Contratto d’amore

Il contratto damore

Lucilla era seduta davanti a un enorme tavolo, affollato di riviste nuziali dalle copertine luccicanti. Le pagine si trasformavano in onde sinuose sotto le sue dita, sfogliate con fervore quasi febbrile. Gli occhi le brillavano ogni volta che si imbatteva in una foto carica di dettagli: applicazioni di pizzo sottile, minuscoli ricami che sembravano sussurrare storie segrete, veli leggeri come nuvole che avvolgevano le modelle come spuma di mare. Si soffermava a lungo sugli abiti bianchi, quasi trasfigurandosi: mentale, si vedeva camminare verso laltare, circondata da mormorii, occhi puntati, tremuli sguardi di genitori e parenti commossi.

Che meraviglia sussurrava, ipnotizzata da un vestito in seta e tulle, la gonna vaporosa e bretelline sottilissime. Sembrava il sogno di una notte veneziana, tra i lampioni tremolanti e i canali che riflettevano la luna.

Appena dopo, però, la sua bocca si accigliò. Posò la rivista, sbuffando, e si alzò senza fretta. Nel salone, uno specchio alto contornato da una cornice barocca rifletteva la stanza sospesa nel silenzio. Lucilla fissò la sua immagine, si mise di profilo, inclinò la testa come per osservarsi con occhi alieni, quelli di unestranea su una gondola in mezzo a uno sciame di fiori. Pensava che le immagini patinate non centrassero davvero con la sua realtà.

Peccato, non fanno per me, disse, mordendosi il labbro. Il mio fisico è diverso.

Ruotò di nuovo, simulando una gonna ampia e stratificata, corsetto stretto, cento veli, danzando davanti allo specchio. Improvvisamente la sua espressione mutò in smorfia.

Meglio qualcosa di semplice, ragionava a voce alta, come rispondendo a un consigliere invisibile. Via le gonne voluminose: sembrerei un panettone ambulante. Ma nemmeno una cosa banale! Non ci si sposa tutti i giorni!

Le mani nervose si arrampicavano tra i boccoli scuri mentre la tensione saliva, anestetizzando la stanza. Tutte quelle possibilità: infinite e introvabili. Un fardello che la piegava. Le riviste le parvero, allimprovviso, animali muti che non promettevano miracoli. Una stanchezza surreale le serrò il petto.

Devo parlarne con qualcuno, borbottò mentre si lasciava scivolare sul bordo della sedia. Prima che mi venga una crisi isterica.

Un rumore secco, come uno scoppio, devastò la quiete, facendole fare un salto. Gli occhi lasciarono la distesa di abiti e schizzi di tessuto. Chi poteva entrare in casa a quellora? Il giradischi in salotto suonava ancora una canzone di De André, ma nessuno avrebbe dovuto avere le chiavi se non il padre e Cesare, il suo promesso sposo. Ma entrambi non si sarebbero dovuti vedere per ore: papà a un pranzo daffari, Cesare a una riunione in centro per lavori misteriosi.

Lucilla rimase immobile, la mente come un mosaico sparso: ladro? Il cuore batteva come i tamburi sulle spiagge di Palermo. Si avvicinò silenziosa alla scala che portava al piano terra, con i piedi nudi sui gradini. Sbirciando dalla balaustra dorata, scorse il corridoio e la porta dingresso. Rese invisibile dalla penombra, osservò.

La tensione si sciolse come burro al sole. Nellingresso cera Cesare, riconoscibilissimo dal taglio del cappotto e dalla camminata. Si sfilava le scarpe lanciandole senza cura e fischiettava qualcosa di stonato.

Cesare? sussurrò Lucilla spaesata. Ma lui non doveva essere in riunione?

Rimase nascosta, incerta se muoversi o restare a origliare. Sorpresa, si accorse che lui stava parlando sottovoce al telefono.

Abbi pazienza ancora un po, tesoro, il tono di Cesare aveva una dolcezza sconosciuta, come se accarezzasse qualcuno con le parole. A Lucilla il sangue si raggelò. Non era mai stato così con lei. Ancora qualche mese, Lucilla non sospetta nulla. Fra un mese la cerimonia, poi pochi mesi da marito modello qui la sua voce si fermò, graffiata da una stanchezza viscida, da nausea e poi finisce tutto.

Lucilla chiuse gli occhi, come volesse cancellare la visione. Matrimonio. Il loro matrimonio era parte di un qualche contratto? Si sentiva minuscola, la testa piena di ragni e diari dinfanzia.

E Jacopo Benedetti? Cesare continuava più sicuro, scrollandosi una zavorra invisibile. Non importa, gli lascio le chiavi e sparisco appena arriva lultimo bonifico.

