Ho sistemato la casa di mia suocera e mi sono ritrovata in strada

Teresa, ma che colore è questo? Ti avevo chiesto il pesca, e mi mostri questo beige da pronto soccorso! Ginevra Rossi puntò con il dito, adornato da un massiccio anello doro, nella cartella di campioni di carta da parati. Si vede subito che non hai gusto, cara. Però, da dove te ne dovrebbe uscire, sei di classe media.

Ginevra inspirò profondamente, cercando di fermare il tremolio delle mani. Erano al terzo ora di visita in quel gigantesco negozio di bricolage di Roma, tra lodore di vernice e di gomma. La suocera, Teresa Bianchi, non riusciva a decidere il tono delle pareti del suo futuro salotto dei sogni.

Teresa, non è beige, è champagne rispose Ginevra con la massima calma. Il pesca riduce visivamente lo spazio, e con tutti i mobili che avete, è meglio optare per toni chiari, così lappartamento sembra più respirabile. Non era forse lei a lamentarsi che la casa fosse buia e oppressiva?

Non è la casa a opprimermi, è la pressione che sale per colpa delle tue liti afferrò il cuore Teresa, quasi drammatica. Lorenzo! Vieni qui! Guarda cosa propone tua moglie. Vuole rinchiudere la madre tra pareti bianche come un manicomio!

Lorenzo, il marito di Ginevra, stava osservando i trapani nella corsia accanto quando, a malincuore, si avvicinò. Il suo sguardo tradiva colpa e stanchezza; detestava i conflitti e preferiva nascondersi o cedere a chi alzava più la voce. E nella loro famiglia, la voce più alta era sempre quella di Teresa.

Mamma, Ginevra ha appena finito il corso di interior design, capisce di più di me di colori iniziò timido Lorenzo, ma fu subito interrotto dallo sguardo glaciale di Teresa.

Corso ha finito! sbuffò la suocera. Io invece ho vissuto! Prendete il vostro champagne, ma poi non dite che non vi avevo avvisato. Le tende le scelgo io, e non osate contraddirmi. Voglio velluto, rosso borgogna, con frange.

Ginevra tacque. Confrontarsi su velluti in un appartamento di quarantacinque metri quadrati era ormai impossibile; doveva soltanto comprare i materiali e cominciare i lavori. Più presto finivano, più presto avrebbero potuto tornare a una vita serena, o almeno così credeva.

La vicenda iniziò sei mesi prima. Ginevra e Lorenzo affittavano un piccolo monolocale alla periferia, accantonando ogni centesimo per lipoteca. I soldi arrivavano a fatica: lauto guastava, i prezzi dei generi alimentari salivano. Fu allora che Teresa propose la sua offerta reale.

Abitava solo in un bilocale di un palazzo degli anni 30 nel centro di Roma. Spazioso e ben posizionato, ma lappartamento era in rovina: il parquet cigolava come una carrozza vecchia, il soffitto perdeva intonaco, le tubature del bagno ronzavano così forte da far bussare i vicini alle caldaie. Teresa si lamentava continuamente della sua condizione, ma come pensionata non aveva i mezzi per ristrutturare.

Sentite, disse durante una cena familiare, spalmando il burro sul pane, vi trasferite da me, senza pagare affitto. I vostri risparmi, più quelli che risparmierete sul canone mensile, li usate per rimettere a nuovo il mio appartamento. Fatelo per voi stessi, per me, per tutti! Alla fine sarà di Lorenzo, così avremo tutti una casa dignitosa. Pianificate, risparmiate per il primo acconto, poi vedremo.

Ginevra esitò: non le piaceva lidea di vivere sotto lo stesso tetto di una suocera dal carattere difficile. Lorenzo, però, era entusiasta.

Ginevra, pensa! È il centro! A piedi 15 minuti dal lavoro, risparmiamo i 30000 euro di affitto mensile. In due anni risparmieremo un milione, più quello già messo da parte. Facciamo il rifacimento, la mamma sarà felice e noi avremo spazio. Lei è anziana, ha bisogno di aiuto.

Il calcolo razionale e lamore per Lorenzo prevalsero sullintuizione che le sussurrava: Scappa.

Il trasloco avvenne a novembre. Allinizio tutto sembrava gestibile: Teresa, felice di avere qualcuno che le portasse la spesa e le lavasse i pavimenti, si mostrava contenuta. Ma non appena la fase operativa della ristrutturazione iniziò, il caos esplose.

Ginevra investì tutti i risparmi: un milione e mezzo di rubli russi, ossia circa 20000 euro, in materiali, impianti elettrici, idraulica e rasatura delle pareti. Poiché assumere una ditta era troppo costoso, gran parte dei lavori li fecero loro stessi. Ginevra imparò a stuccare, incollare carta da parati senza giunzioni e posare il laminato.

