Puoi chiamarmi papà

**Diario Personale**

Oggi è stato un giorno terribile. Sento ancora le parole di mia madre risuonarmi in testa, mentre il nodo in gola mi impedisce di respirare.

“Mamma, di nuovo prendi le sue parti?” ho detto, cercando di trattenere le lacrime che già mi bruciavano gli occhi.

“Alessia, cosa vuoi dire con ‘di nuovo’? E poi, non hai ragione tu in questa situazione!” ha risposto Irma, la mia mamma, con un tono che mi ha spezzato il cuore.

“Erano i miei soldi, i miei acquisti! Avevamo un accordo! Non sono mica una milionaria per mantenere un estraneo!” ho ribattuto, sentendo la rabbia salirmi alla gola.

“Che ingrata! Io ti ho cresciuta, ti ho dato da mangiare, e ora ti lamenti per un po’ di prosciutto e formaggio?” la voce ubriaca di Nicola, il mio patrigno, è arrivata dalla stanza accanto.

“Esatto! Non ti vergogni?” ha aggiunto mia madre, sostenendolo.

Ho coperto il viso con le mani. Non ce la facevo più.

Mio padre ci ha lasciato quando non avevo nemmeno tre anni. Come mi ha raccontato Irma, lei e Valeriocosì si chiamavanon si sono mai amati davvero. Dopo una breve storia, è arrivata una gravidanza inaspettata, e i genitori di lui lo hanno costretto a sposarsi. Ma senza amore, il matrimonio è durato poco. Due anni, e poi lui ha preso le sue cose ed è sparito.

Irma ha dedicato la sua vita a me. Abbiamo vissuto così, solo noi due, fino ai miei dodici anni. Poi, un giorno, mi ha chiamata per una “seria conversazione”.

“Alessia, ormai sei grande e puoi capire ho conosciuto un uomo. Ci sposeremo, e presto vivrà con noi.”

Non ero contenta, ma neanche sconvolta. In fondo, molti miei compagni di scuola avevano patrigni.

Ma quando Nicola è entrato in casa per la prima volta, ho capito subito che non mi piaceva.

“Puoi chiamarmi papà,” ha detto subito. Ho annuito, ma quella parola non mi è mai uscita dalla bocca.

Fin dallinizio, ha deciso di essere severo. “A me nessuno ha regalato niente, e io non intendo viziarti.” Da quel momento, la mia vita è diventata un inferno.

“Mamma, esco con Anna, andiamo in biblioteca e poi ci facciamo un giro,” ho detto un giorno.

“Ah, la principessina! Irma, ma come permetti che ti tratti così? Questa mocciosa ti salirà sulla testa!” è intervenuto Nicola.

“Non sono una mocciosa!” ho protestato, mentre mia madre continuava a lavare i piatti in silenzio.

“Unora per la biblioteca e poi torni. Se non sei qui alle tre, ti metto in castigo con i ceci sotto le ginocchia! Così impari a rispondere agli adulti!” ha urlato.

“Mamma, io esco!” ho detto, sperando in un sostegno.

“Ascolta tuo padre. Lui è il capofamiglia,” ha risposto Irma.

Da allora, aspettavo solo una cosa: che Nicola partisse per lavoro. Così potevo respirare, invitare amiche, vivere in pace.

Sono passati sei anni. Ho compiuto diciotto anni, mi sono iscritta alluniversità. Credevo che finalmente sarei stata libera, che avrei avuto una stanza nel dormitorio. Invece:

“I posti sono riservati agli studenti fuori sede.”

“Meglio sarebbe stata ununiversità in unaltra città,” ho mormorato, tornando a casa a testa bassa.

A settembre ho conosciuto due ragazze del mio corso. Anche loro volevano andare via di casa. Abbiamo trovato un bilocale da dividere in tre.

“Mamma, voglio vivere da sola. Sarebbe più vicino alluniversità, e poi”

“Ma che ti salta in mente! Volete trasformarla in un bordello? Volete portarvi i ragazzi dentro, e degli studi non ve ne frega niente!” ha urlato Nicola.

“Che ti importa?” ho sbottato.

“Cosa vuol dire? Come parli a tuo padre? Con la borsa di studio paghi laffitto? A me hanno tagliato lo stipendio, tua madre lavora part-time, e tu vuoi buttare i soldi in un appartamento?”

“Me li guadagno io!” ho urlato, sbattendo la porta.

Ma un lavoro serale non lho trovato, e i miei sogni sono svaniti.

Poi, una mattina, sono stata svegliata da rumori nellingresso. Nicola abbracciava un ragazzo.

“Alessia, ti presento mio figlio, Dario. Ha vissuto con sua madre in campagna, ma ora viene a stare con noi.”

“Dove? Abbiamo solo due stanze!” ho detto.

“Non preoccuparti, dormirò io in cucina,” ha risposto Dario, sorridendo con arroganza.

Sono rimasta senza parole. Ho parlato con mia madre.

