Nella nostra scuola c’era una ragazza, orfana e speciale

2 ottobre 2025

Oggi mi è tornata in mente la storia di Ginevra, la compagna doratorio che erano costretta a condividere la mensa con me. Era unorfana e viveva con la nonna, una signora molto anziana e tremendamente devota. Ogni domenica le due, avvolte in scialli immacolati, percorrevano il viale di fronte a casa mia per andare in chiesa, quasi trasparenti nella loro fragilità. La voce di corridoio diceva che la nonna le vietasse la televisione, i dolci, il riso a bocca aperta, per non far entrare i diavoli, e la obbligasse a sciacquarsi il viso con acqua gelata.

Ci divertivamo a prenderla in giro, ma lei ci fissava con occhi grigi, quasi adulti, sussurrando: «Dio, abbi pietà di loro, non sanno cosa fanno». Nessuno la voleva nei gruppi, la consideravano stramba. La chiamavamo Ginevra, o talvolta Angelina, ma a me rimaneva il nome di una bambina fuori dal tempo.

Durante la mia infanzia il menù della mensa non era certo una delizia, ma il venerdì arrivavano i crostini dolci con una tazza di cacao o una salsiccia avvolta in pasta, accompagnati da una piccola barretta di cioccolato. Un venerdì, mentre spingevamo Ginevra, qualcuno la spinse troppo forte; lei finì per sbattere contro di me e, nel farlo, rovesciò il vassoio di bicchieri col cacao. Il liquido scuro, come un fiume di cioccolato, allagò due ragazzi delle superiori che stavano vicino.

Eccolo qui, dissero i due.
Via!, dissi, afferrando la mano di Ginevra, e ci diremmo verso la nostra classe.

Mi sembrò di sentire il frastuono di una carovana di indiani e di un branco di bisonti che ci inseguiva con il loro ruggito. Le ultime due lezioni furono di matematica; dietro la porta di vetro si intravedevano due figure snelle. A tratti la porta si apriva di poco e spuntavano due teste, poi si richiudevano in un sussurro. Capii allora che ci aspettava (citerei i classici) unindagine, un processo e la condanna.

Limportante è scivolare via senza farci vedere, sussurrò, conosco un passaggio sul solaio, ci nasconderemo fino al buio e poi torneremo a casa.
No, rispose Ginevra, andremo come fanno le ragazze: con dignità e calma.
Ma loro.
Cosa? Che ci verseranno kefir in testa? Che ci picchieranno?.
Beh.
Anche se ci piccherebbero, è una sola volta. Se non ti muovi, avrai paura ogni giorno.

Usciamo tutti dalla classe, come si deve per le ragazze, con modestia. Due ragazzi delle superiori erano appoggiati al muro.

Ehi, piccole, chi ha perso qualcosa? teneva in mano il mio portafoglio con Topolino e dieci euro per la piscina e il laboratorio darte.
Tienilo, mi porse il denaro, e non scappare più.

Camminavo verso casa con lo zaino che sbatteva, pensando a quanto fosse bello vivere, a quanto tutto fosse andato a posto e a quel nuovo legame che avevo trovato.

Ti faccio chiamare tua mamma, che chiama la tua nonna, ti fa uscire e veniamo a casa mia a vedere i cartoni? O non puoi?
Ginevra alzò gli occhi al cielo.
Andiamo, prenderemo le cialde con crema dalla nonna, le ha fatte stamattina.

Restammo amiche per molti anni, finché il destino non ci divise in continenti diversi. Ma non dimentico mai quel giorno.

Saltare dal trampolino in una piscina azzurra è spaventoso, ma lo è solo una volta. È spaventoso provare qualcosa di nuovo, temere di essere definita stupida. Se succede una sola volta, lo ricorderò per sempre, ma se lo vivo ogni giorno, diventa il mio mantra.

La paura può essere vinta una volta, oppure può accompagnare la tua vita giorno dopo giorno. Sta a te scegliere.

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