I Rinnegati
Ohé, guardate! Lì… lì c’è una bambina! Una bambina, là! Ehi Cesare chiamava il macchinista, agitando la mano, incapace di staccare gli occhi da ciò che aveva appena visto.
Quel pomeriggio, Cesare era seduto per terra sul legno consumato del predellino della locomotiva, le gambe che penzolavano dai gradini. Guardava il fitto bosco di abeti fuori dal finestrino, tra i pilastri che scorrevano via veloci, oltre i campi ormai spogli.
Il vento gli gonfiava i pantaloni, fresco e piacevole contro il volto scottato al calore della caldaia. In quei momenti si sentiva come in volo, potente e libero.
Cesare, lo stoker, amava davvero il suo piccolo locomotore di manovra. In quel tratto secondario cera un po di tregua, si poteva perfino rilassare.
Al cambio a Montepulciano butta su un po’ di carbone, per ora resta lì gli diceva il vecchio macchinista, Secondo Santini, che adorava vedere Cesare seduto così assorto, anche se pieno di fuliggine.
E Cesare aveva rispetto per Secondo. Ma il suo assistente, Enrico, proprio non lo sopportava: presuntuoso, pungente e sempre pronto a schernirlo.
Facciamo merenda, va propose Enrico, frugando nel suo sacco e tirando fuori un pacco avvolto in un vecchio foglio del Corriere della Sera.
Secondo si preparava anche lui da mangiare, mentre Cesare, che quella mattina aveva dormito troppo, era corso via di casa senza portarsi nulla.
Che fai lì impalato? Vieni a mangiare lo invitò Enrico.
Cesare scosse la testa. Mancavano ancora tre ore al turno di cambio. Ripensò a come aveva stufato la verza a casa il giorno prima. Magari, pensò, avrebbe fatto meglio a passare a trovare Vincenza, la vicina.
Ma anche solo pensandoci, sentì un nodo dentro. Qualcosa tra lui e Vincenza lo rendeva inquieto e scontento di sé stesso.
Neppure la betulla argentata che il sole indorava alla periferia del bosco bastava a rischiarare i suoi pensieri.
Dimprovviso
Ohé, guardate! Lì Lì cè una bambina! Una bambina, là! Ehi Cesare chiamava Secondo, agitando freneticamente il braccio, gli occhi spalancati.
La bimba era seduta per terra, la schiena contro un pino, le gambette nude protese in avanti, la testa china. Ma Cesare aveva visto bene: la bimba aveva seguito la locomotiva con lo sguardo. Era viva.
Dove? Ma cosa dici Enrico si sporse dal finestrino, ma ormai tra gli alberi e i cespugli la bimba era sparita.
Cesare corse verso Secondo e suonò il clacson.
Bisogna avvisare! Alla stazione, dobbiamo avvisare subito.
Ma di cosa ti agiti tanto?
Era sola, quella bambina.
E tu che ne sai? È tempo di funghi. Andrà con la mamma, saranno dei fungaioli
Non era così, era proprio sola.
E magari la madre era lì vicino, oppure una nonna.
No, non credo Cesare non cedeva.
Ma allora! Sempre a ripeterti: non credo, non credo Enrico brontolava, Qui tutti vanno e vengono, vuoi smetterla di gridare a ogni cosa?
Cesare tacque. Avrebbe voluto rispondere per le rime a Enrico, ma le parole gli morivano in gola e ciò lo infastidiva sempre di più. Eppure, sapeva che quella bimba aveva bisogno; aveva colto nella postura, nello sguardo, un grido daiuto silenzioso.
Secondo, chiediamo a Montepulciano se stanno cercando una bambina. Magari si è persa. Guardava il treno come se sperasse di essere salvata Lho visto, sai?
Chiediamo, chiediamo, che ci vuole acconsentì Secondo Tanto dobbiamo anche fare il pieno dacqua.
Cesare aprì con forza gli sportelli della caldaia e gettò il carbone con rabbia, illuminato dal rosso dei bagliori.
Quella bimba gli ricordava sé stesso…
***
Cesariiino! Cesarinoooo! Disgraziato! Disgraziato! Perché non hai dato da mangiare alle galline? Assassino! Rovina famiglie…
Il rovina famiglie aveva sei anni allora. Dalla fame si scolava le uova crude, strappava biancospino, dormiva nella stalla vuota se veniva punito. E succedeva spesso. Una volta, sua madre laveva scacciato mezzo nudo nel gelo dinverno. Se lo ricordava bene; aveva pianto a strangola gola, strappando la paglia gelata dal pavimento per coprirsi. Poi, a piedi nudi sulla neve, era corso dalla vicina sapendo di rischiare il peggio.
