Guardando fuori dalla finestra, mentre la pioggia batteva contro i vetri come lacrime scivolanti, Valentina ascoltava la canzone di Mina: «E poi cosa ci posso fare, unaltra hai incontrato», e le lacrime le rigavano il viso senza che nemmeno se ne accorgesse. Non poteva ascoltare quella melodia senza provare un dolore acuto, troppo simile al suo destino.
Lamarezza di unoffesa immeritata brucia nellanima, e quando non puoi cambiare le cose, cerchi conforto persino nelle parole di una canzone.
Valentina viveva in un paesino di provincia, dove tutti si conoscevano. Era arrivata anni prima da un piccolo borgo per studiare infermieristica, ed era rimasta.
“Figlia mia, dopo gli studi non tornare qui,” le diceva la madre. “Non perché non ti vogliamo, ma perché non cè futuro in questo posto. I giovani vanno in città, e tu fai lo stesso. Se Dio vuole, troverai un ragazzo del posto e ti sposerai.”
“Sì, mamma, ci ho pensato anchio. Mi mancherete, ma devo cominciare a vivere da sola.”
Così Valentina si era sistemata in città, trovando lavoro come infermiera in ospedale. Era bella, con capelli scuri e folti, occhi azzurri e labbra carnose. Una mattina, entrando nella stanza dei pazienti con una flebo, vide un giovane con il braccio ingessato che la fissava con occhi pieni di curiosità.
“Buongiorno,” salutò tutti, ma a Massimo sembrò che lo facesse solo per lui.
Era arrivato in ospedale la sera prima, e quella era la prima volta che la vedeva. Massimo lavorava nello stabilimento più grande della zona, assunto dopo la laurea. Era scivolato in officina, cadendo goffamente sul pavimento di cemento. Risultato: un braccio rotto.
Valentina gli sistemò la flebo con gesti precisi, mentre lui la osservava in silenzio, deciso a conoscerla meglio. Lei evitava il suo sguardo, ma era altrettanto incuriosita.
“Ecco fatto, stia tranquillo,” disse.
“Tornerà più tardi?” le chiese Massimo. “E come si chiama?”
“Certo, sono qui per lavoro. E mi chiamo Valentina,” rispose, uscendo dalla stanza.
“Valentina beh, almeno questo braccio rotto mi ha portato fortuna,” pensò lui. “Ma devo scoprire se ha già qualcuno.”
A Valentina era piaciuto, ma non avrebbe mai fatto il primo passo. Però aveva capito, da come la guardava, che anche lei gli piaceva.
“Va bene ma non significa nulla. Magari ha già una ragazza, un tipo così non può essere solo.”
Cominciò a osservare chi veniva a trovarlo. Amici, colleghi, ma nessuna donna. Si tranquillizzò. Intanto, Massimo sognava già di uscire dallospedale e portarla a passeggio.
Quando lei tardava, lui usciva in corridoio per parlarle. A volte, la sera, rimanevano a chiacchierare fuori dalla sala.
“Non sono di qui,” le raccontò. “Mi hanno mandato allo stabilimento dopo luniversità. Vivevo in un dormitorio, ma ora ho un appartamento. Da giovane professionista, me lhanno dato. Sai che bello avere una casa tutta per sé? Devo ancora sistemarla, ma pazienza”
“Beato te. Io sto ancora nella residenza per il personale, e non è il massimo. Gente rumorosa, a volte insopportabile,” confessò Valentina.
Massimo venne dimesso presto, ma continuò a frequentare lospedale per le visite. E intanto, si vedevano. Però passarono più di due anni prima che si decidesse a chiederle di sposarlo.
Valentina lo amava come non aveva amato nessuno. Tremava al solo pensiero di guardare un altro uomo. Ma aspettava paziente quella proposta. Fino al giorno in cui lui finalmente disse:
“Valentina, ormai stiamo insieme da un po. Che ne dici di sposarci?”
“Daccordo,” rispose subito, ridendo felice. Lui capì che aveva aspettato a lungo.
Il matrimonio fu semplice, come si usava allora. Venne sua madre dal paese e le due sorelle di Massimo. Festeggiarono con gioia. Le amiche e le colleghe di Valentina erano invidiose.
“Hai beccato un gran belluomo, Valentina. Intelligente, premuroso e pure bello!”
Vivevano nel suo bilocale, sistemato a poco a poco. Poi arrivarono due figlie, una dopo laltra.
“Valentina, vorrei un maschio,” le diceva lui. Ma lei aveva deciso: bastavano due figlie, dovevano crescerle bene.
