sei alzato di notte per la bambina?» «Perché avrei dovuto? Ha il latte della mamma!» «L’ultima volta che hai giocato con tua figlia? Che l’hai portata al parco? Che l’hai lavata?» Michele tacque, non aveva risposte. «Mamma, io sono stanco dal lavoro…» «Anche lei! Ma non fa scenate nei locali pubblici!» Gli occhi di Michele brillarono di rabbia. «Va bene allora! Troverò un’altra donna, mi risposo! Lasciatela sola col bambino!» «Provaci pure,» rispose la madre fredda. «Ma prima, paga regolarmente il mantenimento. Ci penso io.» «Mamma, di chi sei madre? Di me o di lei?» «Sono madre di un uomo adulto che dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni. Per ora vedo solo un egoista infantile.» Un mese dopo il divorzio era fatto. Michele credeva di aver vinto – finalmente libero! Portò in casa una nuova conoscenza, Silvia, una bionda dell’ufficio accanto. «Michele, che bella casa!» ammirava lei, guardandosi attorno. «E non hai visto niente,» sorrise Michele. «Presto cambio tutto, moblio nuovo. Ora che mi sono liberato dal peso della famiglia, vivo per me.» «E tua ex moglie?» chiese Silvia. «Che vuoi che sia? Sta da mia madre con la bambina. Che se la sbrighi.» «E il mantenimento?» «Quale mantenimento?» sbuffò Michele. «Mia madre sta bene, non moriranno di fame.» Stavano in cucina quando la porta si aprì col mazzo di chiavi. Dentro entrarono Anna Petrovna ed Elena con Giulia. «Perché l’hai portata qui?» chiese Michele allarmato, vedendo ex moglie e bimba. «Riporto la proprietaria di casa,» annunciò Anna Petrovna. «L’appartamento ora è di mia nipote Giulia. Tu, ragazza, sei libera di andartene.» «Mamma, che combini?» urlò Michele. «Quello che dovevo fare prima. Prepara le valigie, vieni a vivere da me.» «Michele, cosa succede?» chiese Silvia, turbata. «Niente di particolare,» disse Anna Petrovna gelida. «Mio figlio ha dimenticato di dire che l’appartamento è stato intestato a Giulia sei mesi fa. Lo avevo previsto.» «Mamma, non puoi farlo!» implorò Michele. «Posso. E lo faccio. Elena, accomodati pure.» Silvia afferrò la borsa e scappò senza salutare. «Silvia, aspetta!» Michele gridò, ma la porta si richiuse. Passarono due anni. Gli amici di Michele cominciarono a evitarlo, esausti dai suoi piagnistei. Sua madre gli parlava fredda e vietava categoricamente di portare nuove donne a casa sua. Chiamò Elena. «Lenuccia, parliamone. Possiamo tornare insieme?» «Non c’è più nulla da tornare, Michele. Io sono già a casa.» «Ma siamo una famiglia! Giulia ha bisogno del padre!» «Puoi essere padre anche dopo il divorzio. Nessuno ti vieta di vedere tua figlia.» «Posso aiutare a rifare la cameretta?» «Grazie, è già fatta. Mi ha aiutato Vittorio.» «Chi è Vittorio?» chiese Michele teso. «Un collega. Un brav’uomo. Domani mi ha invitato al bistrot.» «Ci vai davvero?» «Penso di sì. È ora di ricominciare, senza di te.» «Ma chi è questo? Un tizio qualunque?» «Non qualunque. Mi aiuta da tre mesi. Gioca con Giulia, fa la spesa quando sono malata.» «Dai anche i soldi?» domandò acido Michele. «No, Michele. Aiuta perché lo vuole. Senza scenate e rimproveri.» Solo nella stanza della madre, Michele all’improvviso capì: tutto era crollato per colpa di un’etichetta. Anzi, per non avere nemmeno provato a togliere la maglietta alla figlia. Il telefono squillò. Elena. «Michele, non sapevo se dirtelo, ma forse dovresti sapere. Vittorio mi ha chiesto di sposarlo.» «Cosa?!» urlò Michele. «E tu che hai detto?» «Ci penso. Ma sai… lui non fa scene in pubblico. E ama passare tempo con Giulia. Non ho ancora deciso, però…» «Aspetta, Lenuccia… sei seria? Abbiamo