“Mamma, come faremo in quattro? È già piccolo così!”

“Figlia mia, ‘nella botte piccola cè il vino buono.'”

“Ma sei seria?”

“Alessia, dipendiamo dai soldi di Nicola. Non voglio litigare. Lascia che Dario resti.”

Da allora, Dario dormiva in cucina. Fare colazione era impossibile. Quando tornavo, lui e Nicola erano già a tavola.

“Ehi, sorellina, vieni qui!” mi ha chiamato Dario una sera.

“Lasciami stare!”

“Come parli ai tuoi superiori, mocciosa?” ha urlato Nicola, ubriaco.

Dario mi ha afferrato per le spalle.

“Levami le mani di dosso, idiota!” Sono scappata in camera, piangendo.

Il giorno dopo ho chiesto a mia madre:

“Questa casa non lha comprata papà?”

“Sì”

“Quindi è anche mia?”

“Be, legalmente è mia, ma tu sei mia figlia Perché?”

“Non voglio più Nicola e Dario qui! Devono andarsene!”

“Ingrata! Da oggi non avrai un centesimo! Compra il cibo con i tuoi soldi!” ha urlato Nicola.

Ho iniziato a vivere con i miei risparmi, ma loro rubavano i miei alimenti senza vergogna. Quando hanno mangiato il prosciutto e il formaggio che avevo comprato, è stato troppo.

“Se non ho ragione, allora pagatemi ciò che avete preso e me ne vado!”

“Come ti permetti? Prendi le tue cose e sparisci!”

Non ce lho fatta più. Ho preso una borsa e sono uscita.

Per un po ho vissuto con lamica Martina. Poi mi sono trasferita a ununiversità telematica, trovato un lavoro. A casa non sono più tornata.

Un anno dopo, ho incontrato mia madre per strada.

“Vivo qui,” mi ha detto, indicando il dormitorio.

“E lappartamento?”

“Meglio non parlarne. Dopo che te ne sei andata, Nicola mi ha convinta a firmare la donazione a suo nome. Diceva che così non avresti potuto rivendicare nulla. Poi Dario ha iniziato a portare ragazze nella tua stanza. Una volta ho trovato unaltra donna nel nostro letto.”

“E tu?”

“Cosa potevo fare? La casa è sua. Sono andata in polizia, ma la donazione è irrevocabile. Alla fine ho chiesto una stanza qui.”

Ho sospirato. “Che disastro.”

“Perdonami, Alessia. Ho rovinato tutto.”

Lho abbracciata, ma dentro sapevo che non saremmo mai più state come prima.

Ora vivo in un bilocale in affitto, diviso con unamica. È piccolo, ma è pulito, tranquillo. Mia madre vuole divorziare e chiedere metà della casa, ma io non voglio

