Dato che sei così sicuro che io sia una sgualdrina, allora racconta a tutti qui presenti con chi hai messo incinta tua moglie! Dopotutto, sei stato tu a lasciarti sfuggire il segreto!

“Se sei così sicuro che io sia una poco di buono, allora dì a tutti qui presente con chi hai messo al mondo tuo figlio! Dopotutto, sei stato tu a confessarmelo!”

La voce di Dario era flebile, quasi supplichevole. Stava in piedi al centro della stanza, già vestito nel suo completo elegante, e si torceva nervosamente la cravatta perfettamente annodata. Beatrice non si voltò. Continuò a fissare il suo riflesso nello specchio, tracciando con precisione chirurgica il contorno delle labbra con un rosseto color vino. Il vestito di seta bordeaux le aderiva al corpo, lasciando poco allimmaginazione, eppure manteneva uneleganza austera. Era labito di una donna che conosceva il proprio valore. Labito di una battaglia.

“Cosa cè che non va, Dario?” La sua voce era calma, uniforme, senza la minima traccia di irritazione. Era proprio quella tranquillità a spaventare Dario più di tutto. Era abituato ai suoi scoppi dira, alle discussioni che si concludevano con un abbraccio e la finzione che tutto fosse a posto. Ma quella serenità glaciale era qualcosa di nuovo e distante.

“Beh conosci mia madre. Potrebbe trovarlo troppo audace,” trovò finalmente una parola che non suonasse come unaccusa diretta.

Beatrice terminò il trucco, posò il rossetto e si voltò lentamente verso di lui. Un sorriso freddo le sfiorava le labbra.

“Tua madre troverebbe audace anche un burqa, se lo indossassi io. O hai dimenticato la sua chiamata a zia Carla la scorsa settimana? Quando sussurrava, abbastanza forte da farti sentire, di come ammiccavo al nostro vicino pensionato? Quellanziano signor Marcello, che ha ottantadue anni e fa fatica a distinguermi dal postino.”

Dario trasalì, come se lo avesse colpito. Quel dialogo lo ricordava bene. Era rimasto in corridoio, fingendo di cercare le chiavi, mentre sua madre in cucina trasmetteva il suo veleno. Allepoca si era semplicemente ritirato in camera, e quella sera aveva detto a Beatrice di essere “più forte” di così.

“Bea, ti prego, non cominciamo. Oggi è il suo compleanno. Cinquantacinque anni. Passiamo questa serata normalmente. Per me. Ignorala e basta, va bene?”

“Ignorala.” Quella frase era diventata il leitmotiv degli ultimi due anni. Ignorare quando la suocera, davanti agli ospiti, metteva in dubbio le sue doti culinarie. Ignorare quando le regalava, per lanniversario di matrimonio, un libro intitolato “Come mantenere un marito fedele”. Ignorare le insinuazioni, gli sguardi obliqui e le bugie che Giovanna si divertiva a diffondere tra la parentela. Beatrice aveva ignorato. Aveva ingoiato, sopportato. Per lui. Per Dario, che amava e che ogni volta la guardava con gli occhi di un cagnotto maltrattato, diviso tra madre e moglie.

Ma qualcosa si era rotto. Un mese fa, una settimana, o forse quella stessa mattina, mentre sceglieva quel vestito. Si era guardata allo specchio e aveva capito di non farcela più. Di non poter più essere “più intelligente”, “più saggia” o “più forte”. La pazienza non era solo esaurita: si era trasformata in una lama di ghiaccio.

“Daccordo, amore,” rispose con una dolcezza inaspettata. Dario sospirò sollevato. “Non farò caso a niente. Sarò gentile e educata. Sorriderò alle tue cugine che mi considerano una sgualdrina. Bacerò tua madre e le augurerò una lunga vita.”

Gli si avvicinò, sistemando con un dito il risvolto della giacca, correggendo una piega inesistente. Lui avrebbe voluto abbracciarla, ma il suo corpo era teso come una corda di violino.

“Grazie, tesoro,” sussurrò. “Sapevo che mi avresti capito.”

Beatrice lo fissò. Nel suo sguardo non cera più né calore né amore. Solo un freddo calcolo.

“Farò anche un brindisi. Uno elegante. Alla famiglia, allonestà e alla fedeltà. Sono sicura che piacerà a tua madre.”

Prese la borsetta dal tavolo, e nellaria si diffuse il profumo pungente del suo profumo. Dario sorrise, senza cogliere nelle sue parole altro che una tregua attesa. Non sapeva che Beatrice non andava a quel compleanno per arrendersi. Andava a unesecuzione. E non intendeva essere la vittima.

La sala del ristorante scelta da Giovanna per il suo compleanno era un trionfo di dorature e opulenza pacchiana. Laria era densa di profumi, lacca per capelli e cibo costoso. A Beatrice sembrava soffocante, come se respirasse non ossigeno, ma lautocompiacimento concentrato degli altri. Parenti che aveva visto al massimo due volte le si avvicinavano, consegnando bouquet alla festeggiata e augurandole salute con sorrisi di circostanza. Dario raggiante presentava sua madre con orgoglio, accettando congratulazioni come se fosse anche la sua festa.

A Beatrice era riservato il ruolo di accessorio silenzioso. Stava seduta con la schiena dritta, ricambiava i sorrisi educati e sentiva su di sé sguardi viscidi e giudicanti. Ecco zia Carla, quella a cui Giovanna si lamentava di lei al telefono, che lanciava unocchiata al vestito e sussurrava allorecchio della vicina. Ecco la moglie del cugino di Dario che, dopo averla scrutata, si avvicinava al marito come per proteggerlo dalla sua influenza nefasta.