Non lo aveva ammazzato. Rimase due giorni con i vicini, poi lo portarono allospedale e infine allorfanotrofio. La vicina ricordava sempre di quando lui trovò una vecchia ciambella secca sotto il tavolo e non voleva mollarla per nulla.
La madre poi, veniva allorfanotrofio, piangeva, voleva indietro il figlio. Lo chiedevano pure a lui: Vuoi tornare?. Ma lui scuoteva la testa, senza guardarla negli occhi. La madre non beveva, non era una sciagurata: cera in lei malanimo, un misto damarezza e piccolezza.
Poi la vita allorfanotrofio. Neanche quella facile. Si isolava spesso, si chiudeva nel mobiletto e restava lì, zitto, per non essere preso di mira dai ragazzi più grandi. Era lentigginoso, segno quasi: quelli così li picchiavano più spesso.
Crescendo, aveva imparato a difendersi. I suoi pugni sempre sbucciati. Ma era sempre lui il colpevole.
Non aveva mai alzato le mani su una donna. Le donne, però, su di lui sì: la custode, la signora Rosalinda, lo prendeva a calci solo perché si era lamentato. Spesso lo mandava a prendere il pranzo per lei. E una volta che fu scoperto tra i corridoi dal direttore, confessò tutto per paura.
La custode poi lo picchiò ancora, lui sapeva che se avesse reagito lavrebbe spedita contro il muro, ma non poteva era una donna. Sputava sangue e piangeva nel bagno.
Ne aveva passate di tutte
Dopo lorfanotrofio fu mandato a lavorare in ferrovia, allinizio in un dormitorio con dieci ragazzi per stanza. Ma anche là sentì per la prima volta il vento della libertà.
Dopo il servizio militare lo trasferirono al nodo ferroviario di San Vincenzo, come stoker. Gli diedero una sistemazione. Cesare era felicissimo una vera casa!
Un quartierino delle ferrovie, in una stazione secondaria, la casa del casellante, quei venti edifici col tetto in lastra, una scuola di assi dipinte di verde e un asilo in una casa privata poco distante.
Il fatto che il casale assegnatogli fosse di legno, con crepe da cui passava la sabbia e il pavimento rosicchiato dai topi, non lo impensieriva. Non sapeva nemmeno che questi fossero davvero problemi. Non lo turbò nemmeno il fatto che avrebbero potuto mettergli un coinquilino.
Non cera nessuno a compatirlo o insegnargli, tranne tranne la vicina. Vincenza la scambista era divorziata e viveva sola col figlio di otto anni.
Ah, poveraccio! Va dal capostazione, fatti dare almeno largilla o un po di cemento, che qui dinverno si gela lo ammoniva Vincenza.
E finì per accoglierlo, forse per compassione, forse per desiderio di calore umano.
Quindi, ora dobbiamo sposarci, sì? domandò Cesare dopo la prima notte insieme.
Vincenza quasi cadde dal ridere sul cuscino.
Ma guarda un po sto Cesare! Speravo bene, e invece vuole sposarsi!
Cesare si vestiva, sorrideva per non sembrare sciocco. Forse, non doveva per forza sposarsi. Un po lo feriva, ma era soulaggiato: in fondo non desiderava il matrimonio.
No, caro mio! Ho già un bambino! Un secondo non mi serve Ma resta almeno a febbraio, che se no nella tua topaia muori di freddo. Cosa vi insegnano in orfanotrofio?
Il loro rapporto si interrompeva e riprendeva a seconda dellumore di Vincenza, e Cesare si stancava sempre di più.
***
La locomotiva scollinò e apparve il paese. Arrivarono a Montepulciano.
Dai, Secondo, domandi lì? Cesare si sporse dalla ringhiera.
Vado
Il macchinista e lassistente andarono in centrale, Cesare prese la vecchia teiera di latta, il sapone e, saltando giù dal treno, si avviò verso il pozzo. Alla stazione non aveva nulla da fare; le notizie sulla bambina gliele avrebbe portate Secondo.