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Puoi chiamarmi papà
SORPRESA PER LA MOGLIE Aprendo la porta, Marisa ha buttato sulla credenza il mazzo di fiori portato dal lavoro, si è tolta finalmente le scarpe col tacco e ha infilato le pantofole. Anche se forse sarebbero stati più indicati gli stivali. C’era più acqua in casa che sulle scale. Dal fondo dell’appartamento arrivavano il miagolio soffocato del gatto e altri strani rumori: colpi, brontolii e persino del fumo. — Alessandro, che è successo?! Il marito è apparso dopo qualche secondo. In mutande, scalzo, coperto di fuliggine, il viso graffiato e un bel livido sotto l’occhio. Un asciugamano annodato in testa, tipo turbante. — Marisina, sei già qui? Non ti aspettavo così presto. Credevo che con il party aziendale, visto che sei la direttrice, saresti rimasta fino all’ultimo ospite… Sbuffando, Marisa si è lasciata cadere su un pouf e ha ordinato: — Racconta, disgraziato. Che hai combinato stavolta? — E-e-ecco, amore mio, — ha balbettato Alessandro, impaurito, — tu però non agitarti… — Mi agitavo, — l’ha interrotto Marisa, — quando negli anni ‘90 la malavita mi minacciava. Mi preoccupavo col default, con la crisi. Dopo tutto ciò, niente mi tocca più. Adesso parla, che succede in casa? — Allora… — Stringi! — Va bene! Volevo farti una sorpresa per festeggiare. Ho deciso di sistemare casa, fare il bucato e preparare una cena speciale. Ho preso un giorno di permesso, caricato la lavatrice, sono andato al mercato… cioè prima al mercato, ho comprato il vitello e quello ha cominciato a… — Il vitello? — ha precisato Marisa. — No, la lavatrice. Ma non subito. Ho messo il vitello al forno, sono andato a fare pulizie, e lì il gatto… — È vivo? — Certo, — si è offeso Alessandro. — Solo un po’ bagnato. Guarda, quando ho avviato la lavatrice, dentro non c’era. Giuro! Poi si è infilato, non capisco come. — Come può un gatto entrare in una lavatrice chiusa?! — Non so, si sarà infiltrato. Perplessa, Marisa chiude gli occhi e fa: — Avanti, la cosa si fa interessante. Prima però fammi vedere il gatto. Voglio esserne certa. — Cuore, non posso. Bisogna andare da lui. — Spero almeno abbia ancora tutte le zampe? Asciugandosi il viso graffiato, Alessandro conferma cupo: — E come! Solo che per sicurezza le ho momentaneamente “bloccate”. — Va bene, dopo. E poi? — Insomma, mentre il gatto faceva il bagnetto, ho sentito puzza di bruciato. Vado in cucina, apro il forno, mi brucio le dita, la carne stava andando a fuoco, ci butto sopra dell’olio… Non sapevo però che sarebbe esploso! — I capelli presi, fumo ovunque, ho iniziato a spegnere tutto. E intanto il gatto urlava. Corro alla lavatrice, vedo i suoi occhi dallo sportellino: stava davvero male. L’ho spenta, provo ad aprirla ma non si apre. Il gatto continua a urlare. E il piano cottura brucia. Prendo un piede di porco. Beh… la lavatrice ha subito ceduto, ma il gatto è libero. — Nel frattempo, mentre spengevo i fornelli, quell’anima in pena si è precipitata in tutta la casa, ha fatto cadere due vasi, ha sporcato il tappeto, strappato le tende, graffiato le pareti, rovesciato lo spumante dal tavolo, i vicini sotto battevano sulla batteria del calorifero e credo abbiano minacciato di sterilizzare… Ma sterilizzare chi? Noi lo abbiamo già sistemato due anni fa! O parlavano di me? Insomma, tutto bene, tu non ti preoccupare… Tra le lacrime dal ridere, Marisa si alza, scansa il marito e passa in salotto. Il disastro è come descritto da Alessandro. Più almeno una decina di dettagli che avrebbero fatto svenire chiunque non fosse stata Marisa. Ma dopo vent’anni al timone di una grossa società, ne aveva viste di peggio: purché i nipoti non fossero a casa e marito e gatto vivi, il resto non contava. Il gatto, in effetti, era legato alla batteria, tutte e quattro le zampe bloccate, e la testa avvolta da una vecchia sciarpa. Ma vivo, niente ustioni: tanto basta. Alessandro si affretta a spiegare: — Capisci, amore, non voleva stare sul termosifone. Temevo non asciugasse. Non sono riuscito a strizzarlo, si agitava. Quindi l’ho legato. E la sciarpa, per non farlo urlare. I vicini avranno suonato dieci volte e minacciato pompieri e polizia. Persino una strega volevano chiamare, per una maledizione. Sciolto il gatto, Marisa lo consola, poi lo asciuga con l’asciugamano (ormai spelacchiato della testa di Alessandro) e lo libera. — Sei uno str… Alessandro. Poteva soffocare! Ma dopo il lavaggio niente lo spaventa più, nemmeno me! Seduta sul divano, Marisa abbraccia il gatto e guarda il marito. — Allora? — Cosa? — balbetta Alessandro deluso. — Mi vado a impiccare subito o ti lascio godere della soddisfazione? — Ah, — sospira Marisa. — Oggi è l’8 marzo. Sorridendo largo, Alessandro corre in camera, torna tutto impettito e misterioso con le mani dietro la schiena. Si inginocchia davanti a lei e solennemente recita: — Marisina, luce dei miei occhi. Siamo insieme da trent’anni e mi sorprendi sempre. Sei la donna, mamma e nonna più bella, misteriosa, elegante, paziente, sensibile e affettuosa. Ti auguro una splendida Festa della Donna, resta sempre come sei. Ecco. Allunga le braccia e porge una scatolina con un anello d’oro e un mazzo di rose, ormai stravolto e spelacchiato. Si giustifica: — Era un bellissimo mazzo, davvero. Solo che non ha retto l’incontro col gatto impazzito. Non arrabbiarti né con me, né con lui. Non è tutta colpa sua. Volevo solo farti felice. Accarezzando la testa del marito, Marisa annusa i fiori e sorride. — Hanno ancora profumo, pensa! E neanche di bruciato. Però, basta esperimenti, Alessandro, ok? Solo i fiori la prossima volta. Un altro “festone” così la casa non lo regge. E nemmeno i vicini. — Sai, al lavoro ti regalano cose belle, fiori costosi, volevo stupirti con qualcosa di diverso. Con un tocco speciale. Una sorpresa con il fuoco, per lasciarti a bocca aperta… — E ci sei riuscito, sciagura mia, — sorride Marisa. — E pure con il fuoco. Non importa cosa ricevo al lavoro. Tu ci metti il cuore, l’amore, e basta. Adesso però, andiamo: sistemiamo sto disastro e chiediamo scusa ai vicini. O davvero chiamano la strega. Che magari ha anche lei il marito a casa, e lui avrà pensato di farle una sorpresa… dopo tutto, chissà che le passa per la testa adesso!