Ospiti Inaspettati e Inquietanti

Marco, senti un po! Pietro e Loredana verranno a trovarci per il finesettimana! Marco si avvicinò a Ginevra, con il cellulare in mano e un sorriso che sembrava accarezzare laria.

Sul serio? Non li vediamo da cinque anni? lei rise, gli occhi scintillanti. Sarà una buona occasione per chiacchierare.

È vero, da tempo bramano una fuga. Pietro si lamenta sempre che nella sua città le cose peggiorano come la nebbia che avvolge il porto. Noi ce labbiamo fatta a strapparci via, loro invece rimangono impantanati in una palude di routine.

Dove pensano di stare?

Ho proposto subito di ospitarli da noi. Ti va? increspò le sopracciglia Marco.

Se hanno già deciso senza di me, accetto. Regaliamo loro un weekend da capitale: passeggiate, visite, tutto. Che possano vedere che si può vivere, se ci si impegna e si lavora. affermò Ginevra, il suo sguardo colmo di orgoglio per la vita che hanno costruito insieme, partiti da nulla, arrivati a una piccola casa che ormai sembra un castello.

Lappartamento scintillava in attesa dei visitatori: Ginevra aveva lavato ogni superficie, tirato fuori dalla credenza lenzuola fresche per il divano, comprato una coperta di lana per scaldare gli ospiti e due cuscini nuovi per un sonno più piacevole. Preparavano larrivo come se fossero pronti a ricevere parenti di sangue.

Sabato mattina il campanello suonò. Un minuto dopo, nel corridoio, apparvero Pietro e Loredana. Lui vestiva una tuta sportiva anni 90, ormai fuori moda a Milano; lei indossava jeans strappati e una maglietta attillata, il volto stanco e gli occhi che scrutavano il corridoio come se cercassero un segreto.

Benvenuti, amici! salutò Marco.

È ancora meglio di quanto immaginassi disse Pietro, togliendosi le vecchie scarpe e mostrando calzini buccati.

Loredana si inoltrò silenziosa, scrutò la stanza e chiese:

È vostra casa?

No, è la nostra. Labbiamo comprata con un mutuo. rispose Marco. Allora, cosa ne dite di un tè o un caffè?

Caffè, rispose Loredana.

Io preferisco qualcosa di più forte. Pietro sfiorò la spalla di Marco.

Dopo unora latmosfera si sciolse: risate, notizie, racconti di vita.

Qui laria è diversa, osservò Ginevra.

E la gente sorride di più, sembra. aggiunse Loredana.

È facile sorridere quando cè qualcosa per cui vivere, intervenne Pietro. Da noi non ci sono né stipendi né lavori. È una lotta.

Ginevra mise sul tavolo frutta fresca e una torta casalinga appena sfornata.

Allora, Marco, iniziò Pietro a cena. Non avete qualche posizione aperta al lavoro? Sono pronto a tutto, non voglio più lavorare per pochi spiccioli.

Vedrò, disse Marco. Stiamo assumendo nuovo personale, proverò a parlare.

Siete pronti a trasferirvi? Con i bambini? incuriosì Ginevra.

Beh Loredana assaggiò la torta e rifletté. Ci piacerebbe trasferirci tutti insieme, ma abbiamo due figli: il maggiore è appena entrato allasilo, è un posto difficile da conquistare e non abbiamo i soldi per il trasloco.

Se serve, Pietro può venire da solo. Abbiamo una stanza per gli ospiti dove due persone condividono il letto, e non si lamentano. disse Marco.

Ginevra notò unombra di dubbio sul volto di Marco, ma lui la scacciò con un sorriso.

Non vorrei vivere separati, mormorò Loredana. La questione è il futuro e lo stipendio.

Lunedì i visitatori ripartirono. Pietro inviò il suo curriculum, Marco lo inoltrò e, dopo due settimane, tutto cambiò.

Pietro fu assunto rapidamente. Marco mantenne la promessa, parlò con i dirigenti, lo raccomandò. Lo presero a prova, non per la posizione più alta, ma con uno stipendio dignitoso e prospettive di crescita.

Ti devo una vita, amico, disse Pietro a Marco, portando una bottiglia di Chianti. È la mia occasione. Qui a casa non ho più opzioni. Ora ricominciamo a vivere!

Non deludermi, rispose Marco, stappando la bottiglia.

Ginevra osservava da lontano. Allinizio tutto sembrava normale: Pietro veniva a trovarli, beveva tè, raccontava del nuovo lavoro. Dormiva poco, abituandosi alla stanza condivisa con i colleghi.