Lì si sciacquò la maglietta sudata, aprì il rubinetto e si lavò. Con lacqua fresca la stanchezza sembrava sparire. Tornò bagnato fradicio alla locomotiva.
Secondo ed Enrico tornarono subito dopo e apparivano di fretta: li spostavano su un altro binario.
Allora?
Allora cosa?
Ecco, della bambina
Eh, Cesare! Ora non cè tempo La stazione è strapiena, dobbiamo liberare il binario. Dai, accendi il fuoco!
Cesare inserì il carbone nella caldaia.
Via libera! urlava Enrico.
Allora non torniamo in stazione? gridò Cesare, sopra il rumore del treno.
Eh no Si va diretti a casa. Non vedi lora, vero? rispose Enrico per Secondo.
Cesare lanciò uno sguardo severo allassistente: sapeva che tipi come lui, quelli inappuntabili e sempre arroganti, non avrebbero mai capito uno come lui né una bambina come quella tra i pini.
Appena il manovratore finì di spostare i carri, Cesare si avvicinò a Secondo.
Secondo, ho finito, vado a chiedere alla stazione e torno, va bene? Ci metto un attimo!
Dove vai! E se non fai in tempo? Siamo in ritardo!
Ma davvero ci metto un attimo…
Niente!
Però, vedendo quanto Cesare si mordicchiava le labbra, il macchinista mollò.
Ma torna in fretta! Non aspettiamo!
Cesare corse correndo tra i binari fino alla stazione, entrò senza bussare nella sala controllo.
Buongiorno! Sono dello scalo manovra. Cera una bambina nel bosco. Non è che avete notizie di una scomparsa?
La ragazza e il vecchio capostazione si guardarono sorpresi: niente, nessun annuncio, nessuna denuncia. Cesare fornì le indicazioni e tornò di corsa sui suoi passi; ce la fece per un pelo.
Fecero il convoglio merci e ripartirono piano piano.
Secondo, fammi scendere al centotrentaseiesimo sussurrò quando Enrico fu via dalla piattaforma. Parlarne con lui era una fatica.
Sei matto! Hai già lavorato abbastanza… come torni poi?
Trovo un passaggio, non cè problema
Testone! Hai visto qualcosa e già ti inventi le storie…
Ma cè proprio una bambina in difficoltà! Non dormo se non so comè finita Ti prego, Secondo…
Sei un sempliciotto, Cesare! Va bene Ma almeno prendi questo panino, sennò non ti lascio andare.
Come previsto, Enrico si arrabbiò più di Secondo e iniziò a far la morale.
Il treno si fermò, Cesare balzò giù sullerba con la sua borsa di stoffa, avvolto nel fumo bianco, i pesanti carrelli anneriti che scomparivano alle sue spalle. Svanito il frastuono, la natura tornava a cantare: uccellini e grilli, come se la locomotiva non fosse mai passata.
Cesare si incamminò lungo il margine del bosco, tra le traversine, diretto al punto dove aveva visto la piccola. Conosceva bene quel posto.
Superò la selva, salì sul colle tra gli alberi, quasi correndo tra i rami e i sassi. Ecco il pino, ecco il fossato nel bosco. Ma nessuna bambina lì.
Restò a cercare, chiamò persino ad alta voce. Nessuna risposta. Si avvicinò al punto esatto: lerba era schiacciata, un piccolo scavo nella terra, scavato forse da un bastone.
Cesare si sedette a riposare un istante. Forse aveva ragione Enrico Sarà stata in cerca di funghi con la mamma. Si era preoccupato per nulla. Ora doveva incamminarsi verso la frazione di Montalferro, nessun trasporto e nessun servizio passavano di là. Da lì avrebbe trovato la strada per la statale, dove magari unauto lo avrebbe raccolto.
A piedi, in quelle zone, Cesare non cera mai stato, ma sapeva che le frazioncine erano tutte simili. Almeno il sentiero lungo il canale lo avrebbe portato nella giusta direzione.
Camminava, ancora guardando se avrebbe visto la bambina.
Le giornate estive erano fresche. Anche se era stanco e affamato, la bellezza del bosco lo ristabiliva. Ricordò di avere ancora il panino di Secondo, decise di mangiarlo più tardi.
Respirava a pieni polmoni, la testa leggera dopo il caldo della fornace.
