Donatella capì subito, quando tirò lo straccetto che spuntava dal cespuglio. Lo straccio si rivelò un vecchio pannolino colorato, e lo tirò con più forza. E allora rimase immobile: nellangolo del pannolino giaceva un bambino piccolo.
Allalba, Donatella fece un sogno strano: suo figlio, Alessio, era sulla veranda e bussava alla porta. Si svegliò di colpo, si alzò di scatto e, scalza, corse verso lingresso.
Silenzio. Nessuno. Sogni così le capitavano spesso e la ingannavano sempre, ma ogni volta lei correva ad aprire la porta. E anche questa volta la spalancò, fissando il vuoto della notte.
Il silenzio e loscurità la avvolgevano. Cercando di calmare il cuore agitato, si sedette sul gradino della veranda. E in quel silenzio, improvvisamente, si udì un suono estraneo: uno squittio, o forse un fruscio.
«Di nuovo il gattino del vicino si è impigliato», pensò Donatella, e andò a liberare il piccolo dai cespugli di uva spina, come aveva fatto tante volte.
Ma non era un gattino. Donatella lo capì subito quando tirò lo straccetto che spuntava dal cespuglio. Lo straccio era un vecchio pannolino colorato, e lei lo tirò più forte.
E rimase come pietrificata: nellangolo del pannolino cera un bambino. Era completamente nudo, forse si era sgrovigliato mentre giaceva lì. Era un maschietto. Dal cordone ombelicale, ancora attaccato, capì che era nato da poco.
Il piccolo non aveva neppure la forza di piangere, era bagnato, sfinito e probabilmente affamato. Quando Donatella lo sollevò tra le braccia, emise un debole gemito.
Senza pensarci, senza rendersi conto di quello che faceva, lo strinse al petto e corse in casa. Trovò subito un lenzuolo pulito, lo avvolse, lo coprì con una coperta calda e iniziò a scaldare del latte.
Lavò un biberon, trovò una tettarella rimasta dalla primavera, quando aveva allevato un capretto. Il bambino succhiava avidamente, poi, riscaldato e sazio, si addormentò.
Arrivò il mattino, ma Donatella non se ne accorse: era immersa nei pensieri su quel ritrovamento. Lei aveva ormai più di quarantanni, e nel paese la chiamavano tutti zia.
Aveva perso il marito e il figlio in guerra nello stesso anno, ed era rimasta sola al mondo. Non si era mai abituata a quella solitudine, ma la dura verità della vita glielo ricordava ogni giorno, e presto aveva imparato a contare solo su se stessa.
Ora si sentiva smarrita, senza sapere cosa fare. Guardò il bambino: dormiva, respirando dolcemente, come fanno tutti i piccoli.
Le venne in mente di chiedere consiglio alla vicina, e dopo unultima occhiata al neonato, andò da Ginevra. La vita di Ginevra era sempre stata semplice e tranquilla: non aveva mai avuto né marito né figli, non aveva perso nessuno in guerra, né ricevuto mai un telegramma di morte. Viveva per il piacere.
I suoi uomini erano quelli che passavano, che lei non trattiene mai e non rispettava troppo, se le cose non andavano come voleva. Ora Ginevra, bella e imponente, era sulla sua veranda, avvolta in uno scialle, stiracchiandosi al sole. Ascoltò con sorpresa il racconto dellaccaduto, poi disse brevemente:
«E perché mai dovresti prendertene cura?» E rientrò in casa. Donatella, mentre se ne andava, notò che la tenda della finestra si era mossa: evidentemente cera un nuovo amante.
«Perché? Davvero, perché?» sussurrò Donatella.
Tornata a casa, si preparò: nutrì il bambino, lo avvolse in una coperta asciutta, mise insieme del cibo per il viaggio e andò alla fermata per prendere un passaggio verso la città. Non dovette aspettare a lungo: dopo cinque minuti, un camion si fermò accanto a lei.
«Allospedale?» chiese lautista, indicando il fagotto tra le sue braccia.
«Allospedale» rispose Donatella, controllando la voce.
Allorfanotrofio, mentre compilavano i documenti per labbandono, non riusciva a liberarsi dal pensiero di star facendo qualcosa di sbagliato, contro coscienza. Quel tarlo nel cuore non le dava pace.
E poi, quel vuoto dentro! Era la stessa sensazione provata quando aveva ricevuto la notizia della morte del marito, e poi del figlio.
«Come lo chiameremo? Qual è il suo nome?» chiese la direttrice.
«Il nome?» ripeté Donatella, riflettendo un attimo prima di rispondere, inaspettatamente: «Si chiama Alessio.»
