Riscoprire la Bellezza dell’Altro

Rivolgersi luno allaltro con occhi nuovi

Quel pomeriggio Vittorio tornò a casa dal lavoro prima del solito. Di norma entrava alle sette, sentiva il fritto sulla padella e lodore della cena mescolato al profumo delicato del profumo di sua moglie. Quella volta il capo lo aveva lasciato uscire presto perché era ammalato, così il 15 aprile, alle quattro del pomeriggio, Vittorio si trovò davanti alla sua porta con una strana imbarazzo, come un attore che sale sul palco fuori tempo.

Inserì la chiave nella serratura. Il meccanismo scattò rumorosamente. Nellatrio, su un appendiabiti, pendeva una giacca maschile sconosciuta, costosa, di morbida lana, al suo posto.

Dal soggiorno si udiva una risata femminile contenuta, bassa e vellutata, che Vittorio aveva sempre considerato suo tesoro personale. Poi la voce di un uomo, indistinta ma con tono sicuro e domestico.

Vittorio non si mosse. I suoi piedi sembravano incollati al parquet che aveva scelto insieme a Rosalba, litigando sul tono del rovere. Nel grande specchio dellentrata vedeva il suo volto pallido, il completo stropicciato dal lavoro. Si sentiva un estraneo nella propria casa.

Si avvicinò al rumore senza togliersi le scarpe, infrangendo la regola più severa del loro nucleo. Ogni passo rimbombava nella testa. La porta del soggiorno era socchiusa.

Sul divano erano seduti. Rosalba, con il suo accappatoio turchese, quello che lui le aveva regalato per il compleanno, le gambe raccolte in modo casalingo. Accanto a lei, un uomo di circa quarantanni, in mokasin di camoscio costosi senza calzini (quel dettaglio lo irritava più di ogni altro), con una camicia impeccabile e il colletto aperto, che sorseggiava un bicchiere di vino rosso.

Sul tavolino da caffè troneggiava la solita bottiglia di cristallo, reliquia di famiglia di Rosalba, colma di pistacchi. I gusci erano sparsi sul legno.

Era la scena di unintimità domestica assoluta, non di passione o di impulso, ma di un tradimento quotidiano, il più sgradevole di tutti.

Entrambi lo notarono contemporaneamente. Rosalba tremò, il vino si rovesciò sul suo accappatoio, lasciando una macchia scarlatta. I suoi occhi spalancati esprimevano non terrore, ma panico confuso, come un bambino colto in flagrante.

Lo sconosciuto posò il bicchiere sul tavolo con un gesto lento, quasi pigro. Sul suo viso non cera né paura né imbarazzo, solo una leggera irritazione, come chi è interrotto al culmine di qualcosa di interessante.

«Ros» iniziò Rosalba, ma la voce si spezzò.

Lui non la ascoltava. Il suo sguardo passò dalle mokasin delluomo, che poteva entrare in casa a piedi nudi, alle proprie scarpe impolverate. Due paia di scarpe nello stesso spazio, due mondi che non dovevano mai scontrarsi.

«Credo me ne andrò», disse lo sconosciuto, alzandosi con una lentezza indecorosa per la situazione. Si avvicinò a Vittorio, lo guardò non dallalto ma con curiosità, come si guarda unesposizione al museo, annuì e si diresse verso latrio.

Vittorio rimase immobile, sentì lo scatto della giacca, il click della serratura. La porta si chiuse.

Rimasero soli nellopprimente silenzio, rotto solo dal ticchettio dellorologio. Laria odorava di vino, di profumo maschile costoso e di tradimento.

Rosalba lo osservava, stringendosi le spalle. Diceva parole«non capisci», «non è quello che pensi», «stavamo solo parlando»che gli arrivavano come se fossero attraverso un vetro spesso. Non avevano peso.

Vittorio si avvicinò al tavolino, prese il bicchiere dello sconosciuto. Proveniva da un odore estraneo. Guardò la macchia sul vestito di sua moglie, i gusci di pistacchio, la bottiglia di vino ancora mezza vuota.

Non urlò. Non gridò. Sentì solo una sola emozione tuttoconsumante: un disgustio totale, fisico, verso la casa, il divano, laccappatoio, il profumo, verso sé stesso.

Rimise il bicchiere al suo posto, si voltò e tornò allatrio.

«Dove vai?» la voce di Rosalba tremò, tradendo paura.

Vittorio si fermò davanti allo specchio. Guardò il suo riflesso, quello che pochi minuti prima non esisteva più.

