Due anni erano passati. In tutto quel tempo, mia figlia non aveva scritto neanche una riga. Mi aveva cancellata dalla sua vita. E io, ormai vicina ai settantanni…
Tutti nel quartiere conoscono la mia vicina, Luisa Marchetti. Ha 68 anni, vive da sola. A volte le porto qualcosina per il tècosì, per gentilezza. È una donna dolce, raffinata, sempre col sorriso, adora ricordare i viaggi fatti col marito, che purtroppo non cè più. Ma di famiglia parla raramente. Poi, poco prima delle feste, mentre le consegnavo i classici panettoni, mi ha sorpreso con una confessione. La prima volta che ho sentito la storia che ancora oggi mi fa venire i brividi.
Quella sera, Luisa non era sé stessa. Di solito vivace, se ne stava seduta in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto. Non ho insistitoho preparato il tè, sistemato i biscotti e mi sono accomodata accanto a lei senza dire una parola. Per un attimo è rimasta così, come se lottasse con sé stessa. Poi ha lasciato sfuggire un respiro tremante.
«Sono due anni… Nessuna chiamata, nessun biglietto, nemmeno un messaggio. Ho provato a chiamarlail numero non esiste più. Non so neanche dove abiti adesso.»
Si è fermata, gli occhi lontani. Poi, come se una diga si fosse rotta, le parole sono uscite tutte insieme.
«Eravamo una famiglia felice. Io e Giorgio ci siamo sposati giovani, ma non abbiamo avuto fretta con i figlivolevamo goderci un po di tempo per noi. Il suo lavoro ci ha portato in giro per il mondo. Ridevamo sempre, adoravamo la nostra casa, labbiamo costruita insieme. Lui lha tirata su con le sue maniun trilocale spazioso nel cuore di Firenze. La sua gioia più grande.»
Quando è nata nostra figlia, Beatrice, Giorgio era raggiante. La portava ovunque, le leggeva storie, passava ogni momento libero con lei. A vederli, mi sentivo la donna più fortunata del mondo. Ma dieci anni fa, Giorgio se nè andato. Una lunga malattia ha divorato i nostri risparmi, e poi… il silenzio. Un vuoto, come se mi avessero strappato via un pezzo di cuore.
Dopo la morte di suo padre, Beatrice si è allontanata. Ha preso un affitto, voleva la sua indipendenza. Non ho obiettatoera adulta, dopotutto. Veniva a trovarmi, parlavamo, tutto sembrava… normale. Poi, due anni fa, è arrivata e mi ha annunciato che voleva chiedere un mutuo per comprarsi casa.
Ho sospirato e le ho spiegato che non potevo aiutarla. I pochi soldi che avevamo erano finiti per le cure di Giorgio. La mia pensione a malapena copre bollette e medicine. Allora lei ha proposto… di vendere la casa. «Potremmo trovarti un bilocale in periferia,» ha detto, «e con il resto potrei fare lanticipo.»
Non ce lho fatta. Non era questione di soldierano i ricordi. Quelle pareti, ogni angoloGiorgio le aveva costruite. La mia intera vita era lì. Come potevo lasciarla andare? Ha urlato che suo padre aveva fatto tutto per *lei*, che prima o poi la casa sarebbe stata sua comunque, che ero egoista. Ho provato a spiegarle che volevo solo che un giorno tornasse e si ricordasse di noi… Ma non mi ascoltava.
Ha sbattuto la porta quel giorno. Da allora, neanche una parola. Nessuna chiamata, nessuna visita, nemmeno a Natale. Più tardi, unamica comune mi ha detto che aveva preso il mutuo, lavorando come una pazzadue lavori, zero vita. Nessun compagno, nessun figlio. Persino la sua amica non la vede da mesi.
E io? Aspetto. Ogni giorno, guardo il telefono, sperando che squilli. Non succede mai. Non riesco neanche a raggiungerlanumero cambiato, immagino. Non vuole vedermi. Non vuole sentirmi. Pensa che labbia tradita quel giorno. Ma presto compirò 70 anni. Non so quante sere passerò ancora a questa finestra, in attesa. O cosa ho fatto di così grave da ferirla così.







