Tra due fuochi

**Tra Due Fuochi**

Ho sempre pensato che il modo migliore per superare un tradimento sia piangere a dirotto, subito, senza aspettare. Meglio ancora se qualcuno ti offre una spalla su cui versare tutte le lacrime, qualcuno che capisca davvero.

Quella spalla, da quasi unora, era Luca. Il migliore amico di mio marito. Anzi, ormai ex marito.

«Ginevra, smettila di piangere, ti prego», disse Luca con voce stanca. Mi accarezzava la schiena, e quel gesto mi faceva venire voglia di urlare ancora più forte.

«Perché mi ha fatto questo?» sussurrai, asciugandomi il viso bagnato con il palmo. «Cosho fatto di male? Sono brutta? Dimmi la verità!»

«Sei la donna più bella del mondo. Davide è solo un cieco.»

Lo disse con tale sincerità che per un attimo ci credetti, smettendo di singhiozzare. Poi gli mostrai lo screenshot della chat che avevo trovato sul telefono di Davide. Una certa Chiara gli scriveva: *«Quando la pianti con quella rompiscatole?»* E lui, luomo che mi aveva giurato amore eterno allaltare, rispondeva: *«Senza di me è persa. Mi fa pena.»*

Pena. Una parola che cancellava tutto. Il nostro passato, i nostri «ti amo», i progetti per il futuro. Il nostro matrimonio si reggeva sulla pietà.

Mi coprii il viso con le mani. Che vergogna.

Luca rimase in silenzio. A differenza di Davide, capace di riempire ogni pausa con mille parole inutili, lui sapeva tacere quando serviva. Era lunica persona in città a cui potevo telefonare in quel momento. Sapevo che non mi avrebbe compatita, non mi avrebbe trattata come una bambina, né avrebbe cercato di darmi lezioni. Era proprio ciò di cui avevo bisogno.

Era arrivato in venti minuti. Aveva ascoltato la mia crisi senza dire una parola, mi aveva offerto un bicchiere dacqua e mi aveva lasciato piangere sulla sua giacca. Poi si era seduto accanto a me, e quel silenzio valeva più di qualsiasi discorso.

«Mi fa pena, capisci?» singhiozzai per la centesima volta.

Luca non rispose. Stringeva i pugni e fissava la finestra. In quella sua compostezza cera più comprensione e sostegno che in mille parole perfette.

***

Avevo conosciuto Davide a Parma, durante una mostra di artisti locali. Ero entrata per caso, scappando dalla pioggia, e lavevo visto discutere animatamente con un amico davanti a un enorme quadro astratto.

«Questa non è arte, è una diagnosi!» urlava. «Non cè emozione, né pensiero, solo il tentativo di scioccare!»

Non so cosa mi spinse a intromettermi:

«Non crede che lo shock sia unemozione anchesso? Larte non deve essere bella. Deve essere sincera.»

Davide si voltò, e i suoi occhi grigi, un attimo prima pieni di rabbia, si ammorbidirono:

«Quindi lei è per larte come verità, per quanto amara possa essere?»

Parlammo per tre ore. Era un uragano, un vortice di idee, battute e una vitalità travolgente. Era quella passione, quella fame di vita, ad avermi conquistata. Poteva discutere fino alla raucedine sul cinema degli anni 70 e, un minuto dopo, trascinarmi sul tetto di un palazzo antico per mostrarmi come la pioggia rifrangesse la luce nelle pozzanghere. Con lui non cera mai un attimo di noia. Mi faceva sentire viva, interessante, amata. Non vedeva me, ma una versione straordinaria di me, e io mi sforzavo di esserle allaltezza.

Quando, dopo due mesi di relazione travolgente, mi chiese di trasferirci a Modena e di sposarlo, risposi di sì senza pensarci. Sciocca, lo seguii come una falena attirata dalla luce, accecata dal suo splendore.

Ricordo quando mi presentò al suo migliore amico.

«Questa è Ginevra, lamore della mia vita! E questo è Luca, il mio angelo custode», disse Davide raggiante.

Luca mi strinse la mano, e il suo sguardo era imbarazzato? Diffidente? Allora non capii. Mi sembrò un tipo silenzioso, serio, quasi cupo. Niente a che vedere con lesuberante Davide. Ma poi scoprimmo di avere in comune la passione per i romanzi fantasy e la convinzione che il miglior caffè si trovi nelle piccole botteghe, non nelle catene.

