— Chi sei tu?!

Chi siete?!
Giulia rimase sulla soglia del suo appartamento, gli occhi spalancati per lo stupore.
Davanti a lei cera una donna sconosciuta di circa trentanni, con un piccolo codino, e alle sue spalle si intravedevano due bambini un ragazzo e una ragazza che osservavano curiosi linaspettata ospite.
Nel vestibolo giacevano pantofole estranee, su una gruccia pendevano giacche sconosciute e dalla cucina si diffondeva lodore del borsch.
E voi chi siete? la donna aggrottò le sopracciglia, stringendo istintivamente il bambino più piccolo a sé. Abitiamo qui. È stato Grigory a farci entrare. Ha detto che la padrona non si opponeva.
QUESTO È IL MIO APPARTAMENTO! la voce di Giulia tremò per la rabbia. E non vi ho mai autorizzato a vivere qui!
La donna rimase perplessa, scrutando i giocattoli sparsi sul pavimento, la cucina dove stava ad asciugare il bucato dei bambini, come se cercasse una prova del suo diritto a quella casa.
Ma Grigory Mihajlovic ha detto Siamo suoi parenti Ha detto che voi non vi oppunete Che siete gentile e comprensiva
Giulia provò unindignazione inesprimibile, quasi unondata di acqua gelata che la travolgeva.
Chiuse lentamente la porta, appoggiandosi al telaio, cercando di rimettere ordine nei pensieri. La sua casa, il suo spazio, la sua vita ora si sentiva straniera in tutto ciò
Un anno prima le cose erano totalmente diverse. Giulia trascorreva le vacanze al mare, godendosi una meritata pausa dopo la conclusione di un complesso progetto di restauro di un edificio storico nel centro di Dnipro.
A trentquattro anni era un architetto di successo, abituata a contare solo su se stessa.
La carriera occupava gran parte della sua esistenza, ma non se ne lamentava: il lavoro le dava soddisfazione e un reddito stabile e buono.
Incontrò Grigory una sera destate, sulla passeggiata lungo il lungomare. Lui era un uomo affascinante, qualche anno più grande, con un sorriso caldo e occhi marroni attenti.
Divorziato da tre anni, padre di due bambini un maschio di dieci e una femmina di sette lavorava come capocantiere in una grande impresa edile.
Grigory la corteggiava in modo tradizionale: fiori quotidiani, cene con vista sul mare, lunghe passeggiate sotto le stelle.
Sei speciale, le diceva, baciandole delicatamente la mano. Intelligente, indipendente, bella. Non incontravo donne così complete da tempo. Sai bene cosa vuoi dalla vita.
Le parole di Grigory la scioglievano. Dopo una serie di relazioni fallite con uomini che o la intimidivano per il suo successo o cercavano di competere con lei, lui appariva come un vero dono del destino.
Lui rispettava il suo lavoro, la interrogava curiosamente sui progetti, la sosteneva nei momenti difficili quando i clienti chiedevano limpossibile.
Mi piace che sei forte, le diceva. E al tempo stesso rimani femminile, delicata, sensibile.
Le vacanze finirono, ma la loro storia continuò. Grigory la visitava a Dnipro, lei andava a Mykolaiv; videochiamate, messaggi, progetti per il futuro.
Otto mesi dopo le fece una proposta proprio nel punto in cui si erano conosciuti.
Il matrimonio fu semplice, ma caloroso. Giulia si trasferì a Mykolaiv, si inserì in uno studio di architettura locale, e lasciò il suo appartamento a Dnipro vuoto.
Ora siamo una sola famiglia, le diceva, stringendola forte. I miei figli sono i tuoi, i miei problemi i tuoi. Supereremo tutto insieme.
Allinizio Giulia era felice. Amava la sensazione di una vera famiglia, il calore del focolare, le voci dei bambini in casa.
Aiutava Grigory con i figli, comprava regali, pagava attività extrascolastiche, li portava dal medico.
Ma, con il tempo, le cose cominciarono a cambiare.