Pietro, comè Loredana? I bambini? chiese Ginevra.

I bimbi stanno bene. Ho mandato loro dei soldi per nuovi giochi. La mamma aiuta ma la moglie non è felice che io sia via. Io, invece, sono contento di stare un po lontano dal suo controllo costante, confessò Pietro dopo qualche bicchiere.

È la solita storia relazioni a distanza. Ma vi mancherete, commentò Ginevra.

Pietro se ne andò.

Il finesettimana successivo arrivò con Loredana e i due bambini.

Siamo qui per il weekend, annunciò Loredana, come se fosse stato programmato. Ci siamo persi tanto! I bambini non vedevano il papà da tanto tempo!

Ginevra rimase immobile, sorpresa. Non si vedevano da un anno, forse due o forse solo due settimane. Non poteva scacciarli via.

Benvenuti, ho arrostito un pollo, disse, forzando un sorriso. Dove avete dormito?

In un albergo, sospirò Loredana. Una gioia costosa, ma non abbiamo soldi. Così devo incontrare Marco di tanto in tanto, altrimenti dimentica come sono.

Alessandro, che vino preferisci? chiese Marco, già nella sua routine di ospitalità.

Rosso o bianco? rispose Ginevra, quasi meccanica.

Non staremo a lungo, ridacchiò Loredana. Potreste occuparvi dei bambini? Così Pietro e io possiamo rubare un po di tempo per noi In una stanza singola non cè molta romanticità con i piccoli.

Marco alzò le spalle, capendo il sentimento di Pietro, ma lidea di babysitting lo lasciava perplesso.

Daccordo, una volta potete aiutarci. Andate, piccioni. Preparate il terzo piatto, scherzò Ginevra. Dicono che pagano bene per quel ruolo chissà, forse basti anche per comprare una casa.

Pietro e Loredana risero e se ne andarono, lasciando i bambini con Marco e Ginevra.

Non successe nulla di drammatico. I giovani erano stanchi, ma si sentivano quasi eroi per non aver abbandonato gli amici.

Il piccolo aiuto divenne una consuetudine. Loredana tornava quasi ogni settimana, chiedendo di prendersi cura dei bimbi per unintera giornata, un pomeriggio, persino per tutta la sabbata.

Mio marito vive a Torino, diceva, ho bisogno di questi incontri. Sedetevi, siete senza figli per ora! Allenatevi!

Ginevra, irritata, una volta disse basta.

Il nido è chiuso, abbiamo altri piani.

Davvero? Partite? si rattristò Loredana, ma subito trovò una soluzione. Perfetto, lasciateci le chiavi. Abiteremo qui per una settimana o due. Gli hotel sono troppo cari, mio marito non vuole pagare, dice che le mie visite gli costano una fortuna.

Non è possibile, andiamo via per un giorno e torniamo. Dove volete che dormiate? chiedé Ginevra.

Avete due camere, non disturberemo. Siamo quasi famiglia.

Questa discussione quasi fece scoppiare una lite tra Ginevra e Marco.

Hai sentito cosa ha detto? Sposta i mobili così è più comodo per loro!

Forse è stress, i figli, i trasferimenti del marito forse è il PMS.

Non è stress, è arroganza! Non dobbiamo ospitarli! Sono contro, chiama Pietro e diga di far smettere la moglie di essere così insopportabile.

Sì, ma non è giusto.

Si comportano bene, vero?

Marco scrollò le spalle, poi chiamò Pietro; Loredana si ritirò un po, o così sembrò a Ginevra. In realtà cambiò tattica, passando a messaggi:

«Ciao. Puoi farmi un favore? Devo controllare il suo telefono Non scrive a nessuno?»

Quando Marco rifiutò, Loredana scrisse ancora:

«Allora almeno vai a trovarlo. Controlla se ci sono cose femminili nella sua stanza».

«Marco Davvero! Parla con lui, altrimenti si allontana, ho paura. Sembra che abbia unaltra donna!»

Allinizio Marco rispondeva brevemente, poi smise di rispondere. Loredana non si fermava: chiamate, messaggi vocali con lacrime, testi lunghi con emoticon imploranti.

Ginevra non ne sapeva nulla. Marco nascondeva le conversazioni, cancellava i messaggi, si rifugiava in unaltra stanza per parlare.

Una sera, mentre Marco era distratto dal telefono, Ginevra sbirciò sopra la spalla e vide un lungo messaggio di Loredana:

«Vai da lui domani. Mi sembra che mi ignori. Sono certa che abbia trovato qualcuno. Controlla il suo telefono, se puoi».