Gli alberi si innalzavano nel cielo azzurro, intrecciavano le fronde, stormi di uccelli si levavano nellaria. Cesare osservò un ruscelletto tra i canneti. Ottimo, pensò, se riesco ad arrivare a riva mi lavo e mangio.
Mentre cercava un varco nellerba, riaffiorarono i pensieri su Vincenza e sulla sua vita.
Secondo, burbero ma di buon cuore, lo aveva preso sotto la sua ala: Capisci, Cesare, che i treni a vapore sono finiti. Presto gli stoker non serviranno più. È tempo di elettrificazione.
Ma studiare lo spaventava. Studio era una parola che destava in lui solo disgusto. Era sempre stato in fondo. Allorfanotrofio era difficile impegnarsi. Solo il professore di fisica credeva in lui, la letterata invece non sopportava la sua goffaggine.
La matematica la insegnava una donna particolare; mezza lezione la trascorreva a urlare che sarebbero finiti tutti in fabbrica, mentre laltra metà, voltata di spalle, spiegava da sola. Poi tutti facevano quello che volevano.
Quando non hai radici, non trovi il tuo posto. Lui sentiva di esistere solo mentre buttava carbone nella caldaia. Sentiva il senso della sua piccola vita solo in quei gesti. Per il resto si perdeva. Non era capace di organizzarsi, dimenticava persino di fare la spesa.
Il mio sciocco diceva a volte Vincenza nei rari momenti di dolcezza, quando finirò in paese, come farai a vivere?
In realtà, Cesare ci pensava spesso alla sua vita futura ma non trovava risposte. Il lavoro da stoker era tutto.
…
Quasi avrebbe proseguito oltre, se non avesse visto i canneti muoversi. Qualcuno, piccino, si era alzato in piedi. Il canneto lo nascondeva quasi completamente.
Tornò sui suoi passi e intravide, tra i canneti, una bambina. Proprio quella. Aveva il foulard scivolato sulle spalle, le trecce scompigliate, una maglia grigiastra, le calzamaglie giù sulle caviglie, niente scarpe. Forse beveva acqua; si asciugava la bocca con la manica, e lo guardava spaventata.
Ecco ti qui! Ti stavo proprio cercando! Cesare si portò la mano al petto.
La piccola restava ferma, quasi invisibile dietro i canneti.
Dai, vieni fuori. Ti sei persa?
La piccola non rispose, abbassò la testa. Cesare allora andò lui da lei, ma la bimba si allontanò costeggiando i canneti lunghi il ruscello.
Non devi avere paura. Ti riporto a casa, vieni con me.
Cesare la raggiunse, le prese la mano. Lei si irrigidì, lo guardò accigliata. Notò allora che le gambette erano fradice: sarà stata nell’acqua.
Così ti prenderai il raffreddore! la tirò fuori dal ruscello, si sedette nellerba e la fece accomodare in braccio. Sapeva trattare i bambini: allorfanotrofio capitava spesso di badare ai più piccoli.
Ma come si fa a girare scalza! Al bosco non si va così, ti fai male Dai!
Le tolse le calze bagnate, le afferrò i piedini gelati, provando a scaldarli, brontolando come Secondo.
Guarda qua, hai dei ghiaccioli! Tra poco ti scaldo io.
La teneva in braccio per paura che scappasse, così si sfilò gli scarponi senza appoggiarla, le infilò i suoi grossi calzini, che arrivavano alle ginocchia e scivolavano via ma almeno le scaldavano i piedi.
Così non va, principessa mia.
Dal momento in cui aveva trovato la bambina, Cesare si sentiva più sicuro che mai, come se nel prendersi cura di lei la sua vita avesse un senso.
Tieni, prendi questo.
Mentre rifletteva, le offrì il panino rimasto nel fazzoletto. Ma appena la guardò mangiare, non riuscì a pensare ad altro.
Pane e formaggio si sbriciolavano tra le sue dita: aveva troppa fame e strappava, pronta a ficcare ogni briciola e anche qualche filo derba in bocca.
Calma, non cè bisogno di correre così non affannarti.
Cesare ricordò la ciambella dellorfanotrofio e pensò che chiunque avesse provato a toglierle il panino ne avrebbe passate di brutte. Le porse la mano coperta di fuliggine: la bimba raccoglieva le briciole dalla sua palma.
Piano, piano…
Non si era saziata, restava a guardarlo.
Non ho altro, basta così. Fidati, è meglio così.
