**Diario di Roberto**
Un debole miagolio raggiunse Roberto. Abbassando lo sguardo, vide un minuscolo gattino, mentre la madre lo proteggeva disperatamente da un cane. Scivolava sul marciapiede bagnato dallautunno, le gambe cedevano e la mente era annebbiata dal vino. Dentro di sé, tutto era cupo come fuori, come se qualcuno avesse spento ogni luce nellanima.
Nella mano stringeva una bottiglia appena aperta, pronta a trangugiare un sorso, sperando che lalcol alleviasse almeno un po del dolore che lo soffocava. La solita domanda tornò a tormentarlo: *”Perché proprio io?”* Ma non aveva più la forza di cercare una risposta.
Roberto era un chirurgo brillante. Le sue mani doro avevano salvato tante vite, anche nei casi più disperati. Lavorava fino allo stremo, combattendo per ogni paziente. Ogni intervento era una battaglia: per la salute, per il destino, per la speranza.
I giornali parlavano di lui, lo mostravano in televisione, tutti in città lo riconoscevano. Ma a lui non importava della fama. Voleva solo aiutare. Aveva rifiutato offerte da cliniche prestigiose, rifiutato stipendi da capogiro, rimanendo fedele alla sua città. E sua moglie lo odiava per questo. Gridava, lo accusava, ma lui non cedette.
E quel giorno, quando seppe che aveva rifiutato un posto in una clinica di Milano, scoppiò un altro litigio al telefono. Urlò che stava rovinando la famiglia. In macchina cera anche il loro figlio, ma nemmeno la sua presenza fermò il fiume di accuse. Non vide il camion che usciva dal cortile.
Urtò. Frenò. Tribunale. Funerali. E poi il vuoto.
Stava per bere quando udì un abbaiare. Roberto aggrottò le sopracciglia, cercando la fonte del rumore. Il vento gli sferzava il viso, ma sotto un arco vide un ragazzino con un cane da combattimento che tormentava una gatta.
Lei si era accucciata contro il muro, sibilava, mentre il ragazzo incitava il cane:
“Vai! Prendila!”
Il cane ringhiava, saltavasembrava divertirsi in quel gioco crudele. Ma la gatta, nonostante la paura, gli diede una zampata sul muso. Roberto socchiuse gli occhi. Cera qualcosa di strano Vide che la gatta proteggeva un batuffoloun gattino.
“Sei pazzo?!” urlò Roberto, gettando la bottiglia e correndo verso di loro, scivolando sulle pozzanghere.
Il ragazzo si voltò. Vedendo quelluomo correre verso di lui, avvolse il guinzaglio attorno al polso e indietreggiò. Roberto raccolse la gatta esausta e la strinse al petto. Lei si divincolò, ma poi un debole miagolioil gattino era lì, ai suoi piedi.
Lo prese con delicatezza e lo mise accanto alla madre. La gatta si calmò allistante.
“Perché gli fai fare questo? Vuoi che sbrani una gatta indifesa con il suo piccolo?!” lo rimproverò Roberto. “Se fossi mio figlio, ti darei una sculacciata che non ti siederesti per una settimana! Dovè tuo padre? È lui che ti insegna queste cose?”
Il ragazzo abbassò lo sguardo, arretrando.
“Papà non cè più,” sussurrò.
Roberto si irrigidì. Cera dolore in quella voce. Nel buio, vide una lacrima scendergli sulla guancia. Avvicinandosi, gli chiese con tono più calmo:
“Capisci che hai fatto una cosa sbagliata?”
Il ragazzo annuì, singhiozzando.
“Mia mamma mi ha regalato Rex da poco. Volevo solo vedere quali comandi conosceva. Mi dispiace. Non lo farò più,” disse, voltandosi per andarsene.
“Come ti chiami?” chiese improvvisamente Roberto.
“Arturo.” Il ragazzo si fermò, osservando quelluomo che stringeva al petto la gatta e il gattino.
“Non ripetere più questi errori, Arturo. Capito?”
Il ragazzo annuì in silenzio e scomparve dietro langolo.
Roberto scosse la testa e si affrettò verso casa, a pochi passi da lì. Tenendo stretti i nuovi arrivati, salì al terzo piano. Oltrepassò la soglia senza togliersi il cappotto e li adagiò con cura sul divano.
Esaminò la gatta: nessuna ferita, ma una zampa era danneggiata. Roberto laccarezzò. Lei si strinse fiduciosa.
“Sei proprio una bella gatta. E il piccolo somiglia a te,” disse sorridendo.
Aprì il frigorifero, prese del paté e lo mise in una ciotola. La gatta e il gattino lo divorarono con gusto. Dopo aver mangiato, lei iniziò a leccare il piccolo, e Roberto sorrise di nuovo.
“Sei così dolce Ti chiamerò *Zuccherina*,” sussurrò.
Li mise con delicatezza in una borsa sportiva e, indossato il cappotto, li portò alla clinica veterinaria aperta tutta la notte nelledificio accanto.
“Abbiamo bisogno di un medico, subito!” gridò entrando.
“Buonasera! Cosa è successo?” una giovane donna si fece avanti.
“Ecco!” Roberto posò la borsa sul tavolo e tirò fuori Zuccherina. “Credo abbia una zampa fratturata, forse scomposta. Lho trovata per strada con il gattino.”
“Facciamo un controllo,” disse la veterinaria, prendendola. “Dovremo fare una radiografia e degli esami. Ci vorrà un po di tempo. Possiamo tenerla qui, poi la porteranno al rifugio.”
“Al rifugio?! Zuccherina è mia! E anche il gattino!” protestò Roberto.
“Va bene, va bene,” disse la donna, conciliante. “Allora aspetti qui.”
Portò Zuccherina in unaltra stanza. Dopo un minuto, unassistente venne a prendere il gattino per visitarlo. Roberto attese.
Dopo unora, gli restituirono il piccolo.
“È sano. Solo gli occhi un po infiammati, serviranno delle gocce per qualche giorno,” disse lassistente sorridendo. “Grazie!”
“Perché?” chiese lui, sorpreso.
“Per non essere passato oltre e aver salvato questa mamma e il suo piccolo,” rispose lei, prima di andarsene.
Due ore dopo, la veterinaria tornò con Zuccherina.
“Labbiamo operata, è ancora sotto anestesia. La frattura era complicata,” spiegò, osservandolo. “Sa, il suo volto mi sembra familiare. Ora ricordolei è Roberto Mancini, il chirurgo dellospedale cittadino.”
“Guarirà?” chiese lui, preoccupato.
“Sì, ne sono certa. Lintervento è andato bene. La zampa si riprenderà. Lha salvata in tempograzie.”
“Come potevo ignorarla? Quel ragazzo con il cane stava per farla a pezzi, e lei difendeva il suo piccolo fino allultimo,” mormorò lui, accarezzando la testa di Zuccherina.
“Un ragazzo?” la veterinaria impallidì. “E il cane era un boxer?”
“Sì Lo conosce?” chiese Roberto, sistemando la gatta nella gabbietta.
“È mio figlio,” disse la donna, il sorriso svanito. “Da quando è morto suo padre, ha iniziato a frequentare persone sbagliate”
“Mi dispiace, non lo sapevo,” sussurrò lui. “È lei che gli ha regalato il cane?”
“Lo desiderava da tempo.