Ginevra esplose.

Nascondi qualcosa? È la tua amica ora? O stai spiando Pietro per lui?

Non spio! balbettò Marco. È solo è fastidiosa. Scrive, chiama, si lamenta. Penso è la moglie di un amico, forse dovrebbe aiutare

Aiutare? Ti sta usando come facchino! E tu rimani in silenzio. È perché non sai dire no. Lhai lasciata fare, ora ti ripaga! E ti nascondi come un gatto colpevole! Non è vergognoso? I loro problemi, e tu sei il colpevole!

Sì, scusa. Dovevo dirtelo. Finirò con tutto. Marco cancellò tutti i messaggi e bloccò il numero di Loredana.

Dopo quel confronto Loredana riuscì a parlare ancora con Marco, che le promise di non partecipare più ai suoi controlli. Lei, offesa, lo accusò di aver rovinato la sua amicizia, dicendo che i veri amici non agiscono così.

Se continui, lo riferirò a Pietro

Solo allora Loredana si allontanò.

Pietro, informato da Ginevra, si irritò e una sera disse a Marco:

Anche tu sei finito nella sua rete, vero? Scusa per lingerenza. Pensavo fosse più semplice a distanza, ma è tutto un groviglio. Devo sistemare le cose.

Due mesi passarono; Loredana e Pietro sparirono dalla vita di Ginevra e Marco.

Il duo tornò alla normalità, fece una vacanza, visitò i genitori, e passeggiò per le vie di Verona, dove incontrò Loredana che passava senza salutare. Si scoprì poi che Pietro e Loredana si erano lasciati. Voci di corridoio dicevano che Loredana avesse trovato un altro mentre Pietro era a Milano la gelosia dellaltro partner si era rivoltata contro di loro. Così, in quel sogno strano, le ombre si mescolavano con la luce delle luci di città, e la vita continuava a scorrere, avvolta nel velo di unalba che non finiva mai.