vissuto insieme cinque anni!» «E allora? Ti danno diritto di urlarmi contro davanti a tutti?» «Non volevo! Mi fai impazzire con la tua “ragione”.» «Vedi? Nemmeno adesso sai parlare senza urlare.» «Lena, proviamo ancora!» «No, Michele. Vittorio mi ha mostrato come può comportarsi un vero uomo. Racconta a Giulia le favole per dormire, non si sente degradato.» «Posso leggerle anche io quelle stupide favole!» «Non stupide – importanti. Tu non lo capisci.» «Lo capisco! Ero solo stanco di lavorare per voi!» «Ecco. “Per voi”. Vittorio dice “con voi”, non “per voi”. Noti la differenza?» «Aspetta, Lenuccia…» «È deciso. Mi dispiace, ma la nostra famiglia è morta quel giorno al bistrot. Per sempre.» Tono occupato. Michele posa piano il telefono, consapevole di avere finalmente ciò che voleva: la libertà dai legami familiari. Solo che ora non gli dava nessuna gioia. Dalla stanza accanto la voce della madre: «Certo, Lenuccia, verrò al tuo matrimonio. È la tua scelta, la mia nipotina…» Michele uscì di corsa. «Mamma! Che fai?» «Parlo con Elena. Mi ha invitata al matrimonio.» «Non puoi andare! Sono tuo figlio!» «E allora? Ti dà il diritto di rovinare la vita a una brava ragazza?» «Brava ragazza? Mi ha mollato lei!» «Ha fatto bene. Al suo posto l’avrei lasciata molto prima.» «Grazie per il sostegno, mamma!» «Il sostegno si dà quando lo meriti. Adesso meriti solo la verità.» «Quale verità?» «Che sei un egoista, Michele. Pensi solo a te stesso.» «Io lavoravo! Portavo i soldi!» «E pensavi che fosse sufficiente. Mentre tua moglie doveva stare zitta e sopportare i tuoi scatti.» «Quali scatti? Non bevo, non tradisco!» «Ma urlavi sempre. La umiliavi. Ti vergognavi persino della tua bambina.» «Non mi vergognavo! Non sapevo cosa fare!» «Dovevi solo amarla, Michele. Solo amarla.» Una settimana dopo Michele incontrò Elena fuori dalla scuola materna. Lei aspettava Giulia, accanto a un uomo alto e con gli occhiali. «Elena!» Lei si voltò, lo sguardo diffidente. «Ciao, Michele.» «Lui è quello?» chiese Michele indicando l’uomo. «Vittorio, lui è Michele, il papà di Giulia.» Vittorio porse la mano. «Piacere di conoscerla.» «Non è reciproco,» borbottò Michele, ignorando la mano. «Michele, non ricominciare,» lo avvertì Elena. «Non ricominciare cosa? È mia figlia!» «Nessuno lo nega. Puoi vederla nel weekend.» «Sotto la sua supervisione, giusto?» «Certo che no. Ma se la vuoi, avvertimi in anticipo.» «Ora devo chiedere il permesso?» «Non solo devi – è obbligo. Io sono la tutrice, tu… solo il padre biologico.» «Papà!» urlò Giulia uscendo dalla scuola. La bambina gli saltò in braccio. Michele la sollevò. «Ciao tesoro. Mi sei mancata.» «Anche tu! E zio Vittorio ha detto che andiamo allo zoo!» «Zio Vittorio?» Michele si irrigidì. «Sì! È buono, compra il gelato, racconta le storie!» «Ha comprato mia figlia col gelato. Come ti permetti! Stai invadendo la mia vita!» «Non la tua – la loro,» rispose Vittorio. «E tu hai scelto di andar via.» «Non sono andato! Mi avete cacciato!» «Giulia, andiamo,» intervenne Elena. «È ora di tornare a casa.» «Elena, aspetta! Non andare!» «Perché dovrei? Per farti fare un’altra scenata?» «Non faccio scenate!» «Le fai, papà,» disse quieta Giulia. «Urli sempre con la mamma.» Michele restò di sasso. Le parole della figlia di tre anni avevano più peso di mille rimproveri. «Giulia, io…» «Mi fa paura quando urli.» «Basta,» disse Elena. «Giulia, andiamo.» Se ne andarono. Michele rimase solo fuori dalla scuola materna, consapevole di aver perso non solo sua moglie, forse anche sua figlia. E non aveva nessuno da incolpare se non sé stesso.