Sapeva bene ciò che diceva. Una volta due ragazzi dellorfanotrofio erano scappati, vagarono per un mese e quando tornarono furono ingozzati di cibo: li salvarono a stento. Uno subì unoperazione, gli tolsero pezzi di intestino. Tornò uno scheletro.
Cesare tagliò con il coltellino due strisce dalla sua borsa e legò i calzini alle caviglie della piccola.
Dai, ti prendo in braccio, poi camminerai da sola
La portò avanti, ma col peso e il sentiero accidentato non era facile. Alla fine la bambina camminò un po da sé, restava muta, non rispondeva, neanche con un cenno: Cesare temette persino che fosse muta o sorda.
Vieni, si fermò accanto a un tronco caduto, sali sulle spalle.
Lei capì e, agile, gli si arrampicò addosso abbracciandolo forte: così il cammino divenne meno pesante. Ma serviva una pausa.
Sperava che la frazione Montalferro fosse vicina.
Si fermarono, Cesare scese al ruscello per bere di nuovo. Aveva sete più che fame.
Fece attenzione che la bambina non si bagnasse i piedi ancora una volta.
Poi, per scherzare, le schizzò un po dacqua. Lei scappò su per la riva, ma a metà si girò, occhi quasi sorridenti: aveva capito il gioco.
Ben presto si accorsero di aver superato la frazione: si aprì davanti a loro una piccola radura, su un lato una minuscola borgata, sullaltro la strada grande. Cesare decise per la borgata: lì forse qualcuno avrebbe riconosciuto la bambina, e li avrebbero ospitati e scaldati.
Buscò alla prima porta, abbaiò un cane. Aprì una donna in grembiule sdrucito, col rumore dei maiali dietro.
Cesare spiegò rapidamente la situazione.
Ma non sarete mica dei truffatori? chiese la donna.
No, sono un fuochista della ferrovia. Passiamo spesso sulla vostra linea.
Uhm, vi siete fatti una bella camminata! Entrate… Povera bambina, ma perché è scalza?
La donna, che si chiamava Silvana, come Cesare non staccava gli occhi dalla piccola che divorava la zuppa. Con la mano raccoglieva perfino gli ultimi fili di pasta, respirando affannosamente.
Santo cielo… State qui, vado a chiedere in giro. Ditemi, da dove venite Mettete la bimba qui, in braccio si è già addormentata.
Le dita della bimba restarono in bocca anche addormentata. Cesare la prese in braccio, la portò vicino alla stufa e si lasciò andare anche lui a un sonno leggero.
Si svegliò al rumore della porta. Silvana tornava, con sé una vecchia dai capelli bianchi e il bastone.
Si presentarono. La vecchia osservò a lungo la bambina.
Sì, questa… mi sembra la nipote della Caterina di San Piero, ormai paese abbandonato. Potrei sbagliarmi, ma quegli occhi sono quelli della nostra famiglia.
Di chi parli? chiese Cesare.
San Piero era una borgata ormai distrutta. Sono rimasti solo in tre. Niente luce, niente pozzi, questa bimba sarà figlia di quella donna andata via e poi tornata e lasciata alla nonna. Ormai, la vecchia forse non capisce più niente, è sola spiegava Silvana.
È lontano? si era fatto tardi, e Cesare già si preoccupava.
Fra poco sarà buio. Chiedo al vicino Vittorio, lui vi porta in moto e vi accompagna alla strada statale.
Cesare seguì Silvana da Vittorio, un giovane gentile che subito si prestò.
Tornò dalla bambina: la vecchia Caterina le faceva le carezze, la piccola dormiva.
Venite, porto io, magari nemmeno si sveglia la prese, si avviarono.
Rinnegati siete mormorò la vecchia alluscita.
Come? Cesare si voltò.
Niente avete, solo compassione luno dellaltra
Cesare uscì, ancora incredulo. Prepararono la motoretta, la bambina non si svegliò. Vittorio, alla guida, corse lungo la statale mentre il tramonto infuocava il cielo.
Cesare guardava i pini giganti scorrere come vecchi saggi, si sentiva finalmente felice di aver lasciato il treno. Era valsa la pena, sì. E poco importava se Enrico stava già a casa dalla moglie, mentre lui vagava ancora in cerca di riposo: era lui il vincitore, lui, non Enrico.