Allinizio furono solo piccole cose: Grigory prelevava soldi dalla sua carta senza avvisarla. «Mi è scappato, scusa», diceva quando Giulia vedeva laddebito.
Poi iniziò a chiedere sempre più spesso aiuto per gli alimenti della ex moglie.
Sai, diceva, alzando le spalle con un sorriso colpevole. I bambini non hanno colpa se il padre non riesce a pagare questo mese.
Io ho problemi al lavoro, la paga è ritardata.
Giulia capiva e voleva aiutare. Amava Grigory e si affezionava ai suoi figli.
Ma le richieste divennero costanti e più ingenti
Pagare il viaggio dei bambini da Ternopil da nonna, comprare vestiti invernali nuovi, versare la quota per il campo estivo, pagare un tutor di matematica.
Il peggio fu quando Grigory iniziò a trasferire denaro alla ex moglie direttamente dalla carta di Giulia, senza nemmeno avvisarla.
Sono i nostri figli ora, si giustificava quando Giulia scopriva un nuovo bonifico. Tu li ami, vero?
E poi, la tua paga è più alta della mia. Ti dispiace?
Non è una questione di dispiacere, rispose fermamente Giulia. Sono i miei soldi; avresti dovuto discuterne con me prima.
Certo, certo. La prossima volta chiederò.
Ma la prossima volta fu identica alla precedente.
Giulia si sentì più una fonte di finanziamento comoda che una moglie e partner. Non le veniva chiesta unopinione, le veniva solo imposto un fatto.
Ogni volta che cercava di contestare o di parlare del bilancio familiare, Grigory la accusava di freddezza, egoismo e di non volersi impegnare nella vera famiglia.
Credevo fossi diversa, diceva, amareggiato. Pensavo che i soldi non fossero la tua priorità
Quel giorno di maggio, quando decise di andare a trovare la madre malata nella regione di Dnipropetrovsk e, al contempo, di controllare il suo appartamento a Dnipro, Giulia sperava ancora in una riconciliazione.
Forse una piccola separazione avrebbe dato a entrambi la possibilità di riconsiderare il rapporto e trovare un compromesso.
Ciò che trovò nel suo appartamento superò ogni sua peggiore paura.
Lappartamento era un caos abitato. In cucina troneggiavano stoviglie non lavate, in bagno si stava asciugando biancheria estranea, e nella sua camera cera una culla per bambini.
Sul tavolo cerano bollette non pagate per le utenze, per un totale di oltre 11000 hryvnia.
Da quanto tempo vivete qui? chiese Giulia, cercando di restare calma e di non alzare la voce.
Già tre mesi, rispose la donna, ancora incapace di comprendere la gravità della situazione. Grigory Mihajlovic ha detto che possiamo stare finché non troviamo qualcosa di nostro. Paghiamo, ovviamente, sei mila al mese. Lui ha detto che voi siete generosi.
Giulia afferrò il telefono con le mani tremanti per la rabbia e compose il numero di suo marito.
Grigory, non ti è mai venuto in mente di chiedermi nulla?! scoppiò, senza aspettare un saluto. Hai sistemato una famiglia nel mio appartamento senza che io lo sapessi. E dove sono i soldi per laffitto? Diciotto mila per tre mesi!
Giulia, calmiamoci la voce di Grigory era colpevole, difensiva. Sono parenti lontani, Svetlana con i bambini. Sono piccoli, non avevano dove andare. Tu non vivi lì, non ti dispiace aiutare le persone? Io stavo mettendo da parte i soldi per la nostra vacanza in Turchia, volevo fare una sorpresa.
In quel momento qualcosa dentro Giulia si spezzò definitivamente. Non per la rabbia, ma per una fredda e chiara consapevolezza.
Capì che per Grigory lei non era né moglie né partner, ma solo una risorsa comoda.
Il suo appartamento, i suoi soldi, la sua vita erano a sua disposizione, e lui non riteneva necessario chiedere il suo parere.
Grigory, disse con voce ferma, ma di ferro. I tuoi parenti hanno una settimana per liberare il mio appartamento.
