Ho trovato chi mi farà diventare mamma

«Ho trovato da chi partorire!» esclamò con rabbia Lidia Vasile, stringendo i pugni.
«Ma da chi, mamma!» ribatté Maddalena, guardandola con gli occhi spalancati.

«Non intendo chi è, ma il fatto che ho trovato da chi farne lasilo!» rispose Lidia, alzando le sopracciglia.

«Mamma, non mi crederai se ti dico che è stato tutto per caso», sussurrò Maddalena, imbarazzata, mostrando un timido sorriso.

«Per caso si può rimanere incinta, figliola, ma partorire per caso, scusa, è impossibile!» la signora Vasile guardò la figlia con sospetto. «O stai dicendo che lhai fatto in preda allagitazione?»

Maddalena annuì, poi aggiunse: «E poi è arrivato il piccolo, il primo passo: Ciao, mamma!»

«Non è andata così», mormorò la donna, stringendo le labbra. «Era il periodo in cui stavamo tutti bene!»

«Signore, da quando sono cinque gli alti e bassi di quel periodo! Sempre tutto bene, tutto male. Era ora di capire che con Vittorio non cè via duscita!» sbottò Lidia, scuotendo la testa.

«Pensavo che fosse cambiato», protestò Maddalena.

«Cambiare può chiunque, ma non chi prima si comporta bene e poi ti fa venire voglia di colpirlo! Lo hai già stressata a lungo, eppure continui a tornare da lui!» esclamò Lidia, agitando le mani. «È come una trappola: gli altri capiscono subito, tu invece ti incasini a ogni passo. E guarda che sei già arrivata al figlio!»

«Mamma, se non ti piace che sia tornata da te, posso andarmene!» protestò Maddalena.

«A Vittorio?», rise Lidia.

Maddalena accennò un sorriso. Era lultima opzione, così remota che nemmeno in una disperazione estrema la considerava.

«Posso affittare una stanza», disse. «Ho dei risparmi, anche quelli per i bambini. Non sparirò!»

«Va bene», sospirò Lidia. «Nessuno ti vuole scacciare. Dimmi, cosa pensi di fare ora?»

«Alleveremo Eliseo, poi tornerò a piantare in giardino, e tornerò al lavoro», rispose Maddalena.

«E il papà?»

«Niente per ora. Vittorio vuole sposarsi e diventare il padre legale, ma»

«Non è ancora sul certificato di nascita?», chiese Lidia.

«Che senso ha metterlo? Cosa può dare al bambino? È solo un gran parlare, non so nemmeno a chi paragonarlo!»

Mi promise una macchina per la nascita del figlio, e se avessi accettato di sposarlo, una casa. Quando la scorsa settimana è venuto a vedere il piccolo, gli ho chiesto: «Vuoi vedere tuo figlio? Sai che dovrai mantenerlo, vero?» mi ha dato cinquemila euro. E il bambino aveva appena un mese e mezzo!

«E tu?», chiese Lidia, curiosa.

Maddalena ricorda di aver spinto a Vittorio una busta di soldi, dicendogli che neanche per i pannolini basterebbe. Lo ha cacciato di soprassalto.

«E lui?»

«Il giorno dopo ha chiamato, pretendendo di vedere il figlio! Gli ho detto di riconoscere legalmente la paternità, altrimenti lo denuncio per alimenti!»

Lidia scosse la testa. «Maddalena, dove trovi questi uomini? Prima il primo marito ti ha sorpreso, ora Vittorio! Lo cacci, e così via!»

«Lo caccio, mamma, ma non se ne va! Lo insulta, lo frusta, lo inganna, ma a lui è acqua sul viso! Non importa! Però non voglio più nulla da lui, è solo parole belle, niente di concreto»

«E perché lo hai messo incinta?», chiese Lidia per lennesima volta.

«Mamma, ho già trentquattro anni»

***

Le avventure amorose di Maddalena sono da tempo argomento di chiacchiere tra amici e conoscenti. Basta menzionare il suo nome e la gente si incuriosisce, perché nessuno sapeva impicciarsi così come lei.

La natura le aveva dato bellezza e intelligenza, ma la scelta degli uomini era sempre… peculiare.

Il primo vero rapporto serio iniziò alluniversità. Si trasferì a Milano per studiare, e lì conobbe Marco, un giovane pugile.

«Che cosa pensavi quando ti sei messa con lui?», chiedeva la madre. «Non ha neanche un neurone! Solo lesofago!»