«Bel nome» disse la direttrice. «Qui ne abbiamo tanti di Alessandro e Caterina. Certo, quelli hanno parenti caduti in guerra, ma il tuo chissà chi lha abbandonato. In questi tempi, con pochi uomini, bisognerebbe essere felici di un figlio, invece Che madre indegna!»
Quelle parole non erano dirette a lei, eppure Donatella si sentì trafiggere il cuore. Tornata a casa al tramonto, entrò nella sua casa vuota e accese la lampada.
E allora vide il vecchio pannolino di Alessio. Non laveva buttato via, laveva solo messo da parte. Ora lo prese tra le mani e si sedette sul letto.
Passò le dita su quel panno umido, seduta in silenzio, come se non pensasse a nulla. E allora, nellangolo del pannolino, le dita incontrarono un nodo.
E dentro quel nodo cera un piccolo foglietto grigio e un crocifisso di latta con un cordoncino. Srotolando il foglietto, Donatella lesse:
«Donna buona e gentile, perdonami. Questo bambino non serve a me, mi sono persa nella vita, domani non ci sarò più. Non abbandonare mio figlio, dagli ciò che io non posso dargli: amore, cura e protezione.»
Sotto cera la data di nascita del bambino. E allora Donatella scoppiò: pianse e gridò come per un morto. Le lacrime scorrevano a fiumi, eppure credeva di non averne più, di averle già versate tutte.
Le tornò in mente il giorno del suo matrimonio, e quanto erano felici con il marito. Poi era arrivato Alessio, e di nuovo la felicità. Nel paese le donne le invidiavano: Donatella brillava di gioia.
E perché non brillare, se il marito era amato, il figlio era amato? Anche gli uomini lavevano adorata. Poco prima della guerra, Alessio aveva finito un corso per autisti e le aveva promesso che lavrebbe portata in giro con la nuova macchina che gli avrebbero dato nel podere.
E poi quella disgrazia Nellagosto del 42 le portarono il telegramma del marito caduto, e nellottobre dello stesso anno, quello del figlio. E così la felicità di Donatella finì per sempre, la luce si spense.
E divenne come tutte le altre, come quasi ogni donna del paese. Si svegliava di notte e correva alla porta, la apriva, fissando loscurità.
Anche quella notte non riuscì a dormire, uscì in strada, ascoltò il silenzio e attese chissà cosa. Al mattino, Donatella tornò in città.
La direttrice dellorfanotrofio la riconobbe subito e non si stupì quando lei annunciò di voler riprendere il bambino, che così voleva suo figlio morto.
«Bene» disse la direttrice, «prendilo, ti aiuteremo con i documenti.»
Avvolto Alessandro in una coperta, Donatella lasciò lorfanotrofio con un cuore nuovo: non cera più quella pesante tristezza, quel vuoto che laveva abitata per anni.
Adesso vi si insediavano altri sentimenti: felicità e amore. Se a una persona è destinata la felicità, allora lavrà di sicuro. E così accadde a Donatella.
Nella sua casa vuota, al ritorno, la accolsero solo le fotografie del marito e del figlio appese al muro.
Ma questa volta i loro volti le sembrarono diversi, non seri e addolorati, ma quasi illuminati, dolci, incoraggianti.
Donatella strinse il piccolo Alessio e si sentì forte: a lui sarebbe servito il suo aiuto e la sua protezione per molto tempo.
«E voi mi aiuterete» disse alle fotografie.
Passarono ventanni. Alessio divenne un bravo ragazzo. Ogni ragazza sognava di essere felice con lui, ma lui scelse quella che gli era piaciuta di più, dopo la mamma, naturalmente. Si chiamava Amata.
Un giorno, Alessio portò Amata a conoscere la madre, e allora Donatella capì definitivamente: suo figlio era cresciuto, era diventato un uomo. E benedisse i due giovani.
Fecero le nozze, i giovani cominciarono a costruire il loro nido. Poi arrivarono i figli, e il più piccolo lo chiamarono Alessio, e Donatella divenne ricca di affetti.
Una notte si svegliò per un rumore alla finestra e, per abitudine, andò alla porta. La aprì e uscì fuori. Si avvicinava un temporale, i lampi brillavano lontani.
«Grazie, figlio mio» sussurrò Donatella nel buio. «Ora ho ben tre Alessio, e li amo tutti.»
Si mosse il grande albero vicino alla veranda, piantato dal marito quando era nato Alessio, e davanti a lei lampeggiò un fulmine, come il sorriso luminoso di Alessio.