«Non voglio più stare qui», disse piano, con chiarezza. «Finché laria non si sarà del tutto dissipata».

Uscì dallappartamento e scese le scale. Si sedette sulla panchina di fronte al suo ingresso. Prese il telefono e scoprì che la batteria era scarica.

Fissò le finestre del suo monolocale, la luce accogliente che amava, e attese. Attese che lodore dei profumi altrui, delle mokasin, di quella vita che un tempo chiamava sua, si disperdesse. Non sapeva cosa sarebbe accaduto, ma sapeva che non esisteva più la via di ritorno a quel giorno di quattro del pomeriggio.

Così rimase sulla panchina fredda, il tempo scorreva diversamente. Ogni secondo bruciava di chiarezza. Vide unombra alla sua finestra: Rosalba, pronta a guardarlo. Si voltò.

Dopo un poventi minuti, forse unorala porta delledificio si aprì. Rosalba uscì senza accappatoio, in jeans semplici e una felpa, con una coperta in mano.

Attraversò lentamente la strada e si sedette accanto a lui, lasciando tra loro un metro di distanza. Gli porse la coperta.

«Prendila, ti scalderebbe».

«No, grazie», rispose, senza guardarla.

«Si chiama Gabriele», disse Rosalba sottovoce, fissando lasfalto. «Ci conosciamo da tre mesi. È il proprietario del bar accanto al mio centro fitness».

Vittorio ascoltava senza girare la testa. Il nome, lattività, nulla importava. Erano solo scenografie per il vero punto: il suo mondo era crollato non per unesplosione, ma per un clic quotidiano, silenzioso.

«Non mi scuso», la voce di Rosalba tremò. «Ma tu sei stato assente lanno scorso. Venivi, cenavi, guardavi le notizie e ti addormentavi. Hai smesso di vedermi. E lui ha visto».

«Ha visto?», fu la prima volta che Vittorio si girò verso di lei quella sera. La voce gli era rauca per il silenzio. «Ha visto che bevi il vino dai miei bicchieri? Ha visto i gusci di pistacchio sul mio tavolo? È quello che ha visto?»

Rosalba strinse le labbra, gli occhi si riempirono di lacrime ma non le lasciò scorrere.

«Non chiedo perdono, né pretendo di cancellare tutto subito. Solo non sapevo come arrivare a te. Forse trasformandomi in un mostro, sono tornata luomo di cui ti sei accorto».

«Sono qui», iniziò lentamente Vittorio, «e mi disgustano. Il profumo di quel profumo maschile nella nostra casa. Le sue mokasin. Ma soprattutto mi disgustano i pensieri che tu possa farmi questo».

Scrollò le spalle. Il freddo e limmobilità gli intorpidivano la schiena.

«Non andrò lì oggi», disse. «Non riesco a entrare nellappartamento dove tutto mi ricorda questo giorno, a respirare quellaria».

«Dove andrai?», la sua voce tradì una paura animale, la paura di perdere tutto definitivamente.

«In un hotel. Devo dormire da qualche parte».

Rosalba annuì.

«Vuoi che vada da unamica? Ti lascio solo in casa?»

Lui scosse la testa.

«Questo non cambierà ciò che è successo dentro. Dovremmo forse vendere la casa, Rosalba».

Lei rimase senza parole, come colpita da un fulmine. Quella casa era il loro sogno, la loro fortezza.

Vittorio si alzò dalla panchina, i movimenti lenti e stanchi.

«Domani», disse, «non parleremo. Dopodomani neanche. Entrambi dobbiamo stare in silenzio, separati. Poi vedremo se resta qualcosa di cui parlare».

Si voltò e proseguì lungo la strada, senza guardarsi indietro. Non sapeva dove andasse, né se sarebbe tornato. Sapeva solo una cosa: la vita che aveva prima di quella sera era finita. E, per la prima volta in anni, doveva compiere il passo verso lincognito, non come marito, non come parte di una coppia, ma semplicemente come uomo stanco e ferito. E in quel dolore, paradossalmente, cominciò a sentirsi di nuovo vivo.

Camminava senza meta, Milano gli appariva estranea. I lampioni proiettavano ombre nette sul selciato, facili in cui perdersi. Vittorio entrò nel primo ostello che trovò, non per risparmiare, ma per svanire, dissolversi in una stanza anonima che puzzava di candeggina e vite altrui.