«Mamma, speravo che allenasse non solo i muscoli ma anche la testa», difese Maddalena.

«E cosa ti ha spinto ad andare al club se non ha nemmeno una mente?», replicò Lidia scuotendo la testa. «Forse dovevi dire che ci andavi solo a ballare!»

«Io ho spiegato, ma lui ha volato dietro di me, ha fatto allenamenti da solo, ha lasciato il club per due anni per pentirsi.»

Dopo Marco, la vita la portò a incontrare Andrea, un ragazzo di aspetto attraente e cervello. Era un gentiluomo, la adorava, ma il lavoro gli stentava sempre. Lui guadagnava poco, mentre Maddalena, dopo luniversità, guadagnava il doppio.

Il loro amore sembrava stabile, ma dopo due anni Andrea la tradì con una collega e la sua vita divenne un tumulto. Maddalena andò a ricoverarsi, e Andrea la cacciò fuori di casa. Finì per chiedere ospitalità a unamica, lasciandole anche gli anelli e i risparmi destinati allauto.

Andrea affermò di non sapere nulla, di non aver visto nulla, e di non avere alcuna prova. Sostenne che era solo un risarcimento per il danno morale delle sue infedeltà. Fu necessario chiamare la polizia.

Gli oggetti di Andrea sparivano in discarica; i soldi non si capiva da dove fossero; ma i gioielli erano provati dalle foto che Maddalena aveva pubblicato sui social. Alla fine, dopo tante liti, Andrea restituì anche i soldi per lauto, e Maddalena ritirò la denuncia.

«Come apparirà tutto questo?», chiese, «un altro uomo finito in prigione!».

Poi arrivò Vittorio. Un nome che, in cinque anni, non sentì nessun altro. Perché laveva scelto? Perché era dolce, la copriva di complimenti, le guardava negli occhi e catturava ogni parola. Era sicuro.

Maddalena si promise che non avrebbe più permesso una pugile nella sua vita. Vittorio non alzava mai un pugno; la sua incapacità era la sua definizione. Parlava tanto, prometteva limpossibile, ma non faceva nulla.

Maddalena non era più a casa sua; aveva lasciato la sua città natale per studiare a Bologna, dove aveva trovato il primo pugile, poi il secondo, e infine Vittorio. Affittava un monolocale al quinto piano di un palazzo popolare, il più economico, per mettere da parte per un futuro appartamento.

Quando iniziò a frequentare Vittorio, dovette conoscere anche sua madre, una donna radiosa che la accolse con entusiasmo:

«Rifaremo i lavori in questo appartamento, poi andrò a vivere con mia sorella e vi lascerò limmobile!»

Il lavoro non finì mai. Tre anni passarono e nulla sembrava avanzare. Vittorio viveva a tratti con la madre, a tratti con Maddalena. Un giorno, mentre guidava la sua auto per andare da Vittorio, un forte crampo al ventre la costrinse a cercare rifugio nel bagno di sua suocera. Lappartamento era rimasto immutato per tre anni: nessun rinnovamento, nulla.

Alla fine, Maddalena decise di mandare via Vittorio, di non perdonarlo nemmeno quando si accasciò sulle ginocchia, chiedendo scuse per il lavoro non fatto, promettendo di comprare una casa per loro quando si sarebbero sposati. Ma lei non era pronta a sposarsi, era stanca di promesse infrante.

Quattro anni di una storia sospesa si conclusero quando Vittorio rovinò i contraccettivi. Quando Maddalena gli comunicò la gravidanza, lui improvvisamente mostrò unattività insolita: la corteggiò, le diede soldi, e lei credette che la paternità lo avrebbe cambiato. Tre mesi dopo, laborto fu tardivo e lui scomparve.

Per sei mesi sparì, anche al parto e al rilascio dellospedale. Maddalena lo informò tramite amici, senza credere ai social. Nacque il bambino, e partì di corsa nella sua città natale da sua madre. Vittorio arrivò poco dopo: Sono il padre, voglio vedere il figlio! Ho il diritto! Ma non aveva ancora registrato il riconoscimento al comune.

«Mamma, ho già trentquattro anni! Quando troverò un marito serio?»

«Andrai ancora da Vittorio?», chiese Lidia.

«No, certo che no», rispose Maddalena, «lui è stato solo un donatore, non vuole prendersi responsabilità. E io mi libererò di lui, almeno ho un figlio!»

