Sul tappeto di foglie gialle…
Ginevra Guardini guardava la lista delle prescrizioni, prendeva una confezione di medicinali e le capsule le spremeva nei bicchierini di plastica. Il solito lavoro quotidiano: preparare le dosi per i pazienti.
Così passa la vita, tra azioni ripetitive. Nella solitudine. Il cuore le si strinse, come se una ferita fresca si fosse riaperta. Ginevra riviveva nei dettagli la giornata precedente. Ogni parola offensiva del marito le risuonava nel petto con dolore bruciante.
Buttò la confezione vuota nel cestino accanto al tavolo, prese un flacone, versò una manciata di pillole sul palmo e iniziò a riempire i bicchierini, accelerando il ritmo. Ma la mente di Ginevra era lontana, nel passato…
“Ginevra, cosa stai facendo?” la voce della caposala risuonò vicina.
Ginevra trasalì, il flacone le scivolò di mano, rovesciando i bicchierini. Guardò sconcertata le pillole sparse sul vassoio.
“Che ti succede? Hai idea che avresti potuto uccidere i pazienti con una dose eccessiva? Allontanati dal tavolo!” La caposala la spinse via. “Dio santo, come rimediamo ora?”
“Mi scusi, signora Bianchi, sistemerò tutto…” Ginevra prese un bicchierino, ne rovesciò il contenuto sulla mano e fissò le pillole, senza sapere cosa fare.
“Dammelo! Sistemerà lei… Come distinguiamo ora le medicine?” Le strappò le pillole dal palmo e le gettò nel cestino.
“Mi sono distratta solo un attimo…” Le mani di Ginevra tremavano, fissava i bicchierini con terrore.
“Se non fossi entrata in tempo, chissà cosa sarebbe successo. Vuoi finire in galera?” la rimproverò la caposala.
“Non so come sia potuto accadere…” Ginevra cadde sulla sedia, si coprì il viso con le mani e singhiozzò. Le spalle le tremavano in un pianto silenzioso.
“Spero almeno che non abbia fatto le iniezioni?”
Ginevra scosse la testa, continuando a piangere.
“Non sei mai stata così distratta. Non sei mica una principiante.”
“Mio marito… Ieri mi ha lasciato…” La voce era soffocata, nascosta tra le mani.
“Capisco. Basta piangere.” La caposala svuotò i bicchierini nel cestino. “Le medicine le sistemo io. Tu… Non posso lasciarti lavorare così. Finiremmo nei guai.”
Ginevra finalmente si scoprì il viso e balzò in piedi.
“Signora Bianchi, io…”
“Restaci. Anzi, vai a casa. Scrivi una richiesta di ferie da domani. La consegnerò io alla direttrice.”
“Volevo prendere le ferie quando nascerà il nipotino… Cercherò di stare più attenta,” promise Ginevra, asciugandosi il mascara.
“Una settimana ti basta per riprenderti? Il resto lo prenderai dopo. Ora vai, non voglio vederti. Farò io il tuo turno. E stai zitta, sennò ti licenziano.”
Ginevra batté le palpebre, confusa.
“Dio, pensare a cosa potevi combinare…” gemette la signora Bianchi. “Però i nostri pazienti sono meticolosi, avrebbero protestato vedendo le dosi.”
Era una donna robusta, i bottoni del camice tesi sul petto generoso. Ginevra, al suo fianco, sembrava ancora più fragile.
“Lavati la faccia. Tutti i mariti, anche i migliori, prima o poi guardano altrove.” Sospirando, la caposala riprese a riempire i bicchierini. “Aspetta. Chiamo un taxi, in questo stato rischi di finire sotto una macchina.”
Ginevra non protestò, scrisse la richiesta di ferie, si cambiò, prese la borsetta e uscì dall’ospedale. Davanti al cancello l’aspettava un taxi giallo. Salì e diede lindirizzo.
Non voleva tornare a casa. “Mio marito è felice con unaltra, e io ho quasi ucciso dei pazienti. Devo riprendermi…” Il telefono squillò. Ginevra tirò fuori il cellulare. Era sua figlia.
“Mamma, ciao!” la voce allegra di Beatrice la rasserenò. Niente di grave era successo, non aveva distribuito le medicine.
“Bea, come stai? Perché mi chiami?”
“Tutto bene. Sei al lavoro?”
“Sono in taxi, torno a casa. Mi hanno mandata in ferie per una settimana.”
“Perché? Stai male?”
“No, sto bene. È successo così… Posso venire da voi per qualche giorno?”
“Certo! Quando?”
“Domani. Se trovo i biglietti per il treno notturno…”
Parlava con la figlia senza accorgersi che il taxi era già arrivato.
“Scusi, siamo arrivati. Ho unaltra corsa,” la sollecitò lautista.
“Sì, quanto le devo?”
Lui la guardò con indulgenza.
“È già pagato. Hanno addebitato la carta quando hanno prenotato.”
“Ah? Non ho chiamato io…” Capì che la signora Bianchi aveva pagato. Uscì dal taxi.
“Mamma, con chi parli?” chiese Beatrice.
“Con lautista. Ti richiamo quando ho il biglietto.” Ma quando cercò di riporre il telefono, la borsetta non cera.
Unondata di calore la investì. Il taxi era già partito con la sua borsa. Con le gambe molli, si sedette su una panchina vicino al portone. “La signora Bianchi aveva ragione, ho bisogno di riposare, a questo passo perdo anche la testa…”
Cosa cera nella borsa? Le chiavi erano nella tasca della giacca, il telefono in mano… Il portafoglio! Pochi contanti, ma le carte! “Perché sto qui? Devo bloccarle subito!”
Guardò speranzosa verso lingresso del cortile. “Forse lautista tornerà? Si accorgerà della borsa dimenticata…” Scosse la testa. “Come se fosse possibile.”
Bloccò la carta e sospirò sollevata. Ora doveva calmarsi. Entrò in casa. Lincidente con le medicine e la borsa perduta lavevano distratta dal dolore, ma ora la solitudine tornava a farsi sentire. Si lasciò cadere su uno sgabello. E allimprovviso, la rabbia per il marito lavvolse. Era colpa sua se era così distratta, e a lui non importava nulla…
Forse era meglio non partire? Ma Beatrice laspettava, e restare in casa vuota era insopportabile. Senza togliersi le scarpe, andò in camera e prese i suoi risparmi. Ne aveva sempre avuti di nascosto, abbastanza per il viaggio.
Andò in stazione, comprò il biglietto e tornò a casa. Non portò molte cose, solo il necessario. Avvisò la vicina e partì. In treno si calmò un po. La carta era al sicuro, la borsa lavrebbe sostituita. E la partenza del marito non le sembrava più una tragedia. Nessuno era morto, tutti stavano bene, presto sarebbe diventata nonna… Si addormentò pensando a Beatrice.
Milano la accolse con un cielo plumbeo e una pioggerella fine. Raccontò a Beatrice di suo padre.
“Mamma, non perdonarlo se torna,” le disse.
Ginevra immaginò il marito che tornava e non la trovava. Che si preoccupasse pure.
Ma quando rientrò a casa, capì subito che lui non cera passato.
Andò dalla vicina a farle sapere