La stanza somigliava a una stanza dospedale: pareti bianche, letto stretto, sedia di plastica. Si sedette sul bordo, il silenzio gli colpiva le orecchie. Niente cigolio del parquet, né rumore del frigorifero, né il respiro di sua moglie alle spalle. Solo il ronzio nella testa e il peso sul petto.

Prese il telefono, lo mise a caricare al banco della reception. Lo schermo si accese, le notifiche lampeggiavano: colleghi, chat di lavoro, pubblicità. Una serata ordinaria di una persona ordinaria, come se nulla fosse accaduto. Quella normalità era insopportabile.

Mandò un SMS al capo: «Malato. Non verrò per qualche giorno». Non mentì. Si sentiva avvelenato.

Si spogliò, entrò nella doccia. Lacqua era quasi bollente ma non percepiva la temperatura. Stava lì a capo sotto, guardando le gocce lavare via la polvere di quel giorno. Alzò lo sguardo e vide nel vaso di specchio sopra il lavandino il suo riflesso: stanco, sgualcito, estraneo. Così lo aveva visto Rosalba? Così era stato per tutti questi mesi?

Si sdraiò, spense la luce. Loscurità non portò tregua. Scorrevano davanti agli occhi ricordi come diapositive maledette: la giacca sullappendiabiti, la macchia di vino sullaccappatoio, le mokasin senza calzini. E la frase più amara: «Non mi vedevi più».

Si rigirò invano, cercando una posizione comoda. Nulla lo soddisfaceva. Un pensiero gli affiorò, inizialmente lo respinse, ma tornava incessantemente, come un insetto fastidioso: e se fosse stato lui, con la sua distanza, con la sua pigrizia emotiva, a spingerla tra le braccia di quelluomo con le mokasin? Non per scusarla, né per scaricarle la colpa, ma per comprendere.

Rosalba non dormiva. Vagava per lappartamento come un fantasma, le mani dietro la schiena. Si fermò davanti al divano. La macchia di vino sullaccappatoio ormai brunoscuro, la stracciò e la gettò nel cestino.

Poi prese il bicchiere che Gabriele aveva usato, lo guardò a lungo, lo portò in cucina e lo sbatté contro il lavandino. Il cristallo si frantumò con un tintinnio, il peso della cosa sembrava alleggerirsi, leggermente.

Rimasse solo il crollo dei segni di quellaltro: i pistacchi buttati, il vino non finito, il tavolo pulito, i frammenti raccolti. Ma il profumo del suo profumo impregnava tende, divani, armadi. Era ovunque, come la vergogna, e una strana, contorta sensazione di liberazione. La bugia divenne verità, il dolore tangibile.

Si sedette per terra, abbracciò le ginocchia e, per la prima volta, si concesse di piangere. Silenziosamente, senza singhiozzi. Le lacrime scivolarono, salate e amare. Piangeva non tanto per il dolore inflitto a Vittorio, quanto per il crollo dellillusione di un matrimonio felice che avevano costruito per anni. Sapeva di essere responsabile; anche se lui non le aveva dato attenzione, era lei a aver commesso lerrore.

Al mattino Vittorio si svegliò distrutto. Ordinò un caffè al bar più vicino e, seduto al tavolo della finestra, osservò la città che si svegliava. Il telefono vibrò: era un messaggio di Rosalba.

«Non chiamarmi, scrivimi solo se stai bene».

Guardò il testo. Era semplice, umano. Nessuna isteria, nessuna domanda. Solo cura, quella che forse lui aveva smarrito.

Non rispose. Aveva promesso di tacere. Ma per la prima volta in quel giorno, la rabbia e il disgusto dentro di lui lasciarono spazio a qualcosa di più tenue, di incerto. Non era speranza, ma curiosità.

E se dietro a tutto quel tormento, dietro a quel dolore, potessero riscoprire la loro immagine luno dellaltro? Non come nemici, ma come due persone stanche e sole, che un tempo si amavano e forse si erano perse?

Finì il caffè, posò la tazza. Davanti a loro cerano giorni di silenzio, poi una conversazione. Forse la paura non era parlare, ma accettare che nulla cambierebbe davvero.

La lezione che ne traeva era chiara: lamore più forte non è quello che non conosce cadute, ma quello che, dopo essere stato frantumato, trova la forza di ricostruirsi, non come era, ma come potrebbe diventare. In questo modo, la vita insegna che, anche nella più profonda ferita, è possibile risorgere, più consapevoli e più umani.

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