Lidia aprì bocca per rispondere, ma la porta suonò.

«Chi è?», sbottò Maddalena, andando verso lingresso.

«Sono io, Vittorio», annunciò dietro la porta. «Mi hai cacciato, ma non mi arrabbio. Solo puoi darmi dei soldi per il biglietto di ritorno?»

«Che?», scoppiò Maddalena, ridendo amaramente. «Hai fatto un figlio e non lo mantieni! Non puoi darmi dei soldi per andare a casa! Vai via, altrimenti ti denuncio per molestia!»

«E il mio figlio?», provò Vittorio a guardare oltre la spalla, sperando di intravedere il piccolo.

«Non è tuo! Non è registrato! Vuoi essere padre? Paga il figlio! Se non lo fai, perderai i diritti genitoriali e non lo vedrai più. Pagherai gli alimenti, capito?»

«Dammi solo millecinquecento euro così vado a casa», implorò Vittorio.

Maddalena gli lanciò qualche banconota e chiuse la porta. Da quel giorno non tornò più.

«Con quel carattere, figlia mia», disse Lidia, «crescerai un bravo ragazzo, ma non troverai mai il marito giusto!»

Maddalena scrollò le spalle. «Almeno ho un figlio. È ricchezza, felicità, una famiglia vera, senza Vittori.»

