“Non dimenticare di preparare una cena decente stasera,” disse Massimo, aggiustandosi la cravatta davanti allo specchio. “Verrà il capo, voglio fare bella figura.”
Lucia annuì in silenzio, continuando a spalmare il burro sul pane. Le si strozzò in gola quando lui aggiunse:
“E cerca di vestirti un po meglio. Mi vergogno a farti vedere.”
La porta si chiuse con un colpo secco, lasciando nellaria il profumo del suo costoso dopobarba e lamarezza di parole non dette. Lucia si osservò riflessa nella caffettiera. Quarantatré anni, rughe intorno agli occhi, radici grigie che non aveva mai tempo di tingere. Quando era successo? Quando era passata da quella ragazza allegra che aveva conquistato il cuore del giovane ingegnere Massimino a una stanca casalinga di cui ci si vergognava?
La casa la accolse nel solito silenzio. Il figlio maggiore, Matteo, diciotto anni, era già alluniversità; la figlia minore, Sofia, quattordici, dormiva a casa di unamica. Solo lei, la cucina e la lista infinita di cose da fare: lavare, pulire, fare la spesa, preparare quella “cena decente”.
Al supermercato, Lucia mise nel carrello carne, verdure e il vino costoso che Massimo amava servire agli ospiti. Alla cassa, davanti a lei, cera una giovane donna con un bambino piccolo. Il piccolo piagnucolava, e lei lo cullava dolcemente, sussurrandogli qualcosa. Lucia ricordò quando anche lei cullava i suoi figli, quando Massimo la abbracciava da dietro e le diceva:
“Abbiamo la famiglia più bella del mondo.”
Cosa era cambiato? Quando aveva smesso di abbracciarla? Quando le aveva detto per lultima volta che la amava?
A casa, mentre sistemava la spesa, trovò vecchie foto cadute da un cassetto. Eccola con Massimo alla laurea, entrambi sorridenti, lui le teneva la mano. Il loro matrimonio: lei in abito bianco, lui che non poteva distogliere lo sguardo. La nascita di Matteo: Massimo le baciava la fronte, la felicità dipinta sul volto. E Sofia che faceva i primi passi, entrambi seduti per terra a incoraggiarla.
Dovera finita quella felicità? Tra i mutui per la casa e la macchina? Le notti insonni con i bambini malati? Le ambizioni di carriera di lui e le faccende domestiche di lei?
Lucia iniziò a cucinare. Carne al forno, insalata, antipasti. Movimenti automatici, perfezionati negli anni. Allimprovviso, squillò il telefono.
“Lucia? Sono io, Elena.”
La voce dellamica le sembrò unancora di salvezza nelloceano grigio della routine.
“Elena! Come stai?”
“Meglio non chiedere,” rise Elena. “Mi sto divorziando. Definitivamente.”
“Che è successo?”
“Niente di speciale. Solo che mi sono stancata di essere invisibile nella mia stessa vita. Ascolta, ci vediamo? Un caffè, due chiacchiere sincere.”
“Non posso, stasera abbiamo ospiti. Massimo porta il capo.”
“Di nuovo? Lucia, quando è stata lultima volta che sei uscita senza tuo marito? Che hai fatto qualcosa che piaceva solo a te?”
Lucia ci pensò. Davvero, quando? Nemmeno se lo ricordava.
“È diverso, Elena. Ho una famiglia, delle responsabilità.”
“E io non ne avevo? Ma sai cosa ho capito? Finché vivi la vita di un altro, la tua ti sfugge tra le mani.”
Dopo la chiamata, Lucia si sentì ancora più pesante. Continuò a cucinare meccanicamente, ma i pensieri tornavano alle parole di Elena. Viveva davvero la vita di un altro?
Alle sei, apparecchiò la tavola, indossò il vestito migliore, si pettinò. Si guardò allo specchio: presentabile. Perché Massimo diceva di vergognarsi di lei?
Gli ospiti arrivarono puntuali. Il capo di Massimo, Roberto, con la moglie e unaltra coppia, colleghi di lavoro. Lucia sorrise, servì i piatti, partecipò alla conversazione. Tutto filò liscio finché non si parlò di lavoro.
“E lei, signora, cosa fa?” chiese la moglie di Roberto.
“Casalinga,” rispose secco Massimo, con una sfumatura di scusa nella voce.
“Interessante! E prima lavorava?”
“Ero contabile,” iniziò Lucia, ma lui la interruppe:
“È passato tanto tempo. Con i bambini, abbiamo deciso che era meglio se stava a casa.”
“Abbiamo deciso?” Lucia ricordò comera andata davvero. Il congedo di maternità con Matteo, poi le malattie, prima dei bambini, poi della madre di Massimo, che viveva con loro. Poi la seconda gravidanza. E quando i bambini furono più grandi, Massimo disse:
“Perché lavorare? Guadagno abbastanza per tutti. Meglio che ti occupi bene della casa.”
E lei lo fece. Lavare, pulire, cucinare, fare la spesa. I giorni si confondevano in una ripetizione senza fine. Intanto, Massimo faceva carriera, otteneva promozioni, incontrava persone importanti.
“Una nostra amica era casalinga,” continuò la moglie del capo. “Poi ha aperto un negozio di fiori. Dice di non essere mai stata così felice.”
“Be, non tutti possono fare gli imprenditori,” sorrise Massimo. “Lucia è una donna di casa, le piace così.”
Le piace? Lucia sentì qualcosa contrarsi dentro. E quando lui le aveva chiesto se le piaceva?
La serata trascorse lentamente. Gli ospiti se ne andarono, lodando la cena e lospitalità. Massimo era soddisfatto.
“Abbiamo fatto bella figura,” disse, slacciandosi la camicia. “Roberto ha detto che ho una moglie eccellente.”
“Eccellente casalinga, volevi dire?”
“E che cè di male? Stai a casa, occupati della casa. Non capisco queste lamentele.”
“Massimo, ricordi di cosa sognavamo quando ci siamo sposati?”
“Di cosa parli?”
“Volevamo viaggiare, io volevo imparare linglese, tu dicevi che avresti sostenuto qualsiasi mia passione.”
“Lucia, siamo adulti. Abbiamo figli, responsabilità. Non è il momento per sciocchezze.”
“Sciocchezze?” La voce di Lucia tremò. “La mia vita è una sciocchezza?”
“La tua vita è la nostra famiglia. Non ti basta?”
Voleva rispondere che no, non bastava, che soffocava tra quelle quattro mura, che non si sentiva più viva. Ma tacque. Come sempre.
La mattina dopo, Massimo uscì presto per lavoro, senza neanche salutare. Lucia sedette in cucina con una tazza di caffè e guardò di nuovo le vecchie foto. In una, teneva in mano il diploma di un corso di specializzazione. Allora voleva crescere professionalmente, sognava un lavoro suo.
Una suoneria la sorprese. Alla porta cera un corriere con un mazzo di rose.
“Per Lucia Marini?”
“Sono io.”
“Questi sono per lei.”
Il biglietto diceva: “Grazie per la serata di ieri. Siete una padrona di casa squisita e unottima conversatrice. Con stima, Roberto.”
Lucia mise i fiori in un vaso e pensò: quando era lultima volta che Massimo le aveva regalato dei fiori? Non ricordava.
Nel pomeriggio, Sofia chiamò:
“Mamma, posso restare ancora da Giulia? Domani andiamo a teatro.”
“E la scuola?”
“Mamma, domani è domenica! Te lo sei dimenticato?”
Lucia laveva davvero dimenticato. I giorni si erano f