Di sera, tornata dal lavoro come contabile, si cambiava in una vecchia tuta sportiva, legava un foulard e continuava a levigare, verniciare e pulire fino a mezzanotte. Lorenzo la aiutava, ma le sue mani erano più adatte a portare i sacchi della spazzatura che a finire le finiture.

Teresa non partecipava attivamente, ma comandava a distanza.

Ginevra! grugnì dalla stanza più lontana, dove si era rifugiata dietro la porta chiusa per fuggire dalla polvere. Perché sbatti così forte la porta? Sto quasi dormendo! E quellodore di vernice è insopportabile, mi viene lemicrania! Non avreste potuto comprare una vernice senza odore?

È una vernice a base dacqua, quasi inodore rispose Ginevra, in piedi su unimpalcatura con il rullo in mano.

Per me è un soffocamento! E perché cominciate dalla cucina? Non ho dove prendere il tè! Avreste dovuto partire dal corridoio.

Queste liti si susseguivano ogni giorno, ma Ginevra stringeva i denti. Vedeva il risultato finale: un appartamento luminoso e accogliente, dove lei e Lorenzo avrebbero avuto la loro stanza spaziosa e una cucina dove preparare la cena. Si consolava pensando al futuro della loro famiglia.

A maggio i lavori terminarono. Lappartamento era irriconoscibile. Il buio e lodore di catrame erano sostituiti da luce moderna: parquet in rovere pregiato, controsoffitti tiranti bianchi, piastrelle italiane scintillanti nel bagno. La cucina, progettata da Ginevra, era ergonomica, con elettrodomestici incassati da tempo sognati.

La sera, mentre fissavano le ultime tende quelle rosse borgogna insistentemente scelte da Teresa la suocera gironzolava per lappartamento come una regina su un trono doro, toccando le ante dei nuovi armadi, testando gli interruttori sensibili, scrutando ogni finitura.

Bene, dichiarò infine, sedendosi sul nuovo divano del soggiorno. Pulito. La lampadaria è un po poca, ma per i giovani va bene.

Ginevra, con occhiaie nere, si limitò a sorridere, convinta che ora la vita poteva finalmente calmarsi. Loro due occuparono la vecchia zona giorno, ora divisa in aree, e Teresa rimase nella sua camera da letto, anchessa rinnovata.

Ma la tranquillità durò solo quindici giorni.

Venerdì, Ginevra tornò dal lavoro più presto del solito, desiderosa di tuffarsi nella nuova vasca. Entrando, sentì voci dalla cucina. Teresa chiacchierava allegramente con qualcuno. Ginevra si avvicinò e rimase senza parole.

Al tavolo, la cognata, Irene Venturi, sorella maggiore di Lorenzo, rideva con una fetta di torta. Irene, appena trasferita da unaltra cittadina, era due volte divorziata e allevava un figlio adolescente. Il rapporto con Ginevra era teso: Irene credeva che Lorenzo dovesse aiutarla finanziariamente e guardava con sospetto la donna che teneva il portafoglio di Lorenzo.

Oh, eccola la nostra eroina! esclamò Irene con una falsa allegria, mordendo la torta. Ginevra, non si vede più la casa! È un vero eurodesign, come dalle riviste. Hai speso una fortuna?

Basta, rispose Ginevra, fredda, mentre si avvicinava al bollitore. Ciao, Irene. Come va?

Sono venuta a trovare la mamma, mi è mancata. E guarda che bello! Il divano è espandibile? È comodo?

È espandibile annuì Ginevra, cauta.

Perfetto! applaudì Teresa. Irene vuole tornare in città, il lavoro non va, la vita personale è a pezzi Allora vivrà con noi, nella nostra casa. Sarà nel salotto, nella vostra stanza. Non è un problema, siamo famiglia!

Ginevra quasi lasciò cadere la tazza.

Cosa? Qui? Teresa, avevamo concordato. Viviamo qui solo io e Lorenzo, risparmiamo per lipoteca. Non cè spazio per unaltra persona! Dove dormirà Irene?

Nella stanza del salotto, naturalmente. È ampia, è una passante. Mettiamo un divano letto, oppure lo apriamo. Siamo una famiglia! Non è difficile condividere un po di spazio per la sorella.

Condividere? la voce di Ginevra tremò. Abbiamo appena finito il rifacimento, abbiamo investito tutti i soldi. Volevamo vivere tranquilli.

Esattamente! ribatté Irene. Hai speso i soldi nella casa di mamma, è sua proprietà. Io sono registrata qui, ho diritto di stare. Non vuoi che la mamma rimanga sola?