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Ho trovato chi mi farà diventare mamma
Numero Pratica La cassiera in farmacia porse il POS e lui, d’abitudine, avvicinò la carta senza guardare. Lo schermo lampeggiò in rosso, emise un bip secco e mostrò: “Operazione rifiutata”. Riprovò, più lentamente, quasi che la velocità potesse fare la differenza tra essere una persona con dei soldi o senza. — Ha un’altra carta? — domandò la cassiera, senza alzare lo sguardo. Lui prese la seconda, quella dove arrivava lo stipendio, e sentì di nuovo quel rifiuto secco e gelido. Alle sue spalle qualcuno sospirò rumorosamente; gli si scaldarono le orecchie. Mise in tasca la scatola di compresse che aveva già chiesto e borbottò che avrebbe sistemato subito. Fuori si fermò contro il muro, per non intralciare il flusso delle persone, e aprì l’app della banca. Al posto delle consuete cifre, trovò una schermata grigia e una frase che fece piombare tutto dentro: “Conti bloccati. Motivo: esecuzione forzata”. Nessun importo, nessuna spiegazione, solo il tasto “Dettagli” e un numero, che pareva quello di un altro documento. Rimase lì a guardare, come se dal solo sguardo potesse sciogliersi tutto. In mente subito le cose che non poteva rimandare: tra una settimana avrebbe dovuto prendere i biglietti per andare dalla mamma, in provincia, per gli esami che doveva fare e che aveva promesso di accompagnarla. In ufficio aveva chiesto due giorni, il capo aveva storto il naso ma lo aveva lasciato. E poi le medicine che, proprio ora, non era riuscito a pagare. Chiamò il numero verde della banca. La voce automatica gli chiese di “valutare la qualità del servizio” prima ancora che qualcuno rispondesse. — Buongiorno, come posso aiutarla? — la voce dell’operatrice era studiata, distante non per ostilità ma per protocollo. Lui diede cognome, data di nascita, ultime cifre della carta d’identità. Disse che i conti erano bloccati, che si trattava di un errore. — Sul suo profilo risulta una restrizione collegata a un procedimento esecutivo, — rispose lei. — Non possiamo rimuoverla. Deve rivolgersi direttamente all’Ufficio degli Ufficiali Giudiziari. Vede il numero della pratica? — Sì, ma non so cosa sia. Non ho debiti. — Comprendo, ma la banca esegue solo la richiesta degli organi competenti. — Chi è stato a chiederlo? — Si accorse che stava parlando più forte di quanto volesse. — Nel documento è indicata una sezione dell’UNEP. Posso fornirle l’indirizzo. Lei lo dettò; lui appuntò dietro lo scontrino della farmacia. La mano tremava, una rabbia impastata alla vergogna, come se lo avessero colto a rubare. — E i soldi? — chiese. — Vedo una voce “trattenuta”. — L’importo è stato prelevato nell’ambito della procedura esecutiva. Per il rimborso deve rivolgersi al creditore o all’ufficiale giudiziario. — Quindi non può aiutarmi. — Possiamo registrare una segnalazione. Vuole procedere? Lui avrebbe voluto una risposta, non un numero. Avrebbe voluto sentirsi dire: “Sì, è un errore, sistemiamo tutto subito”. Invece lei dettò una serie di cifre. — Numero pratica… — lo pronunciò come se stesse consegnando il biglietto di un guardaroba. — I tempi di risposta sono fino a trenta giorni. Lui ripeté ad alta voce per non dimenticarlo. Trenta giorni suonavano come una condanna, eppure ringraziò lo stesso. Le parole di gratitudine erano automatiche, come il “arrivederci” al termine di una conversazione umiliante. A casa aprì il cassetto dei documenti: bollette, contratti, vecchie certificazioni. Era sempre stato scrupoloso: pagava tutto in tempo, mai debiti, persino le multe le saldava in giornata. Mise su tavolo passaporto, tessera sanitaria, codice fiscale, come se fossero prove della sua onestà. La moglie uscì dalla stanza, vide il tavolo e la tensione sul suo volto. — Cosa è successo? Lui raccontò. Cercò di restare calmo, ma la voce a metà si incrinò. — Sarà una vecchia multa? — propose lei con cautela. — Quale multa a queste cifre e con blocco? — Puntò il dito contro lo schermo del cellulare con la scritta del blocco. — Non sono mai andato da nessuna parte tranne che a lavorare. — Non volevo accusarti — alzò una mano. — Ormai capita spesso. La parola “capita” gli diede sui nervi. Come se la sua vita fosse solo statistica. — Capita di essere iscritti come debitori e di dover dimostrare che non si è cammelli, — ribatté, pentendosi subito del tono. Lei mise una tazza d’acqua sul tavolo e se ne andò. Lui restò solo, con i documenti e la sensazione che in casa fosse diminuito l’ossigeno. Il giorno dopo andò in banca. Nell’agenzia era luminoso e silenzioso, come una sala d’attesa di un ambulatorio appena ristrutturato. La gente, seduta sugli sgabelli, fissava lo schermo in attesa che comparisse il proprio numero. Prese il ticket: “Informazioni su conti correnti”. Si sedette, già irritato dalla forma di attesa: il biglietto lo faceva sentire un numero, non una persona. Quando arrivò il suo turno, la consulente sorrise in modo professionale. — In