Le parole la tramortirono, come uno schiaffo di vento gelido sul viso. Ha mentito. Sempre mentito. fece eco la mente. Si ritrasse, silenziosa, con la certezza che il padre era coinvolto. Contratto. Ricompensa. Sei mesi come scadenza. Una coreografia da incubo, con lei protagonista suo malgrado.

Avrebbe voluto urlare, ma il grido correva contorto nella gola.

Si fermò per ascoltare meglio.

Cesare si era accomodato su una poltrona, le gambe distese, convinto di avere il campo libero. Continuava la conversazione come niente fosse, allegro, spietato.

Lo sai che amo solo te! sorrideva con la voce, rassicurando la sua interlocutrice invisibile. Io tutto questo lo faccio solo per noi, Angela. Vuoi forse rinunciare a quel bellappartamento in via del Corso? Ai viaggi a Parigi? rise tra sé, compiaciuto Manca poco, amore mio. Sei mesi, e sarai mia.

No, sarete insieme molto prima, Lucilla parlò, scendendo lentamente le scale spalancate, come attraversando una barriera invisibile. Le gambe di burro, ma il volto dacciaio.

Cesare si voltò di colpo, il sorriso svanì, sul viso solo sgomento. Le parole gli si strozzarono in gola, il cellulare cadde, muto.

Cucciola? sussurrò lui, stringendosi alla poltrona, la voce un misto di paura e goffaggine. Di che parli, dolcezza?

Avanzò la mano per toccarla, perplacare la tensione come aveva sempre fatto, ma Lucilla indietreggiò, il mento alto. Nei suoi occhi non cera più tenera complicità, soltanto una lucidità amara, tagliente.

Cucciola ripeté lei, come assaporando il veleno delle sue stesse ferite. Davvero ci credi? Pensi che sia fatta di gomma, che non abbia sentito tutto?

Lucilla era lì, davanti a lui, ma la distanza era abissale. Lo fissava, cercando nelle sue pupille almeno un lampo di rimorso. Trovò solo panico e menzogna.

Angela. È quella ragazza che presentavi come tua cugina? la voce era piatta, ma vibrava di una tensione gelida.

Cesare impallidì. Cercava il telefono come un naufrago cerca un salvagente. Le dita tremavano: come uscire dal labirinto, come non perdere i soldi promessi?

Stai confondendo tutto, mugugnò, sforzandosi di essere freddo. Quale Angela, tesoro? Non ti seguo.

Fece per avvicinarsi, tentò di afferrarle la mano, ma Lucilla si ritrasse di nuovo. Questa reazione la rese inflessibile.

Capisci benissimo, la sua risata era una lama. Ho sentito tutto. Ti facevi dolce come il miele con lei Era agghiacciante.

Si morse le labbra, lottando contro il tremito. Non voleva mostrare quanto la devastava quel tradimento. Tutti i sogni, i piani, i ricordi: cenere, recita finta, con lei a recitare la parte della credulona.

Cesare era muto. Sapeva di aver sbagliato, di aver sottovalutato la situazione. Forse avrebbe potuto evitare tutto, se solo avesse controllato. Ma confessare? Impossibile. Si aggrappava alla speranza di uscire indenne, come se nulla fosse accaduto.

Come certo saprai, il matrimonio non ci sarà, la voce di Lucilla era limpida come una fontana di piazza Navona in una notte gelida. Cesare si sentì vuoto. Ma prima che scompaia dalla mia casa, voglio la verità. Tutta. Niente bugie, niente scuse.

Il suo tono era fermo, anche se il cuore era un tamburo impazzito. Incrociò le braccia, scavando una barriera tra sé e lui, niente lacrime, solo la determinazione di scavare fino allosso.

La verità, eh? sorrideva amaramente Cesare. La verità? Non ti avrei mai guardata, se tuo padre non mi avesse offerto un accordo. Uscite, regali, complimenti in cambio di una posizione facile e ben retribuita. Il resto, doppio stipendio assicurato.

La sua voce era piatta, usuale come quella di chi si lamenta del traffico. Ma le parole, come fuochi artificali ossidati, le caddero addosso, devastando ogni illusione rimasta a Lucilla.

Tutto solo per soldi? sussurrò lei, la voce incrinata ma lo sguardo fisso negli occhi di lui.

Pensavi forse che uno come me si sarebbe innamorato di una così? Cesare si lasciò andare a una risata tagliente Ti sei mai osservata bene allo specchio? Fallo, adesso.