Giulia, sei impazzita? il tono di lui divenne brusco. Ci sono i bambini! Dove andranno? Non hai cuore?
Non sono i miei problemi. Una settimana. E voglio tutti i soldi dellaffitto.
Come puoi! Sei mia moglie, siamo una famiglia!
Non cominciare! In una famiglia normale si chiede lopinione a tutti, non si impone un fatto.
Chiuse la chiamata e si rivolse alla donna, che ascoltava la conversazione con terrore.
Mi dispiace molto, disse Giulia, e la sua voce tradiva vero rammarico. Ma dovete andare via. Nessuno ha chiesto il mio consenso.
I giorni seguenti furono pieni di azioni. Giulia chiamò un fabbro e cambiò le serrature. Consultò un avvocato per gestire correttamente il divorzio e la divisione dei beni. Bloccò Grigory laccesso ai suoi conti e alle sue carte.
Lui chiamava ogni giorno, implorava, accusava, cercava di suscitare pietà.
Credevo fossimo una vera famiglia, diceva con voce rotta. Pensavo fossimo una squadra, che mi amassi davvero.
Pensavi che potessi usare i miei beni come volessi, rispose Giulia con calma. Ma evidentemente ti sbagliavi.
Sei una donna senza cuore! Distruggi la famiglia per un po di soldi!
La famiglia lhai distrutta tu, quando hai deciso che la mia opinione non contava.
Il divorzio si concluse rapidamente; il patrimonio condiviso era quasi inesistente, così come la questione dei figli.
Grigory restituì parte dei soldi spesi per sé e per i parenti, ma non tutto.
Giulia non volle prolungare le cause in tribunale; voleva solo chiudere il più presto possibile quel capitolo doloroso della sua vita.
Te ne pentirai, disse Grigory nellultima udienza davanti al notaio. Rimarrai sola, nessuno ti vorrà. Chi ha bisogno di una donna così fredda?
Ho bisogno di me stessa, replicò serena Giulia. E questo è tutto ciò di cui ho bisogno.
Una volta sistemate le formalità, raccolse le sue cose e lasciò lui, il mare, i problemi.
Sul treno, guardando fuori dal finestrino i paesaggi che scorrevano, non rimuginava su un amore perduto, ma sul valore di non perdere sé stessa in una relazione.
E sullimportanza di ricordare che il vero amore non richiede sacrifici né rinunce estreme.

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— Chi sei tu?!
La sedia di troppo La scatola delle decorazioni natalizie era sul tavolo già da tre giorni. Nadia ci passava accanto, sfiorava il coperchio con la mano e andava a riempire il bollitore. Accendeva il gas e si appoggiava al lavello, pensierosa, col desiderio di riporre di nuovo la scatola sull’armadio in alto. Un tempo, lei e Vittorio la tiravano fuori ai primi di dicembre. Lui borbottava che era troppo presto, ma poi saliva comunque sullo sgabello e si divertiva a sciogliere le vecchie corde impolverate. La pallina avvolta nel giornale, la statuetta di Babbo Natale col naso rotto, i festoni che si attaccavano al maglione. Ora lo sgabello era vuoto, accostato al muro. La scatola, in primavera, l’aveva riportata giù il figlio, quando era venuto per il quarantesimo giorno, e da allora non si era più mossa. Il bollitore brontolava, Nadia spegneva il gas. Versò il tè, accese la luce sopra ai fornelli. La cucina si riempiva di una luce gialla e diventava subito più stretta. Le solite quattro sedie intorno al tavolo. La camicia calda di Vittorio, appesa ancora sulla sedia vicino alla finestra, da aprile. Nadia non sapeva cosa farne. Nasconderla nell’armadio sembrava un tradimento. Togliere la camicia e lasciare la sedia nuda, peggio ancora. Il telefono vibrò sul davanzale. Messaggio dal figlio: una foto della nipote all’asilo, i bambini facevano un pupazzo