Quella sera Ginevra ebbe un lungo confronto con Lorenzo. Sperava che lui si schierasse dalla sua parte e spiegasse a madre e sorella che così non si fa, ma Lorenzo rimase seduto sul letto, la testa tra le mani, stringendo il bordo della coperta.

Ginevra, cosa posso fare? balbettò. È Irene, non ha dove andare. Ha venduto la sua casa, ha perso i soldi. Mamma piange, dice che non può abbandonare sua figlia. Non possiamo cacciarli.

Non li possiamo cacciarli, disse Ginevra con voce lenta. Ma loro ci stanno soffocando. Abbiamo messo tutto qui, ora vogliamo un po di pace.

Possiamo aspettare un paio di mesi, fino a quando Irene non trovi lavoro e un appartamento disse Lorenzo, incerto.

Il paio di mesi si trasformò in tutta lestate. Irene si comportava come se fosse la padrona di casa: spargeva i suoi effetti nella nuova zona giorno, fumava sul balcone nonostante le richieste di Ginevra, e il figlio trascorreva ore davanti alla TV, occupando il televisore che Ginevra aveva comprato con fatica.

Teresa, invece, trovò una compagna in Irene. Le due donne, con una tazza di tè in mano, si fermavano ogni volta che Ginevra entrava nella stanza, silenziose.

Le liti aumentavano, come una pioggia di accuse.

Ginevra, perché non asciughi la vasca? Le macchie sulla piastrella non spariscono! Hai scelto tu quella piastrella nera, macchiata! Chi pulirà?

La pulisco io, sbottò Ginevra. E il figlio di Irene ha rovesciato la coca sul laminato e non lha pulita!

Non toccare il bambino! intervenne Teresa. Una goccia dacqua è nulla! Tu sei piccola e avara, conti solo chi ha speso di più. Ti ho dato un tetto gratis!

A settembre Ginevra tornò a casa e trovò la serratura della porta dingresso bloccata. Con difficoltà la aprì e inciampò tra le valigie: erano le sue borse e le valigie di Lorenzo.

Teresa uscì dal corridoio, appoggiandosi su una mano, con Irene alle spalle, sorridente.

Che succede? chiese Ginevra, sentendo il freddo alle mani.

Succede quello che doveva succedere da tempo rispose la suocera, dura. Siamo stanche. Io ho la pressione alta ogni sera! Irene dice che la provochi. Finisce così: raccogli le vostre cose e andatevene.

Dove? chiese Ginevra, quasi senza fiato. Non abbiamo un appartamento. Abbiamo speso tutti i risparmi per questo rifacimento. Non ci resta nemmeno laffitto per due settimane.

Sono problemi vostri interruppe Irene. Siamo adulti. Mamma ha il cuore debole. Lorenzo può restare, se vuole. Tu non serviamo più.

Ginevra guardò Lorenzo, pallido, gli occhi che fuggivano.

Lorenzo? lo chiamò. Ti stai nascondendo? La tua madre e tua sorella ci stanno cacciando dalla casa che abbiamo trasformato in un palazzo?

Lorenzo alzò gli occhi al cielo, poi guardò la madre.

Ginevra la mamma è davvero malata. Forse forse potresti andare a stare da unamica? Io parlerò con loro, sistemerò tutto non è giusto mandare via una famiglia così

Il silenzio esplose dentro Ginevra come una corda che si spezzava. Capì che il noi era più un’illusione. Cera il bambino che si aggrappava alla gonna della madre e cera lei, la donna che aveva creduto in una favola di famiglia felice.

Va bene disse, con una voce che non riconosceva più. Me ne vado. Ma porto con me quello che è mio.

Cosa prenderai? strillò Irene. Le carte? Le piastrelle? Provi a far sparire tutto? Chiamerò la polizia!

Non ti preoccupare rispose Ginevra, afferrando la sua borsa. Non farò scenate. Godetevi il vostro rinfresco di ristrutturazione. Che vi serva a soffocare.

Lorenzo cercò di seguirla, ma Teresa lo afferrò per la manica.

Fermati! Non correre come un cane! Lascia che laria fresca ti calmi. Domani tornerà a chiedere perdono.

Ginevra non tornò. Né domani, né la settimana successiva.

La prima notte la trascorse da una collega, piangendo in cucina fino allalba. Si sentiva tradita, ferita, spaventata. Era senza tetto, senza soldi, senza marito. Il dolore la bruciava dentro come acido.

Ma Ginevra non era il tipo da restare a terra. Il carattere temprato dagli anni di vita autonoma, e anche dal lavoro di ristrutturazione, la spinse a reagire. Affittò una piccola stanza in un dormitorio,Con determinazione, Ginevra aprì la propria agenzia di consulenza immobiliare, trasformando il dolore del tradimento in una carriera di successo che le garantì indipendenza e la libertà di scrivere a suo modo il futuro.

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Lezioni di vita per Giulia