A Modena, compresi che Luca era un porto sicuro. Con Davide era tutto esplosivo, ma dopo luragano si cerca la quiete. E Luca sapeva stare in silenzio. Potevo parlare per ore dei miei libri o delle difficoltà del trasloco, e lui ascoltava senza interrompere, senza cercare di brillare. A volte faceva una domanda precisa, che dimostrava quanto mi capisse davvero.

Con quel taciturno, mi sentivo stranamente al sicuro. Una sensazione che non provavo con mio marito, che, col tempo, si rivelò innamorato solo di se stesso.

***

Non posso dire di non aver sospettato nulla prima di quel messaggio. Ma chiudevo gli occhi davanti ai segnali: le «riunioni di lavoro» fuori orario, il telefono sempre a faccia in giù, le ore sparite, un profumo femminile sconosciuto. Tutto era chiaro. Solo che Davide era così abile a inventare scuse che gli credevo. Volevo credergli. Perché mi amava, no? Era lo stesso uomo che mi aveva conquistata alla mostra. Non poteva mentirmi.

Sempre più spesso, mi trovavo a pensare che stavo meglio con Luca. Non era uno da complimenti facili, ma ascoltava. Davvero. Come se le mie parole avessero un peso. Una volta, durante un picnic, parlai della mia idea di dipingere una serie ispirata alle leggende dellEmilia. Davide sbadigliò:

«Sembra un documentario noioso.»

Luca, invece, si animò:

«Quale leggenda useresti per prima?»

Passammo mezzora a discutere i dettagli, mentre Davide giocava col telefono. In quel momento, un pensiero proibito mi attraversò la mente: *«È con lui che vorrei condividere non solo le feste, ma anche i giorni normali.»*

Sei mesi dopo, scoprii per caso che Davide flirtava con unaltra. Lui non si scompose, mi convinse che era solo una vecchia amica e che tra loro era sempre stato così. «Non può mentire con tanta sicurezza», pensai. E chiusi di nuovo gli occhi.

Poi trovai la chat con Chiara. Dolore, umiliazione, amarezza. Ma non era il tradimento a ferirmi di più. Lui stava con me per pietà!

Luca, ovviamente, sapeva tutto. Erano amici dalle elementari. Davide si vantava delle sue conquiste. Per lui, innamorarsio meglio, far innamorareera naturale come respirare. Luca era più riservato, ma non giudicava lamico. Fino al matrimonio.

Non sapevo che avesse cercato di ragionare con Davide, che avessero perfino litigato per me. Lui, ovviamente, non me laveva detto. Una volta rise: «Luca ha un debole per te, poveraccio.» Io non ci credevo. «No, impossibile. Luca è un amico. Un vero amico. È troppo onesto per certe cose.»

E ora ero sul divano di Luca, con la vita in frantumi. E lui era lunico al mio fianco.

«Davide non cambierà», disse piano, rompendo il silenzio. «Non è cattivo. È solo diverso. Come un bambino che vuole tutti i giocattoli e non sa apprezzare quello che ha.»

«Ma io non sono un giocattolo.»

«No. Tu sei un universo intero», esitò, abbassando lo sguardo.

La decisione arrivò da sola.

«Credo che tornerò dai miei. A Parma.»

Luca sospirò. Nei suoi occhi intravidi qualcosa che non seppi decifrare. Dolore? Esitazione?

«Sì, forse è meglio», disse alla fine. «Ti riposerai.»

«Mi accompagni?»

Avrebbe potuto rifiutare. Aveva impegni, il lavoro. Ma annuì:

«Prendi le tue cose. Ti aiuto.»

***

Sei mesi a Parma passarono come un unico, lungo giorno nebbioso. Davide accettò il divorzio senza battere ciglio, quasi sollevato. Io cercavo di rimettermi in piedi, di scaldare lanima. I miei genitori mi compativano, e questo mi faceva ancora più male.

Luca telefonava ogni giorno. Allinizio solo per sapere come stavo. Poi le nostre chiacchierate tornarono lunghe e sincere come un tempo. Un pomeriggio di aprile, mentre dipingevo la leggenda di Bianca Lancia, suonarono alla porta. Aprii e lo vidi lì, con la stessa giacca con cui avevo pianto mesi prima, gli occhi stanchi ma fissi nei miei.

«Ho lasciato il lavoro», disse semplicemente. «Volevo essere certo che tu non fossi sola.»

Non risposi. Gli presi solo la mano, e lui, per la prima volta, non la ritrasse.

Da allora, non parlammo mai di Davide. Parlammo di libri, di silenzi, di come la verità non sempre arriva con un grido, ma a volte con un passo lento, deciso, verso una porta che si riapre.

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