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Ospiti Inaspettati e Inquietanti
Semplicemente si è sdraiato davanti alla mia porta… Era gennaio, il gelo più intenso che si ricordasse da anni. La neve arrivava quasi alle ginocchia, l’aria tagliente come una lama, il vento sferzava così forte da far quasi male a respirare. Il nostro paesino era minuscolo, sperduto nell’entroterra, e ormai quasi del tutto abbandonato. C’era chi era andato in città dai figli, chi invece riposa per sempre. Restavano solo quelli che non avevano più dove andare. Anch’io ero tra loro. Dopo la morte di mio marito, e con i figli ormai lontani, la casa non era vuota solo fuori, ma anche dentro. Le pareti, un tempo piene di voci, ora silenziose. Scaldavo la stufa, cucinavo pasti semplici – una minestra, polenta, uova. Sbriciolavo pane sul davanzale per gli uccellini. Passavo il tempo con i miei vecchi libri, le pagine consumate e segnate negli angoli. La televisione era quasi sempre spenta – lì ci sono rumori, non parole. Nel silenzio, mi sono accorta che iniziavo a sentire la casa sospirare con il vento, la bufera che ululava sul tetto, le assi lamentarsi per il freddo. Poi è arrivato lui. Ho sentito graffiare sul ballatoio. Ho pensato fosse una gazza malandrina o magari il gatto della vicina. Ma il rumore era diverso – quasi impercettibile, come di chi gratta con l’ultimo filo di forza. Ho aperto la porta – il gelo mi ha colpito come uno schiaffo. Ho guardato giù – e sono rimasta senza fiato. In mezzo alla neve c’era una creatura piccola, nera e tutta sporca, rannicchiata. Non era un gatto – sembrava più un’ombra. Ma gli occhi… occhi gialli, vivi, come quelli di un gufo. Mi fissavano dritto. Non chiedeva elemosina, ma quasi una sfida. Come dicesse: “Fin qui sono arrivato. O mi accogli, o mi mandi via. Ma più avanti non vado.” Una zampina davanti mancava. Era una vecchia ferita, chiusa e senza sangue, una cicatrice ruvida. Il pelo era a ciuffi, pieno di palline di sporco e rovi. Aveva le ossa sporgenti. Solo il buon Dio sa quello che aveva passato e quanta strada aveva fatto per arrivare fin lì. Sono rimasta lì, sospesa, poi ho deglutito e sono scesa i gradini. Lui non si è mosso. Non è scappato, non ha soffiato, non si è accovacciato. Ha solo tremato appena quando gli ho allungato una mano, poi si è fatto di nuovo immobile. L’ho sollevato, portato dentro. Leggerissimo, appena un battito. Ho pensato: “Non ce la farà. Non arriva a domani.” Ma l’ho steso accanto alla stufa, sul tappeto. Gli ho messo una vecchia cuccia, una ciotola d’acqua e un po’ di pollo. Non toccava niente. Rimaneva disteso, il respiro pesante, quasi una fatica ogni boccata. Gli sono rimasta vicino. E all’improvviso l’ho capito: era come me. Stanco, ferito, ma vivo. Ancora aggrappato alla vita. Per una settimana l’ho curato come un bambino. Mangiavo lì con lui – perché non si sentisse solo. Gli parlavo. Gli raccontavo le mie giornate, mi lamentavo dei reumatismi, ricordavo mio marito, che ancora chiamo nei sogni. Lui ascoltava, davvero ascoltava. A volte apriva gli occhi, come per sussurrare: “Sono qui. Non sei sola.” Dopo qualche giorno ha bevuto un sorso d’acqua. Poi ha leccato un po’ di polenta dal mio dito. Poco tempo dopo ha provato ad alzarsi. Si è messo su, ha barcollato, poi è ricaduto. Ma non si è arreso. L’indomani ci ha riprovato. E ce l’ha fatta. Si è alzato. Zoppicava, incerto, ma andava. L’ho chiamato Meraviglia. Perché altro nome non poteva avere. Dal quel giorno non mi ha più lasciato. Ovunque andassi – in pollaio, in veranda, in dispensa – c’era. Dormiva in fondo al letto e se mi giravo, miagolava piano, come a chiedere: “Ci sei?” E quando la sera piangevo, veniva vicino, si stringeva a me, mi guardava negli occhi. Per me è stato una cura. Uno specchio. Un senso. La signora Pina, la vicina, scuoteva la testa: – Livia, sei impazzita? Ce ne sono tanti per strada! Cosa te ne fai di questo? Alzavo le spalle. Come potevo spiegare che quel gatto nero, storpio, mi aveva salvata? Che da quando era arrivato avevo ricominciato a vivere, non solo a esistere? A primavera si metteva al sole sul terrazzo, inseguiva farfalle. Ha imparato a correre a modo suo – su tre zampe. All’inizio inciampava, poi ci ha preso la mano. È diventato anche cacciatore – un giorno mi ha portato perfino un topolino. Fiero. Me l’ha mostrato, poi è andato a dormire. Un giorno è sparito tutto il giorno. Sono impazzita di angoscia, l’ho cercato dappertutto, chiamato, girato il bosco. La sera è tornato – con la faccia graffiata ma camminava come un re. Forse aveva fatto un salto nel suo passato, o aveva chiuso un conto. Dopo ha dormito tre giorni filati. È rimasto con me cinque anni. Non solo è sopravvissuto, ha vissuto. Con le sue stranezze, i suoi gusti, il suo carattere. Amava la pasta col burro, odiava l’aspirapolvere, si rifugiava sotto le coperte quando veniva il temporale – o sotto il mio braccio, se c’ero. È invecchiato in fretta. L’ultimo anno quasi non usciva in cortile. Dormiva di più, mangiava meno, ogni movimento era più cauto. Sapevo – la fine si avvicinava. Ma ogni mattina, appena sveglia, la prima cosa era controllare se respirava. E se sì – ringraziavo. Una mattina di primavera semplicemente non si è più svegliato. Era sdraiato nella sua solita cuccia, accanto alla stufa. Non apriva più gli occhi. Mi sono seduta vicino, gli ho messo la mano addosso – era ancora caldo. Ma il cuore lo sapeva. Le lacrime non sono arrivate subito. L’ho accarezzato a lungo, sussurrandogli: “Grazie, Meraviglia. Sei stato tutto. Senza di te non ci sarei nemmeno io.” L’ho seppellito sotto il vecchio melo, il suo rifugio d’ombra in estate. In una scatola, con una camicia di flanella soffice. Ho detto addio in silenzio, davvero. Sono già passati tre anni. Ora vive con me un altro gatto – tigrato, giovane, vivace. Ma non gli somiglia per niente. Eppure, la sera, a volte mi pare di scorgere un’ombra nera sulla soglia. O sento un rumore familiare. Sorrido. Perché so che è qui accanto a me. Lui – è parte di me. La mia Meraviglia. Se anche tu hai avuto qualcuno come la mia Meraviglia, racconta la tua storia nei commenti.