di neve con il cotone. «Mamma, come stai? Qui stiamo provando lo spettacolino, dopo ci sentiamo». Nadia fissava lo schermo finché le lettere non si confondevano. Rispose breve, come aveva imparato in questi mesi: «Tutto bene. Sono impegnata. Non preoccuparti per me». Le faccende erano semplici. Ieri era passata la ragazza dell’amministrazione, con le bollette e una carta per il ricalcolo. Bisognava andare al CAF. E finite le pastiglie per la pressione. La dottoressa diceva di non saltarle. Nadia lo sapeva, ma mettere insieme la voglia di uscire era più difficile che togliere le tende per lavarle. Suonò il campanello. Si riscosse, poggiò la tazza sul tavolo e andò ad aprire. Sull’uscio c’era Rita, la vicina, con il berretto di lana e una busta in mano. — Nadia, buongiorno! Sono passata dal fruttivendolo: i mandarini sono in offerta, ne ho presi un po’ anche per te. Tese la busta. I mandarini profumavano di dolce acido, d’inverno. — Oh, grazie… — sospirò Nadia. — Ne ho ancora. — Non li mangio tutti, prendili! Come va… tutto bene? Rita abbassò lo sguardo, timorosa della propria domanda. — Si vive, — disse Nadia. — Ti ringrazio. Vuoi entrare? — No, corro, i figli hanno compiti. Se ti serve qualcosa, chiamami. Ho cambiato la lampadina sulle scale, ora c’è più luce. Così la sera se scendi non è buio. Nadia annuì, anche se la sera non usciva quasi mai. Chiuse la porta, rimanendo appoggiata. La busta coi mandarini era fredda in mano. Tornò in cucina. Poggiò i mandarini vicino alla scatola delle decorazioni, sospirò e tirò verso di sé una sedia. La sedia di Vittorio. Si sedette. La schiena si appoggiava in modo diverso, da lì si vedeva solo la parete, dove l’anno prima c’era la ghirlanda di carta. L’idea di rimettere la ghirlanda le pareva quasi un oltraggio. Come organizzare una festa senza chi le dava senso. Tutti, medici, amici, ripetevano che bisognava andare avanti, che il tempo guariva. Il tempo, per ora, si limitava a mostrare quanti oggetti c’erano da evitare in casa. Mancavano tre settimane a Capodanno. Nel cortile il ghiaccio era grigio, i ragazzini lo avevano annerito coi petardi. Nadia la mattina guardava dalla finestra il bidello che faticava con la pala. Poi si distraeva con l’avena e la televisione, per sentire almeno qualche voce. Ma i programmi gridavano di offerte, di miracoli, e a un certo punto doveva spegnere. Telefonò l’amica, Sveva, una che parlava brusco ma restava sempre. — Nà, ho preso i biglietti per il concerto in casa della cultura, il trenta. Vieni con me. Non puoi stare sola… — Non lo so, Sve. Ho quelle carte, i medicinali… — Le carte aspettano. Vieni almeno un’ora, guarda la gente. Rispose incerta, Sveva disse che avrebbe richiamato per convincerla. Dopo la telefonata, Nadia tornò al tavolo. Guardò la giacca di Vittorio, piegata sulla sedia. Mise le dita in tasca, anche se sapeva che era vuota. Sentì solo la fodera e un vecchio biglietto dell’autobus stropicciato di primavera. La sera aprì finalmente la scatola di decorazioni. La portò in soggiorno. Togliendo il coperchio, respirò l’odore di vecchia ovatta e vetro. Estrasse qualche pallina, girandola fra le dita. Ricordava Vittorio che borbottava quando le appendeva tutte vicino alla finestra «così da fuori si vede bene». Era tutto così chiaro che dovette richiudere. La spinse contro il muro con il piede. Che restasse lì. Le medicine erano finite. Rimise la ricerca fino all’ultimo blister, la mattina restava solo la scatola vuota. Rovistò ancora nei cassetti. Nulla. Si vestì, prese cappotto, berretto, guanti. Di fianco