“Tutto questo è mio, e tu qui non sei nessuna,” dichiarò la figlia, pretendendo la stanza libera.
“Mamma, hai dimenticato di nuovo il gas acceso!” gridò Ginevra, entrando di corsa in cucina e girando bruscamente la manopola del fornello. “Quante volte te lo devo dire? Brucerai la casa!”
Valentina Bianchi trasalì, distogliendo lo sguardo dalla finestra, dove osservava i passeri sul davanzale.
“Non urlare, Ginevra. Mi sono solo distratta… Lacqua per il tè stava bollendo.”
“Distratta!” sbuffò la figlia. “Alla tua età distrarsi è pericoloso. I vicini si lamentano già dellodore di gas nel palazzo.”
Ginevra diceva la verità. Valentina era diventata davvero smemorata, soprattutto dopo la morte del marito un anno prima. Era come se con Marco se ne fosse andata anche la capacità di ricordare le piccole cose. Le cose importanti le ricordava benissimo: la nascita di Ginevra, la proposta di matrimonio, i primi passi della figlia. Ma ciò che era successo ieri o laltro ieri svaniva nella nebbia.
“Ti preparo il tè,” disse Valentina conciliante. “Vuoi dei biscotti? Li ho fatti stamattina, al cioccolato, come piacciono a te.”
Ginevra si sedette al tavolo, battendo nervosamente le dita sulla tovaglia a quadri.
“Mamma, dobbiamo parlare seriamente.”
Qualcosa nel tono della figlia allarmò Valentina. Posò lentamente le tazze sul tavolo, tagliò i biscotti.
“Dimmi, ti ascolto.”
“Non puoi più vivere da sola. È pericoloso per te e per i vicini. Il gas, la corrente… E se cadessi? Chi ti troverebbe?”
“Ginevra, di cosa stai parlando? Me la cavo benissimo. Sì, a volte dimentico qualcosa, ma succede a tutti.”
La figlia scosse la testa, tirando fuori dalla borsa dei fogli.
“Ho già deciso tutto. Ti ho iscritta a una buona casa di riposo. Lì avrai assistenza, pasti regolari, medicine al momento giusto. E gente della tua età, non ti annoierai.”
Valentina sentì il sangue ritirarsi dal viso. Un boccone di biscotto le si bloccò in gola.
“Che casa di riposo? Ginevra, cosa dici?”
“Non è un ospizio, se è questo che pensi. Una struttura privata, molto dignitosa. Ho già pagato lacconto.”
“Senza il mio consenso?” La voce di Valentina tremava. “Ginevra, questa è casa mia! Qui cè tutta la mia vita!”
“Mamma, sii realista. Sei sola in un appartamento di tre stanze. Le bollette sono salate, la casa è vecchia, qualcosa si rompe sempre. E io pago tutto di tasca mia.”
Valentina voleva protestare, ma Ginevra alzò una mano.
“E poi, Dario vuole trasferirsi a Milano. Abbiamo deciso di sposarci. Questo appartamento ci starebbe benissimo: centro, buona disposizione. Non voglio venderlo, è comunque il nido di famiglia.”
“Dario?” Valentina aggrottò la fronte. “Lo conosci da solo sei mesi.”
“Mamma, ho quarantadue anni. So cosa voglio. Dario è un uomo serio, ha la sua attività. E non ha problemi se lascio il lavoro, finalmente mi dedicherò a me stessa.”
“E io dove vado?”
“Ma nella casa di riposo! Starai bene, fidati. Ho visto su internet: yoga per anziani, pittura, coro. Nuove amicizie, una vita interessante.”
Valentina si alzò, camminando lentamente per la cucina. Quarantanni di colazioni a quel tavolo, quarantanni passati a guardare quella finestra. Ginevra era nata nella stanza accanto, aveva fatto i compiti in quella stessa cucina. Marco leggeva il giornale ogni mattina, schioccando la lingua alle notizie politiche.
“Quindi hai già deciso tutto? Senza chiedermi, senza consultarmi?”
“E cosa cè da chiedere?” Ginevra alzò le spalle. “Tanto non avresti accettato. Così mi sono presa la responsabilità io.”
“Responsabilità…” ripeté Valentina. “Ginevra, sono tua madre, non un peso.”
“Nessuno dice che sei un peso! Solo che bisogna essere pratici. Ho passato trentanni a sacrificarmi, tutto per te e papà. Ora tocca a me vivere per me.”
Quelle parole fecero male. Valentina ricordò quando lei e Marco avevano dato gli ultimi soldi per luniversità di Ginevra, quando cuciva vestiti per la figlia, quando badava alla nipotina mentre Ginevra lavorava fino a tardi.
La nipotina… Dovera Beatrice?
“E Bea? Anche lei è daccordo che la nonna vada in una casa di riposo?”
Ginevra distolse lo sguardo.
“Bea è grande, ha la sua vita. Studia a Bologna, torna a casa raramente. Perché turbarla?”
“Quindi non glielhai nemmeno detto?”
“Glielo dirò dopo. Quando sarai sistemata.”
Valentina si sedette di nuovo. Le gambe erano improvvisamente molli.
“E se non accettassi?”
“Mamma, capisci, non hai scelta. Ho già pagato. Dario si trasferisce la settimana prossima. Puoi portare lo stretto necessario, il resto lo sistemeremo dopo.”
“Le mie cose? Ginevra, ogni cucchiaio qui è mio, ogni tazza! Questo servizio ce lhanno regalato per il matrimonio, questa tovaglia lho ricamata io! E i fiori sul davanzale? Chi se ne prenderà cura?”
“Nella casa di riposo puoi tenere le piante. E le stoviglie… Dai, mamma, lì hanno tutto. A che serve portarsi vecchiume?”
Vecchiume. Ginevra aveva chiamato così i loro cimeli di famiglia.
Valentina si avvicinò alla credenza, tirò fuori una foto: lei e Marco tenevano in braccio Ginevra appena nata. Felici, giovani, pieni di sogni.
“Ti ricordi quando tuo padre ti costruì laltalena in cortile? Ci stavi tutto il giorno, avevo paura che cadessi.”
“Mamma, basta ricordare. Rende tutto più difficile.”
“E quando a scuola prendesti la polmonite? Stetti due settimane al tuo fianco. Papà prese ferie per darmi il cambio.”
“Mamma, ti prego…”
“E quando il tuo primo amore ti lasciò, quel… come si chiamava? Matteo? Piangesti un mese, ti consolai di notte, ti dissi di non abbatterti.”
Ginevra si alzò di scatto.
“Basta! Non è colpa mia se la vita è così! Non è colpa mia se non stai bene da sola! Ma non posso sacrificare la mia vita per la tua vecchiaia!”
“Vecchiaia…” sussurrò Valentina. “Ho sessantanove anni, Ginevra. Non sono una decrepita.”
“Dimentichi il gas acceso! Perdi le cose! Ieri la vicina ha detto che giravi per il cortile con una pantofola sola!”
Valentina ricordò. Era uscita a buttare la spazzatura e non si era accorta di avere una pantofola sola. Ma era un motivo sufficiente…?
“Ginevra, capisco che vuoi sistemarti. Ma davvero non cè altro modo? Posso restare nella mia stanza, tranquilla. Dario non si accorgerà nemmeno che ci sono.”
“Mamma, non capisci. Dario è abituato alla comodità. Gli serve spazio, silenzio. E tu… Accendi la TV a volume altissimo perché non senti. Prepari la colazione alle sei del mattino, fai rumore. E poi avremo ospiti, feste. È