Il veleno che Giovanna aveva versato nelle orecchie della famiglia aveva funzionato. Beatrice era lestranea, la pericolosa. La donna dalla dubbia reputazione, tollerata solo per Dario. E lui, suo marito, il suo protettore, non se ne accorgeva. O fingeva di non accorgersene. Troppo occupato a recitare il figlio perfetto, sostenendo la facciata di felicità che sua madre aveva costruito con tanta dedizione.

Dopo il terzo piatto, il presentatoreun uomo paffuto con una voce troppo squillanteprese il microfono esortando al silenzio.

“E ora, cari amici, la parola alla festeggiata! La nostra reginaGiovanna!”

La sala scoppiò in applausi. Giovanna si alzò, splendente nel suo abito dorato. Con uno sguardo imperioso, si soffermò un attimo su Beatrice.

“Miei cari! Famiglia mia!” La sua voce era da attrice, profonda, vellutata. “Guardo tutti voi e il mio cuore si riempie di gioia. Cosè la famiglia? È la nostra roccaforte. Il porto sicuro dove si è compresi e accettati. Ma ogni roccaforte poggia su fondamenta solide: onestà, fedeltà, purezza danimo.”

Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero. Beatrice sentì la mano di Dario stringerla sotto il tavolo. Lui credeva fosse un gesto di sostegno. Non capiva che era la morsa del carceriere che le ordinava di restare ferma.

“Le donne sono la colonna portante della famiglia,” continuò Giovanna, con tono metallico. “Dal loro buonsenso, dalla loro moralità, dipende il futuro della nostra stirpe. Sono felice che nella nostra famiglia tutti condividiamo questi valori. E voglio alzare questo calice ai veri pilastri della famiglia! Alla fedeltà e allonore!”

Gli applausi furono più tiepidi. Alcune donne abbassarono lo sguardo, gli uomini tossicchiarono imbarazzati. Quel brindisi era troppo

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Dato che sei così sicuro che io sia una sgualdrina, allora racconta a tutti qui presenti con chi hai messo incinta tua moglie! Dopotutto, sei stato tu a lasciarti sfuggire il segreto!
“Esci subito da casa mia!” – ho detto a mia suocera quando, per l’ennesima volta, ha iniziato ad offendermi L’unica cosa che mi ha sempre spaventata nella vita era la rabbia della suocera. In passato ero già stata sposata una volta. E forse, sotto questo aspetto, mi era andata bene: il mio primo marito era cresciuto in orfanotrofio, non aveva genitori. Quel matrimonio però non ha funzionato; siamo stati insieme solo cinque anni, poi ho chiesto il divorzio. Quando ci siamo sposati ero ancora all’università, ma dopo un anno ha cominciato a bere, a fare debiti e anche io, come sua moglie, ne sono stata coinvolta. Ho dovuto lasciare gli studi per lavorare e ripagare i suoi debiti. Da quel matrimonio ho avuto solo problemi. Quando abbiamo divorziato ho tirato un sospiro di sollievo: finalmente niente più guai. Per due anni sono rimasta sola, mi sono ripresa, pezzo dopo pezzo. E poi ho incontrato Alessandro. Non era mai stato sposato né aveva avuto una relazione seria. Tutto è avvenuto in fretta: mi ha chiesto di sposarlo e ho accettato. Poi siamo andati a conoscere sua madre. Appena mi ha vista sulla soglia, sua mamma aveva già un’espressione contrariata. Mi ha salutata a malapena ed è andata in un’altra stanza. All’inizio non capivo cosa non andasse; forse c’era qualcosa che non andava in me o nel mio abbigliamento. Ma no, ero vestita in modo sobrio. A tavola, mia suocera mi guardava in silenzio; quello sguardo mi metteva a disagio. Quando mi sono un po’ imbambolata, mi ha apostrofata duramente. “Mmm, quindi non hai una laurea?” mi ha detto con un sorrisetto di scherno. Ho esitato, poi ho risposto serenamente sorseggiando il tè: “Sì, mi manca la laurea, purtroppo la vita è andata così, ma conto di finirla.” Lei ha canticchiato forte. “Progetti di finire l’università? E quando, di grazia? Quando sarai moglie, crescerai i figli, cucinerai per tuo marito e farai le pulizie? Ma allora sei proprio una principessina!” ha detto ridendo ancora, poi ha bevuto il suo tè e ha appoggiato la tazza. “Te lo dico io, mio figlio non ha certo bisogno di una ragazza come te.” Mi ha guardata con disprezzo: “Sei nella media in tutto, aspetto, fisico, e pure poco sveglia.” In quell’istante mi sono sentita ferita, mi sono alzata subito da tavola e sono corsa in bagno a piangere. Una persona che non mi conosceva mi insultava senza motivo, e il mio uomo stava in silenzio. Fortunatamente siamo andati via in fretta dalla sua casa. Non volevo più andarci, ma lei veniva a casa nostra e ogni volta cercava il modo di offendermi o ferirmi. Mi sono persino rivolta a uno psicologo per capire come gestire la situazione. Dopo alcune sedute ho capito che mia suocera era una vera manipolatrice, e io mi lasciavo ferire. Così, quando ha ricominciato, le ho detto subito di uscire da casa mia. Non ci vediamo più, ma non mi interessa: mio marito, su questo, non ha voce in capitolo.