alla sua giacca c’era ancora il piumino di Vittorio. Evitava ancora di guardarlo mentre si chiudeva. Fuori il vento le pungeva il viso. Il freddo sembrava diverso da prima. Nadia camminò lenta attorno al palazzo, tra cumuli di neve, fino alla fermata. La farmacia era a tre isolati. Decise di andare a piedi. Un autobus rumoroso la superò al semaforo; vide visi conosciuti e stanchi dietro i vetri. In farmacia c’era ressa. Prima di Capodanno, tutti pensano alle proprie magagne. Dentro, odore di iodio e profumo economico. Si mise in coda, stringendo la borsa. Un uomo con cappellino tossiva a destra, una ragazza scorreva il telefono a sinistra. — Anche lei per la pressione? — chiese qualcuno davanti. Alzò lo sguardo. Un uomo basso, canuto, con giacca verde, con la ricetta in mano. — Sì, — rispose Nadia. — Le prendo ogni giorno. — Io ho appena iniziato, — sospirò lui. — Il medico dice che è l’età. Mi chiedo come sia possibile… ieri giocavo ancora a pallone sotto casa. Nadia sorrise amara, lui serio. — Già, ieri, — disse lei, e le labbra tremolavano. — Ho sessant’anni. Ieri portavo mio figlio all’asilo, oggi passo il mese in farmacia. — Vuol dire che si vive, — concluse lui. — Finché siamo qui. La fila avanzava, la chiacchiera finì. Al banco, mentre pagava, il signore chiese: — Lei è del nostro palazzo? Mi sembra la conosco. — Sì. Scala B. — Io sono in A. Allora ci vediamo. Nadia annuì e uscì. Nessun nome chiesto, nessuna domanda. Bastava così. Ma tornare a casa ora sembrava meno pesante. Come se qualcuno avesse pulito il vetro fra lei e il mondo. I giorni passavano, come neve sul davanzale. Al CAF non era mai andata, la carta era ancora sulla mensola. Sveva chiamava, insisteva per il concerto. All’ultimo, Nadia si scusò che non stava bene. Era quasi vero. Dentro bruciava, in testa martellava come febbre ma il termometro segnava normale. Il trentuno si svegliò presto. Nessun programma particolare. Il figlio l’aveva chiamata, offrendo di prenderla a casa sua, ma aveva impegni, e Nadia disse che con la neve sarebbe venuta lei in marzo. Aveva bisogno di non sentirsi un soprammobile avvolto di premure. Cucinò maccheroni, tagliò mezza fetta di salame, aprì una scatola di piselli. L’insalata venne minuscola, nella ciotola dei cereali. Una volta facevano una bacinella, che durava fino al tre gennaio. Mise la ciotola in frigo, coperta. I mandarini li lasciò interi, arancioni come le palline sull’albero. Nel pomeriggio chiamarono dal consultorio, ricordarono la visita rimandata. Annotò la data su gennaio. Poi aprì una nuova tovaglia, comprata prima della primavera, e la stese sul tavolo. Le mani tremavano vicino al posto dove di solito c’era il piatto di Vittorio. Ora lì, vuoto. Verso sera, il telefono cominciò a vibrare. La zia da un’altra città, la vicina della casa al mare, la cugina. Immagini standard di auguri. Nadia rispondeva con «grazie» e «ricambio». Una volta sentì la fitta, quando qualcuno scrisse «sarà l’anno più bello della tua vita». Spense la suoneria, lasciò il telefono sul comò. Dall’appartamento accanto arrivava il rumore di posate, il profumo di carne arrosto. La televisione ronzava in mezza casa, si sente dal mormorio. Nadia faceva avanti e indietro dal soggiorno alla cucina. Controllava che fosse tutto spento, anche se lo sapeva. L’acqua si raffreddava nel bollitore. Sullo sgabello restava un avvolgicavo. Alle undici e cinquanta si sedette in poltrona. Accese la TV, ma senza audio. Sullo schermo presentatori e artisti ballavano, la gente sventolava bandierine. L’anno nuovo arrivava, senza