«Perché non mi hai trovato prima?»
Oggi Marco Bianchi resta al lavoro più a lungo del previsto. Il suo vice, Luca, è in trasferta, la segretaria tornerà dal congedo malattia domani, così Marco deve occuparsi personalmente della burocrazia per un nuovo contratto molto redditizio. Sua moglie, Ilaria, lo chiama due volte, chiedendogli con tono accorato dove sia e se dovrà cenare da sola, preparando anche la cena. Marco non ha voglia di andare al ristorante, quindi pensa: «Meglio cucinare, così non ti sovraccarico di faccende domestiche». L’edificio è ormai vuoto, le porte degli uffici chiuse, tranne una in fondo al corridoio. «Forse qualcuno è rimasto ancora qui», si chiede Marco e decide di controllare. Aprendo, scopre che è solo la donna delle pulizie. Sentendo i passi, la donna in camice blu si gira.
«Buona sera», dice Marco, pronto a uscire, ma qualcosa nel volto della donna cattura la sua attenzione.
«Buona sera», risponde la pulitrice, fermandosi con il mocio in mano.
Un lampo attraversa la mente di Marco: «Non può essere…»
E urla: «Ginevra?»
«Ginevra», conferma la donna, mantenendo lo sguardo calmo.
***
«Ginevra, smettila di fare la difficile! Basta che ti metti a rincorrere il prezzo», la afferra per la vita e tenta di baciarla.
«Lasciami, Marco!», protesta Ginevra, cercando di divincolarsi, alzando la testa e voltando il viso. «Ti prego, lasciami!», morde le sue mani.
«Capisci a cosa rinunci?», le dice Marco, infuriato, «Soldi, vestiti, tutto quello che vuoi».
«Non voglio nulla da te. Capisci, non ti amo! Non voglio stare con te», ribatte Ginevra, correndo verso la sua camera.
«Allora, vedrai», la rimprovera Marco, mentre si allontana verso un’altra stanza dove ride e suona la chitarra. «Sandro, riempi il bicchiere», grida a uno dei ragazzi, e svuota un bicchiere di vino economico.
A differenza degli altri studenti presenti alla festa, Marco non vive in dormitorio, ma si ferma qui di tanto in tanto per divertirsi. Conosce Ginevra dal primo anno di università, ma a differenza delle altre ragazze, che lo corteggiavano, lei non lo notava. Quando la invitò al cinema, rifiutò educatamente. Marco, abituato a ottenere tutto grazie ai genitori benestanti, non accetta rifiuti. Prova più volte a portarla in ristoranti costosi, a passeggiare con la sua auto nuova, regalo di suo padre per il compleanno, ma Ginevra continua a dire no. L’ossessione lo spinge a seguirla, e oggi, alla festa studentesca, la intercetta nel corridoio del dormitorio.
Ginevra non ha tempo per romance; è qui per studiare. I genitori, poco abbienti, le hanno sempre detto che l’istruzione è la sua via d’uscita. Marco, arrogante, non le piace affatto.
Mentre Ginevra torna dal cinema con le amiche, decide di tornare al dormitorio per finire un compito. L’auto di Marco si ferma bruscamente accanto a lei.
«Salti, ti do un passaggio?», propone con un sorriso.
«Grazie, arriverò a piedi», risponde Ginevra.
«Dai, capisco che non vuoi uscire con me, ma è già buio, non è sicuro camminare da sola», insiste Marco. Il suo tono appare amichevole, quasi implorante. Dopo qualche esitazione, Ginevra accetta.
«Aspetta, dove andiamo?», chiede, quando Marco prende la svolta sbagliata.
«Hai fretta? Facciamo un giro», replica Marco con un sorriso.
«Ho fretta, fermami», insiste Ginevra, tirando fuori un cellulare economico. «Chiamerò…»
«A chi? Non farmi ridere», le strappa Marco, afferrando il telefono e gettandolo fuori dal finestrino. «Ti comprerò un nuovo, ti assicuro», le lancia.
Ginevra protesta, ma l’auto di Marco sfreccia verso la periferia, fermandosi in una zona boschiva. Lottare lì è inutile.
«Ecco, compra un nuovo telefono», le lancia, gettandole dei soldi sul sedile. All’alba, l’auto si ferma davanti al dormitorio. Ginevra, che ha guardato fuori dal finestrino tutto il tragitto, si volta, fissa Marco negli occhi, il suo sguardo pieno di odio e disgusto. «E non provare a dirmi nulla. Sai che il mio padre ha contatti», minaccia Marco. Ginevra si volta, apre la portiera. «Avrei potuto farlo diversamente», aggiunge Marco, come a giustificarsi. I soldi cadono sul ghiaccio sottile che ricopre le pozzanghere autunnali.
Senza nessuno con cui parlare e con la vergogna, Ginevra si chiude in sé e si dedica ancora di più allo studio.
«Ginevra, devi riposare di più, lo studio non sparirà», le dicono le amiche, invitandola a uscire. Lei scuote la testa.
Poi scopre di essere incinta. Un aborto è ormai impossibile. Il piano è: nascondere la gravidanza, fare il parto in agosto, poi tornare agli esami e alla vita universitaria. Il suo corpo non tradisce fino quasi alla fine, così riesce a nascondere la pancia sotto vestiti larghi. Teme però per il bambino, anche se è indesiderato.
Dopo gli esami, Ginevra si trasferisce in una stanza che aveva trovato in un appartamento condiviso nella periferia di Roma. Per sopravvivere, accetta un lavoro come addetta alle pulizie in un bar vicino. A fine agosto dà alla luce una bambina, ma rifiuta di guardarla. La dimissione è prevista per il mattino successivo. Durante la notte, la giovane madre si aggira silenziosa, evitando di svegliare la vicina di stanza, e si avvicina alla finestra del corridoio per prendere aria.
«Che sfortuna», sente un sussurro da una infermiera.
«Ha detto qualcosa alla mamma?», risponde un’altra voce femminile.
«Non vuole sentire, ha scritto il rifiuto. Oggi è la 107ª ora, domani la dimetteranno», risponde la prima.
Capisce che parlano di lei. È la stanza 107, insieme a una ragazza che ha partorito un maschietto.
«Almeno è nata sana, forse qualcuno la adotterà», mormona la prima infermiera. «I bambini disabili non trovano facilmente una famiglia.»
Ginevra entra nella stanza.
«Che cosa c’è?», chiede, agitata. Le infermiere la guardano con espressioni diverse.
«È una DCP. A volte non si vede subito, ma ora tutti i segni sono evidenti.