Vivevano sereni. Lui guadagnava abbastanza, andavano al mare in vacanza. Tornavano spesso al paese della madre di Valentina, dove destate raccoglievano funghi e nuotavano nel fiume con le bambine. Dinverno, sciavano. Il tempo passava senza nubi allorizzonte.
Il lavoro di Massimo era impegnativo. A volte lo chiamavano anche nei giorni liberi, e lui partiva borbottando. Ma una volta tornò così stanco e arrabbiato che le disse:
“Lascio questo lavoro, non ne posso più. Voglio riposarmi quando è festa, e invece devo sempre correre.”
Il capo fece fatica a lasciarlo andareMassimo era un ottimo professionista. Trovò un altro impiego, ma cera un problema: spesso doveva viaggiare per lavoro.
“Valentina, non posso farci niente. Dovrò andare in giro, ma almeno lo stipendio è buono.”
“Resisteremo. Non sarai via per mesi, no?”
Passò il tempo. Massimo viaggiava spesso, a volte per tre giorni, altre per una settimana. Ma ultimamente Valentina notava che beveva di più, tornava tardi, anche dai viaggi. Aveva perso la retta via.
Quindici anni insieme, le figlie cresciute. Valentina cominciò a protestare.
“Massimo, coshai? Un tempo criticavi chi beveva, e ora”
“Lasciami stare. La vita è noiosa, mi svago come posso.”
Il paese era piccolo, e i pettegoli non mancavano.
“Valentina, non vedi cosa fa tuo marito?” le disse un giorno la collega Simonetta. “La mia amica Roberta lha visto in sauna con lui. Si vedono da tempo. Quando torna dai viaggi, va prima da lei, poi a casa.”
“Simo, è vero?” chiese, sconvolta. “Certo, a volte torna tardi, ma credevo fosse con gli amici. Dio, che schifo”
Altri glielo ripeterono. Litigarono, e lui le urlò:
“Basta con queste paranoie! Faccio quello che voglio!”
Lultima goccia fu quando le alzò le mani.
“Chiedo il divorzio,” disse Valentina, quando le lacrime si erano asciugate.
Entrando in sala, lo vide che preparava una borsa. In TV, Mina cantava: «E poi cosa ci posso fare, unaltra hai incontrato». Le parole la trafissero. Si sedette sul divano. Lui prese la borsa e disse, calmo:
“Me ne vado. Vado da unaltra. Lappartamento resta a te e alle bambine. So che per te sarà più difficile, non hai dove andare.” E uscì, chiudendo la porta senza rumore.
Pensava di non avere più lacrime, ma ricominciò a piangere. Passò del tempo.
“Chiederò il divorzio,” pensava. “Cosa sono ora? Né moglie, né vedova.”
Molti condannarono Massimo. Valentina era sola, con due figlie, ancora giovane e bella. Allinizio fu dura, ma il tempo guarì le ferite. Le figlie crebbero. La maggiore si sposò e partì con il marito.
La minore le diceva: “Mamma, io non ti lascerò mai sola.”
“Vedremo, piccola. La vita è imprevedibile. Magari ti innamorerai di un ragazzo di fuori, e allora”
E così fu.
“Mamma, avevi ragione!” disse un giorno la figlia, raggiante. “Paolo mi ha chiesto di sposarlo, e ho detto di sì!”
“Ne sono felice,” rispose Valentina. Ma la figlia esitava. “Cosa cè?”
“Mamma andremo a vivere nella sua città. Lui insiste. Ci sono più opportunità lì.” Disse quasi con rimorso, trattenendo la gioia.
Valentina finse di non notare e ricordò la loro vecchia conversazione.
“Va, piccola. Verrete a trovarmi. Limportante è che tu sia felice. Paolo sembra un bravo ragazzo.”
Al matrimonio, la figlia invitò anche Massimo. Lui manteneva i rapporti con lei, mentre laltra non gli aveva perdonato nulla. Mentre passava accanto a lui e al genero, sentì Massimo dire a Paolo:
“Ascolta, te lo dico da uomo a uomo: resta con una sola famiglia. Non cercarne unaltra. Soffri, ma resisti. Lo dico per esperienza.”
Valentina pensò: “Anche lui ha bevuto il suo calice amaro. Non è stato facile neanche per lui”
Il tempo passò. Valentina uscì dalla depressione. Alcuni la sostennero, altri finsero compassione forse per ridere dopo. Ma lei superò tutto.
Ora era in pensione, e Massimo era invecchiato. A volte si incontravano, vivendo nello stesso posto. Quello che un tempo le sembrava una tragedia, ora era solo un ricordo lontano. A volte ci sorrideva sopra.
Ma quella canzone«E poi cosa ci posso fare, unaltra hai incontrato»ancora la faceva piangere. Ormai, però, era solo malinconia.