chiedere permesso. Nadia guardò la sedia con la camicia di Vittorio. La ciotola vuota davanti. Chiuse gli occhi. Una cosa chiara: ora i rintocchi, poi i fuochi, poi tutti chiameranno e faranno finta che non sia cambiato nulla, e lei dovrà rispondere allegra. Nel corridoio si accese una luce, qualcuno usciva sul pianerottolo. Voci, porta dell’ascensore. Nadia si alzò, cercò a tentoni il pattume, controllò che il sacco fosse chiuso. Indossò le ciabatte, una giacca. Nessuna vera ragione: solo uscire dal giro tra la TV e la sedia. Aprì la porta just in time, mentre i fuochi cominciavano fuori. Il rumore tagliava la casa, tremavano i vetri. Sul pianerottolo c’erano Rita, suo marito in tuta, e – a sorpresa – il signore della farmacia. Guardavano fuori, le luci esplodevano sopra il cortile. — Nadia! Buon anno! — disse Rita. — Vai a buttare? Vieni qui, si vede bene. Nadia esitò, stringendo il pattume. — Solo… volevo buttarlo. — Lo butti dopo, — disse l’uomo in verde. — Un fuoco così merita. Si fece indietro, lasciandole spazio. Nadia appoggiò il sacco. Sotto, i fuochi coloravano il cielo, qualcuno gridava, i telefoni illuminavano la notte. — Lui è mio fratello, Sandro, — spiegò Rita del signore. — È venuto per le feste. — Buonasera, — disse lui. — Ci siamo visti in farmacia. — Ricordo, — disse Nadia. Stavano stretti, spalla a spalla, l’odore di cucinato dalla casa di Rita, il freddo dalla finestra aperta, le bucce d’arancia sulla mensola. Qualcuno fece partire la registrazione dei rintocchi sul telefono. Rita versò un po’ di spumante nei bicchieri di plastica. — Almeno un sorso, — disse lei. — Per il brindisi. Nadia voleva rifiutare, ma la mano prese il bicchiere. Un sorso, lo spumante troppo freddo, ma scaldava la gola. — Allora, — disse Sandro. — Che si viva. Come si può. La frase rimase lì. Nessuno precisò di più. Si brindarono, qualcuno disse «auguri». Nadia sentiva che qualcuno avrebbe menzionato Vittorio, il dolore, ma Rita si limitò a sfiorarle il gomito. — Se vuoi, passa da noi, — disse sottovoce. — Per un tè. La sera guardiamo i film vecchi. — Grazie, — disse Nadia. Quindici minuti dopo, tornò a casa. Buttà il sacco lungo la strada. Tolse le ciabatte, appese la giacca. Non aveva più voglia di TV. I fuochi fuori si facevano più spenti, come se abbassassero il volume del mondo. In cucina tirò fuori la ciotolina con l’insalata. Mangiò piano, fissando la sedia con la camicia. Poi si alzò, andò alla sedia, tolse la camicia. La piegò bene, se la strinse al petto. Profumava solo di detersivo, ormai. La mise in armadio. Non con le cose lontane, ma accanto alle sue maglie. Tornata in cucina, prese la sedia e la spinse vicino alla finestra. Sedette lì, qualche secondo, provando la prospettiva. Ora vedeva l’asilo dietro l’angolo, le finestre illuminate delle altre case. Si immaginò a bere lì il tè mattutino, guardando le prime auto che partivano dal cortile. L’idea di sedere al suo posto feriva e rassicurava insieme. La sedia non era più una reliquia, bloccata nel passato. Era solo una sedia alla finestra. Dopo le feste la città era più tranquilla. I negozi tolsero i cartelloni, la gente smise di andare in giro coi pacchi. Nadia finalmente andò al CAF, fece la fila, firmò il foglio per la pensione. Al ritorno passò in farmacia per le vitamine. Quasi niente fila. La farmacista leggeva una rivista. Una signora col piumino guardava gli scaffali dei tè. — Mi scusi, — chiese, — lei ha mai preso quello alla camomilla? È buono? — Normale, — disse Nadia, avvicinandosi. — Lo bevo la notte. Nessuna magia, ma