Quelle parole furono uno schiaffo più duro che la sua anima potesse reggere. Sentì le lacrime salire, la gola chiudersi, ma stringeva i pugni, le unghie affondate nei palmi.

Tenne il silenzio più a lungo che poté. Tutto si sgritolava, come una Murano che si disfa tra le onde. Tutto giorni, carezze, baci, segreti sussurrati polvere, farsa, buffetto crudele del destino.

Fuori da qui! la voce le venne incredibilmente ferma, come scaturita da unaltra persona. Ti mando le tue cose per corriere. Fuori!

Cesare la fissò per lultima volta, con uno sguardo tagliente e ironico. Girò lentamente, indossò il giubbotto con eleganza ostentata, come a mostrare indifferenza. La serratura scattò, il suo passo si perse nel corridoio.

Contemporaneamente, una strana ansia salì in Cesare uscendo di casa. Ora era assillato solo da un pensiero: come spiegarsi con Jacopo Benedetti. Sapeva bene che il padre di Lucilla era uomo duro, inflessibile, capace di tutto per la figlia. Le conseguenze potevano essere gravi. Tutto per quei dannati euro pensava mentre scendeva in strada. Ma la consolazione era il saldo sul conto. Abbastanza da placare qualsiasi rimorso.

Almeno, non ho lavorato per nulla, brontolò Cesare nella luce stanca di mezzogiorno romano. Spero che non mi chiedano indietro quei soldi Li ho guadagnati!

Intanto, nellappartamento vuoto, Lucilla cercava di comporre il numero del padre con mani tremanti. Sbagliava più volte, poi finalmente una voce familiare.

Papà! gridò appena Jacopo rispose, la voce rotta. Ma come hai potuto? Come hai potuto farmi questo?

Non attese domande. Le parole uscivano come una piena di fiume dopo la pioggia, miste di dolore, sdegno, rabbia.

Hai orchestrato tutto! Hai pagato lui per recitare la parte dello sposo! Non ti sei neanche chiesto cosa volessi io! Tu sai sempre tutto!

Singhiozzava, ma non si arrestava.

Io mi fidavo di te! Credevo che che mi amasse! E invece era tutta una mascherata! Hai fatto della mia vita una commedia!

Jacopo provò a rispondere, ma Lucilla non lo ascoltava. Gridò le sue delusioni, tutte le mancanze che aveva accumulato fino a soffocare.

Mai più! Mai più impicciarti della mia vita! Chiaro?! Mai più!

Strappò la linea, lanciò il telefono sul divano vellutato e si abbandonò al pianto. Le lacrime riversavano sul suo viso, i singhiozzi le scossero le spalle come se avesse cinque anni. Non piangeva solo per Cesare. Era tutto: le insicurezze, le ansie, le paure che serano sedimentate come muffa negli anni.

Lucilla aveva sempre avuto unincertezza feroce sul suo aspetto. Davanti allo specchio, ispezionava ogni difetto: la vita non abbastanza sottile, i capelli ribelli come spaghetti cotti troppo. Se solo avessi un naso più fine delle forme più armoniose ripensava. Le modelle delle riviste, le showgirl sugli schermi: sempre irraggiungibili, come stelle che non illuminano mai davvero.

Aveva pensato anche a cambiarsi, chirurgicamente. Ma ogni volta che guardava le foto della mamma, la tentazione svaniva.

La mamma, o meglio Isabella, come esigeva venisse chiamata sempre Isabella, mai Isa, nemmeno tra le mura domestiche. Per lei era una melodia, unimmagine raffinata da conservare. Isabella, in gioventù, abbagliava: viso cesellato, capelli spessi, movenze da ballerina nellombra. Chiunque la ricordava come la regina di ogni festa di paese.

Poi, un brutto giorno, Isabella si affidò a un artista famosissimo, secondo le amiche. Voleva solo una lieve modifica del naso, ma il chirurgo, inetto, la rovinò. La bellezza fu sfigurata, irreparabilmente.

Isabella non si perse subito danimo. Consultò decine di specialisti, dilapidò capitali in ritocchi: la bellezza sarebbe ritornata! Ma peggiorava. Lentamente perse lautostima, poi la voglia di uscire, poi il desiderio di guardarsi allo specchio. Il sole lasciò la sua casa, lumore si spense nelle stanze buie. Le giornate erano eguali: uno sguardo sconsolato al viso riflesso, poi la solitudine avvolta nelle tende, i pensieri di quello che avrebbe potuto essere e non era stato.

Infine, Isabella svanì nel nulla. Solo un biglietto per il marito Jacopo: Non ce la faccio più. Scusami. Nessuna spiegazione, nessun addio vero. Nessuna telefonata, nessuna lettera. Solo silenzio e assenza. Lucilla rimase alle cure del padre, i ricordi sospesi fra Polaroid ingiallite.