che posso aiutarla? Mostrò l’app del telefono, spiegando il blocco. — Sì, vedo la limitazione, — disse lei facendo clic col mouse. — Non possiamo accedere alla banca dati degli ufficiali giudiziari. Possiamo solo fornire l’estratto delle operazioni e la certificazione delle limitazioni. — Mi dia tutto, mi serve subito. — La certificazione impiega fino a tre giorni lavorativi. — E per i farmaci, adesso? — Sentì la voce tremare di supplica, peggio della rabbia. Lei esitò per un attimo. — Capisco, ma la procedura è questa. Firmò la richiesta di certificato, ritirando una copia con data e firma. Il foglio ancora caldo di stampante gli sembrava l’unica arma contro una macchina invisibile. Poi andò al CAF. Odore di caffè e detersivo non riuscivano a coprire lo sfinimento nell’aria. All’ingresso il terminale delle code elettroniche, accanto una ragazza col gilet per l’assistenza. — Per gli Ufficiali Giudiziari. — Qui non c’è sportello UNEP — rispose lei. — Possiamo accettare una richiesta, inviare una PEC, aiutare con l’accesso ai servizi online. Cos’è successo? Lui mostrò l’attestato della banca e il numero della pratica. — Le conviene andare direttamente all’ufficio UNEP, — rispose. — Se vuole, possiamo stampare l’estratto dal portale, se risulta. Non aveva alternative. Prese il ticket e sedette. Sul display scorrevano i numeri, la gente tornava alle finestre con raccoglitori, litigava sottovoce. Guardava le proprie mani, sembravano più vecchie di ieri. Allo sportello, la funzionaria gli chiese il documento. — Ha già lo SPID? — Sì. Lei accedette al suo profilo, cercò a lungo. — Effettivamente risulta un procedimento esecutivo, — disse. — Ma qui c’è un codice fiscale diverso. Si avvicinò allo schermo. — Come diverso? — Guardi. Il suo è… — e recitò le cifre. — Nel procedimento ce n’è una diversa. Una cifra. Provò un sollievo strano, come se gli avessero restituito il diritto a indignarsi. — Non è un mio debito, — dichiarò. — Sembra un errore di omonimia, — spiegò. — Succede quando ci sono nomi o date simili. — E ora? — Possiamo inoltrare una contestazione con le copie dei documenti. Ma la decisione spetta sempre all’ufficiale giudiziario. Stamparono l’istanza, lui firmò. Allegarono copia di carta d’identità, codice fiscale, tessera sanitaria. Vide la sua vita trasformarsi in una pila di fogli da scannerizzare. — Quanto ci vuole? — Fino a trenta giorni, — rispose, vedendo la sua espressione aggiunse: — Di solito meno. Ancora trenta. Uscì con la cartellina piena. Il numero di protocollo più importante del suo nome. Per arrivare all’UNEP gli servirono altri due giorni. All’ingresso il vigilante controllava la borsa, chiedeva di silenziare il telefono. Il corridoio era affollato, famiglie coi bambini, altri colmazzetti di documenti. Sul muro un cartello: “Ricevimento su appuntamento”. Accanto un foglio col pennarello, i nomi in colonna. Chiese a una signora in fila: — È qui la lista? — Qui è la vita stessa, — rispose senza sorridere, — chi arriva prima si iscrive. Scrisse il suo nome in fondo. Si sedette sul davanzale, di sedie non ce n’erano abbastanza. Il tempo non passava, si frantumava in piccole irritazioni: qualcuno tentava di passare avanti, altri litigavano al telefono perché “gli ufficiali non fanno niente”, qualcun altro piangeva in bagno. Quando finalmente lo chiamarono, entrò. Dietro la scrivania una donna sui quaranta, occhi sfiniti, davanti a lei monitor e fascicoli. — Cognome? Lui lo disse. — Numero pratica? Porse il foglio della banca. Lei guardò, cliccò. — Risulta un debito da prestito, — disse. — Ma io non ho prestiti, — sentì la voce irrigidirsi. — Guardi il codice fiscale, è sbagliato. Lei strinse gli occhi, zoomò la schermata. — Effettivamente i codici non coincidono, — ammise. — Ma il sistema l’ha collegata per nome e data di nascita. — E basta questo per bloccare i conti? Sospirò. — Lavoriamo con i dati che ci arrivano. Se c’è un errore serve domanda formale e documento. L’ha già fatta? Posò le copie del CAF. — Sì, qui. C’è il numero di protocollo. Lei scorse i fogli. — È una segnalazione al CAF. A noi non è ancora arrivata. — Non posso aspettare che arrivi. Io non posso nemmeno comprare i farmaci. Lei questa volta lo guardò dritto. — Secondo lei è il solo? — domandò a bassa voce, senza tono aspro. — Ho cento pratiche oggi. Posso accettare la domanda qui, ma non è istantaneo. Sarebbe voluto urlare, ma lei sembrava davvero stanca e sapeva che gridare non avrebbe cambiato nulla, solo farsi ricordare come “quello che fa storie”. — Va bene, — disse trattenendo il fiato. — Come facciamo? Lei consegnò un modulo. Lui scrisse: “Chiedo l’esclusione dal procedimento esecutivo per errata identificazione”. Allegò fotocopie di documenti. L’ufficiale giudiziario mise il timbro “Ricevuto”. — Servono fino a dieci giorni per le verifiche. Se confermato, revochiamo il provvedimento. — E i soldi? — Per il rimborso serve richiesta a parte. Deve rispondere il creditore. Non è di mia