si può bere. La donna sorrise. — Ora tutto è senza magia, — disse. — Mio marito è morto l’anno scorso. Ho cercato qualcosa che aiutasse. Nulla aiuta. Tranne alzarsi la mattina e andare a comprare il tè. Lo disse come si parla del tempo. — Anche il mio, — rispose piano Nadia. — In primavera. Si guardarono. Lo sguardo si trattenne, poi scivolò. — Prendiamolo tutte e due, — propose la donna. — Così sappiamo che qualcuna lo beve anche a casa sua. — Diamoci. La conversazione durò solo un minuto. Nessun nome, numero, promessa. Ma tornando in strada, l’aria sembrava meno acida. Nadia pensò non a quando sarebbe tornata a sdraiarsi sul divano, ma a comprare il pane, un po’ di prezzemolo per la zuppa. A casa, posò le borse sul tavolo, guardò la sedia alla finestra. Sopra, la sua sciarpa di lana, sul davanzale il giornale fresco. Si sedette, sistemò le borse. I mandarini li buttò, i nuovi in una ciotola. Il telefono suonò piano in soggiorno. Messaggio di Sveva: «Allora tutto ok? La prossima settimana passo da te». Nadia sorrise e scrisse: «Sono a casa. Vieni, facciamo la torta di mele». Poi aprì l’agenda. Nella pagina di gennaio, segnò la data della visita dalla dottoressa. Sotto, aggiunse: «Tè da Rita». Rita l’aveva invitata in ascensore, aveva detto che aveva qualche tortina in più e che davano un film di guerra in TV. Nadia, quella volta, accettò. In casa restava silenzio. Ma ora non faceva più paura come in aprile, la prima sveglia senza il russare di Vittorio accanto. In questo silenzio c’era posto per le pagine sfogliate, il rumore del coltello, la TV soffusa dalla casa di fronte. Si alzò, prese il giornale dal davanzale e lo mise sulla sedia alla finestra. Preparò il tè nuovo, alla camomilla, e lo portò lì. Sedette, con le pantofole ai piedi e guardò fuori. Il cortile era grigio, la neve bassa e uniforme. Due ragazzini in cappello colorato facevano un pupazzo storto. Uno cercava di attaccare una carota, rideva quando cadeva. Dall’altra parte, una donna lenta con il cane. Nelle finestre di fronte qualcuno scuoteva uno zerbino. Nadia sorseggiò il tè. Era amaro e semplice. Sentiva la stanchezza, ma una stanchezza che si poteva sostenere: svegliarsi, andare in farmacia, ricevere ospiti, rispondere ai messaggi. Il ricordo di Vittorio non se ne andava. Il posto vuoto restava. Ma accanto c’era la sedia alla finestra, su cui ora sedeva lei. Sfiorò la pagina del giornale, si fermò sul palinsesto TV. La sera davano un vecchio film che avevano guardato insieme. Pensò che avrebbe potuto invitar Rita, se era libera. E se non veniva, lo avrebbe visto da sola, avvolta nella sciarpa. Davanti c’era tutto un nuovo anno. Nessuna garanzia, nessuna felicità come scrivono i biglietti. Solo tanti giorni da riempire di visite mediche, commissioni, chiacchiere, ospiti. E, qualche volta, rientrare a casa senza paura di accendere la luce. Appoggiò la tazza sul davanzale e avvicinò la sedia al termosifone. Dal calore, le gambe si scaldavano. Nadia sentì sciogliersi dentro quel nodo stretto che l’aveva accompagnata per mesi. Non spariva, si ammorbidiva soltanto. Fuori, una palla di neve colpì il vetro dell’ingresso e rotolò via. In soggiorno l’orologio ticchettava piano. Nadia passò la mano sulla schiena liscia della sedia e pensò che domani sarebbe scesa nel cortile, avrebbe passeggiato tra la neve e sarebbe andata in farmacia a comprare un’altra confezione di tè alla camomilla. Così, senza restare senza far nulla. Poi sarebbe tornata lì, sulla sedia alla finestra, e avrebbe continuato a vivere—così, come sapeva ora.