Poi si voltò a osservare la bimba: quei capelli arruffati, quel viso pallido. Così fragile, così sola. E sentì crescere in sé una voglia di proteggerla dalle durezze del destino che forse erano toccate anche a lui.
Eccoli, indicò Vittorio.
Davanti a loro, tra alberi di ciliegio e cespugli di sambuco, spuntavano le tre case diroccate del borgo di San Piero, relitto di un passato dimenticato.
Li accolse un uomo storto, con la camicia di lino antica, che subito fece segno alla bambina.
Ma guarda! Qui sei finita! gridò.
Salve! È vostra la bambina? domandò Vittorio.
È nostra, nostra annuiva.
Ma avete avvisato i carabinieri?
Qui i carabinieri non vengono, lo sa Dio… Non ci sono.
Ma la bambina è scomparsa e voi non lavete nemmeno cercata?
Certo, che labbiamo cercata, sia io che Lucia… Ho battuto anche lassù nella macchia vecchia.
Lucia chi è? chiese Cesare.
Mia moglie, vive qui anche lei. Ma sta dormendo vecchia comè… E la nonna Schura ormai… urla e piange, non ragiona più…
Parlare con luomo era inutile, saltava da un discorso allaltro, Cesare non capiva il senso.
Portarono la motoretta vicino alla casa.
Dai, sveglia, siamo arrivati.
Cesare chiamò la bimba.
Su, piccola, sveglia. Sei a casa, dalla nonna.
La aiutò a scendere.
La porta era mezza divelta, un odore acre venne loro incontro, il pavimento di terra battuta…
Ma come ci vivono qui dentro? mormorò Vittorio. Cesare alzò solo le spalle.
Dal retro un grido rauco, straziante. La bambina si aggrappò a Vittorio.
Nel letto, dietro la cucina, una donna vecchissima, avvolta nei vestiti, sciarpa e stivali, fissava loro. Allungò il braccio verso la nipote, gridò ancora. Poi la bambina salì vicino alla nonna; il braccio si rilassò, la strinse a sé, chiuse gli occhi.
Il sole tramontava: tutto era compiuto. La bimba era tornata a casa.
Era ora di andare
Cesare restò sulluscio, un attimo, senza sapere bene se fosse il momento di andarsene o restare ancora. La voce del vecchio o forse era lo stesso tempo sembrava dirgli che lì, per un istante, tutto aveva trovato il proprio posto. Nella stanza, la nonna addormentata stringeva la piccola, finalmente al sicuro; alle sue spalle, la vita stessa pareva sospesa come polvere nellaria, in attesa del prossimo mattino.
Vittorio gli mise una mano sulla spalla. Vieni, torniamo. È tardi anche per te, stoker.
Cesare si concesse un ultimo sguardo alle sagome raccolte sulluscio, poi scese nel sentiero tra lerba alta, il cielo ormai blu cupo, con una stella che luccicava sopra i tetti sbrecciati. Sentì una leggerezza sconosciuta, una gioia muta che non riusciva a raccontare nemmeno a sé stesso.
Camminarono in silenzio verso la statale, il rombo lontano della motoretta che rompeva la pace della sera. Cesare sgranocchiava i ricordi come briciole di pane, e rideva piano, pensando agli sguardi di Enrico e Secondo il giorno dopo, quando sarebbe risalito sulla locomotiva, magari ancora tutto infangato ma con qualcosa di nuovo nello sguardo.
Forse niente sarebbe cambiato davvero: il lavoro, la fuliggine, le sere fredde tra le assi sconnesse della casa. Forse Vincenza lo avrebbe ancora preso in giro, i treni sarebbero diventati elettrici e lui si sarebbe sentito, chissà, ancora fuori posto. Ma quella notte, tra le colline e il profumo del fieno appena tagliato, Cesare sapeva di aver fatto la cosa giusta, la cosa che contava. Aveva creduto alle sue paure, aveva dato ascolto al grido silenzioso di una bambina, aveva trovato casa nei gesti semplici, nellabbraccio di chi aveva bisogno.
E quando, già quasi in paese, una fitta di malinconia gli passò nel petto, Cesare chiuse gli occhi e sorrise. Capì, allimprovviso, che pure lui, come la piccola lassù nei boschi, non era soltanto il ragazzo dellorfanotrofio, lo stoker senza radici: era un uomo capace di prendere per mano la solitudine, e riportarla, almeno per una notte, verso la luce di casa.