competenza. Uscì con il nuovo timbro. Era come una piccola vittoria, ma contro cosa? Forse solo contro l’essere finalmente riconosciuto come esistente. Quella sera in ufficio chiese al capo un altro permesso di mezza giornata. — Mi prendi in giro? — Il capo lo guardava come se si stesse inventando tutto per saltare il lavoro. — Dobbiamo consegnare il report. — Ho il conto bloccato. Giro tra gli uffici. — Senti, — il tono si abbassò. — Con franchezza: ci sono pignoramenti, separazioni, debiti? Peggio della figuraccia in farmacia. Sentì il volto irrigidirsi. — No, nessun debito. Solo un errore. Il capo alzò le spalle. — Va bene. Ma che non ricada su di noi. In amministrazione hanno chiesto per i prelievi. Trovò subito un’email: “Si prega di confermare eventuali pignoramenti.” Sentì stringersi tutto dentro. Rispose secco: “Errore, sto verificando, porterò i documenti.” Ora doveva spiegarsi anche con chi lavorava da dieci anni. A casa la moglie gli chiese com’era andata. — Hanno accettato la domanda. Lei annuì, silenziosa. — Sicuro non dipende dal vecchio prestito di tuo fratello? All’epoca eri garante… Lui la fissò. — No. Non ero garante. Ero stato chiaro. Lo ricordo bene. Lei annuì, ma negli occhi restò un’ombra di dubbio. La macchina aveva già lasciato una crepa difficile da rattoppare coi documenti. Dopo una settimana ricevette la notifica tramite SPID. Mani tremanti, legge: “Accertata erronea identificazione del debitore. Revoca delle misure esecutive”. Lesse tre volte per crederci. Apre l’app della banca. I conti sono attivi, le cifre riapparse, come se nulla fosse accaduto. Ma rimaneva un messaggio: “Le operazioni potrebbero essere limitate in attesa di aggiornamento dati”. Provò a pagare la bolletta. Il pagamento passò, ma dopo un’attesa snervante. Tornò in farmacia e comprò le compresse che non aveva potuto prendere il primo giorno. La cassiera non lo riconobbe. Avrebbe voluto dirle “tutto a posto”, ma sarebbe stato strano. Ritirò la busta ed uscì. Due giorni dopo lo chiamarono dalla banca. — Abbiamo ricevuto la revoca delle misure, — disse l’operatrice. — Ma la segnalazione nella storia creditizia può persistere fino all’aggiornamento delle centrali. Può volerci fino a quarantacinque giorni. — Quindi la traccia rimane. — Temporaneamente. “Temporaneamente” non rassicurava. Si immaginò tra un mese a chiedere una dilazione per sistemare gli infissi della madre, e sentirsi dire: “C’è traccia di precedenti restrizioni”. Nuovamente avrebbe dovuto spiegare che non era colpa sua. Presentò richiesta di rimborso per i soldi trattenuti. L’ufficiale giudiziario spiegò che il creditore era la banca che aveva concesso il credito a qualcun altro, il rimborso spettava a loro. Allegò copia della revoca, l’estratto delle somme, i dati bancari. In risposta arrivò una mail: “La sua richiesta è stata registrata”. Un altro numero pratica. In tutto questo tempo si rese conto che parlava più piano, come se ogni parola imprevista potesse risvegliare ancora la macchina. Controllava le notifiche più volte al giorno, consultava il portale dei procedimenti, si rassicurava che tutto fosse vuoto. Quel vuoto diventò la sua normalità. Un giorno in CAF dovette tornare per una delega per sua madre. Nella sala d’attesa c’era un uomo con una cartella, spaesato come uno studente. Teneva un ticket e fissava il tabellone senza capire dove andare. — Che pratica ha? — chiese, stupendosi di rivolgersi lui. — Mi hanno detto che ho un debito, — abbassò la voce. — Non so cosa sia. In banca hanno detto “UNEP”. Riconobbe negli occhi dell’uomo lo stesso insieme di vergogna e rabbia che aveva doveva negli occhi suoi. — Prima si faccia dare l’estratto in banca col numero pratica, — consigliò. — Poi qui possono stampare la situazione dal portale. Se codice fiscale o data non corrispondono, fa domanda di rettifica per errore di identificazione. E sempre chieda il timbro di protocollo. L’uomo ascoltava come se gli stessero dando la mappa. — Grazie, — disse. — Lei… lei c’è passato? Annui. — Sì. Non è stato rapido. Né si è chiuso del tutto. Ma ce l’ho fatta. Uscì con la delega in cartella e si fermò fuori dalla porta per sistemare i fogli nello zaino. La cartella pesava non per la carta, ma per l’abitudine a controllare tutto. Si accorse di respirare più calmo. A casa, ordinò nel faldone il provvedimento di revoca, i certificati bancari, le domande, e vi scrisse col pennarello: “Proc. esecutiva, errore”. Un tempo si sarebbe vergognato di un titolo simile, come fosse una colpa. Ora non gliene importava più nulla. Mise il faldone nel cassetto, lo chiuse e, senza alzare la voce, disse alla moglie: — Se ricapita, so già cosa fare. E non starò più a giustificarmi. Pretenderò. Lei lo guardò a lungo, poi annuì. — Va bene, — disse. — Ti preparo il tè. Andò in cucina e accese il fornello. Il rumore dell’acqua nel bollitore gli sembrò, per la prima volta dopo giorni, la conferma che la vita apparteneva ancora a lui, non ai numeri e alle scadenze.