Lucilla era cresciuta guardando le foto della mamma: una Isabella leggendaria, splendente. Nei ritratti la madre era un faro: con un sorriso da riscaldare le albe, occhi pieni di carezze. Ma la distanza tra i sogni e la realtà era incolmabile. Ogni anno che passava, Lucilla sentiva di meno la donna delle foto e più la donna sfuggita nellanonimato doloroso.

Iniziò presto a confrontarsi con lei stessa. E perdeva sempre. Lei aveva gli zigomi perfetti. Io solo guance paffute. contava le imperfezioni, i capelli indisciplinati, il naso troppo marcato. Anche i complimenti degli altri avevano il sapore dellironia. Lei era solo lombra sbiadita di Isabella, la regina dorata di un album segreto.

Questa ferita la seguiva ovunque. A scuola, stava in disparte. Alluniversità evitava la cattedra, temeva di essere notata. Nellamore era ancora peggio. I ragazzi si distraevano subito, e lei lo attribuiva sempre al suo aspetto.

Se fossi bella, tutto sarebbe diverso, ripeteva come una preghiera amara. Non si accorgeva che la sua diffidenza era più respingente della vera bruttezza.

Poi arrivò Cesare. Nella sua vita, come un riflettore in una notte torinese. Lui le dava attenzioni, la guardava come se fosse lunica donna a Roma. Le faceva complimenti sinceri, piccoli gesti: un fiore di campo, una passeggiata tra i mercatini di Trastevere, una battuta sulle piccole cose. Ricordava ogni dettaglio che lei aveva confidato.

Con lui, Lucilla si era finalmente sentita bella. Non perfetta, come la madre nei ritratti, ma abbastanza. Basta da essere amata, da meritare di essere felice. Mano a mano, la sua corazza si scioglieva. E più passava il tempo, più aveva fiducia che il loro sentimento fosse vero.

Ora tutto era andato in frantumi. La verità ascoltata nel corridoio aveva spazzato via ogni certezza. Non era amore, era teatro. Larteficesuo padre!la persona di cui si fidava di più.

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Lucilla si trovava ora nello spogliatoio della sartoria, con indosso un abito semplice e raffinato, che seguiva le curve con grazia delicata. Seta e pizzo creavano un gioco di ombre ad ogni movimento di mano, e questa volta si osservava senza cercare difetti. Non si giudicava più; semplicemente si vedeva.

Poco dopo, Lucilla avanzava tra le file di invitati, dritta come una regina consapevole. Gli sguardi la sfioravano, tra ammirazione ed esitazione: era diversa da quanto si aspettavano, più austera che sognante.

Mentre incrociava sorrisi e bisbigli, Lucilla ripensava alla conversazione avuta due mesi prima.

Papà, ho deciso di accettare la proposta di Matteo, aveva detto fissandolo.

Jacopo, con la tazzina di caffè sospesa, si era bloccato.

Sei sicura? È una scelta importante.

Sì, sono sicura, aveva risposto. Non voglio più aspettare una favola che forse non arriverà mai. Voglio stabilità, rispetto, una famiglia normale. Matteo me li può offrire.

Però lamore aveva tentato lui.

Lamore è bellissimo, ma sono stanca di rincorrere miracoli. Voglio costruire il mio futuro da sola.

Ora, avvicinandosi allaltare dove Matteo la attendeva nervoso, Lucilla si ripeteva mentalmente le sue stesse parole. Il volto di Matteo era teso, ma i suoi occhi esprimevano rispetto e attenzione cose che Lucilla aveva imparato valere più di tutte le passioni esplosive.

Nel momento solenne, mentre la voce dellufficiale di stato civile riempiva la sala, Lucilla capì che non rimpiangeva nulla. La loro non era una storia da film, ma una decisione consapevole, adulta.

Forse lui non mi amerà mai alla follia, pensava guardandolo, ma mi rispetterà. E, chissà, forse ci ameremo comunque un po per volta.

Questi pensieri le davano forza. Sorrise a Matteo sinceramente, per la prima volta dopo molto tempo. Aveva la sensazione assoluta di stare facendo la cosa giusta. Dopotutto, anche lamore può nascere piano, sulle fondamenta sicure della consapevolezza. Forse la loro vera storia stava solo iniziando non con unesplosione di fuochi dartificio, ma con passi solidi sul selciato romano, pronti a costruire, insieme, qualcosa di vero.

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Trent’anni di cambiamenti e nuove avventure