Scavando una tomba fresca e sollevando il coperchio della bara, i prigionieri si bloccarono in un muto stupore. Ciò che apparve ai loro occhi divise le loro vite in un “prima” e un “dopo”.

Scavando una tomba fresca e sollevando il coperchio della bara, i due uomini rimasero paralizzati in un muto stupore. Ciò che videro divise le loro vite in un prima e un dopo.

Il vento freddo dautunno ululava tra le corone di fiori artificiali, facendo tremare i nastri funebri come anime incapaci di trovare pace. Era già il quinto funerale della giornata a scivolare lungo il viale principale del vecchio cimitero. La quinta bara calata nella terra umida e indifferente. La quinta anima ufficialmente condannata alloblio.

Giacomo e Bruno sedevano in un gazebo di mattoni mezzo crollato, riparandosi dal vento insistente. I loro occhi, abituati alla diffidenza, seguivano pigramente la cerimonia. Il rituale del lutto era per loro solo rumore di fondo, parte del lavoro. Si alzarono, si scrollarono di dosso i pantaloni logori e, indossando maschere di finto dolore, si avvicinarono al gruppo di persone in lacrime. Sussurrarono parole di condoglianza a ognuno, stringendo mani fredde. Nessuno badava a quei due uomini insignificanti con giacche consunte. Il dolore è un grande livellatore: cancina i confini sociali. In quei momenti, qualsiasi gesto di partecipazione, anche da estranei, sembra una goccia di calore in un oceano di perdita. Nessuno chiese chi fossero, nessuno li cacciò. Lottundimento generale del lutto giocava a loro favore.

Fu lultimo funerale della giornata ad attirare la loro attenzione. Tutto gridava ricchezza. Una bara costosa di legno scuro lucidato con maniglie di bronzo massiccio, corone di fiori freschi dal profumo dolce e opprimente, e macchine ai cancellinon Fiat malconce, ma auto straniere con vetri oscurati. Giacomo si avvicinò per primo. Sbirciò dentro la bara e unespressione di finto dolore gli attraversò il volto. Si segnò devotamente, mormorò una preghiera imparata a memoria e si allontanò, fingendo di asciugarsi una lacrima. Bruno, dopo una pausa, ripeté lo stesso rituale, sospirando ancora più teatralmente. I loro sguardi si incrociarono per un attimo, e agli angoli delle bocche tremò unombra di sorriso. Senza parlare, tornarono al loro gazebo rifugio. Il bottino di oggi prometteva di essere più che lauto. Restava solo da aspettare la notte.

Avevano scoperto, da una vecchia chiacchierona della squadra funebre, che la defunta era una certa Maria Elisa De Luca. Nella bara giaceva vestita di un abito di velluto di seta, e sui lobi delle orecchie sbiaditi luccicavano orecchini doro massiccio con pietre rosso sangue, probabilmente rubini. Sul petto senza vita avrebbe dovuto esserci anche un crocifisso dorocosì si faceva, per rispettare la tradizione.

Quando il crepuscolo inghiottì gli ultimi colori del giorno e il cimitero sprofondò nel silenzio, rotto solo dal fruscio delle foglie morte, uscirono per lavorare. Il cielo, come per sfortuna, si coprì di nubi pesanti, e iniziò a piovere. La terra bagnata si appiccicava alle pale, rendendo ogni colpo una fatica disumana. Le mani si intorpidivano, la schiena doleva, ma il pensiero della ricompensa li spingeva avanti. Dovevano finire il lavoro. Non cera altra scelta.

Si erano conosciuti anni prima in prigione. Due solitudini, due vite spezzate. E la società che li aveva accolti al ritorno era stata crudele quanto le mura del carcere. Giacomo era cresciuto in un orfanotrofio, dove gli avevano insegnato a sopravvivere, non a sognare. Bruno era stato abbandonato dalla famiglia dopo la condanna, trattato come un lebbroso. Fuori, li aspettava solo miseria: niente casa, niente lavoro, nessuna possibilità di redenzione. Erano finiti dentro per stupidaggini: Giacomo per aver rubato pochi spiccioli dalla cassa del magazzino dove lavorava, Bruno per una rissa da ubriaco in cui laltro aveva riportato una mascella fratturata.

Nessuno voleva assumere ex detenuti, uomini ormai non più giovani, che puzzavano di disperazione e galera. Così avevano scelto la strada più facile e più vile: il saccheggio di tombe. Si consolavano con un cinico mantra: Ai morti non serve più nulla. Tanto marcisce tutto sottoterra, almeno noi ci sfameremo. Questo pensiero attenuava la vergogna bruciante.

Scivolando tra le tombe come ombre, sicuri di essere soli in quel regno di morti, raggiunsero il tumulo fresco. Le pale affondarono nella terra ancora morbida. Finalmente, il legno della bara risuonò contro il metallo con un tonfo sordo. Tolsero le corde, sollevarono il pesante coperchio.

E indietreggiarono terrorizzati, sentendo unondata di gelido terrore spazzare via ogni cinismo.
Gia vedi? Sta respira? gracchiò Bruno, la voce ridotta a un sussurro carico di orrore. Alla debole luce della torcia, il pizzo sul petto della vecchia sembrava muoversi.
Zitto! lo zittì Giacomo, incapace di distogliere lo sguardo dal volto cadaverico.

E in quel momento accadde qualcosa che fece gelare il sangue nelle vene. Una mano scheletrica, con vene blu sporgenti, balzò dalla bara e afferrò il polso di Bruno con una forza impossibile per un cadavere. Entrambi, uomini abituati al carcere e senza paura di Dio o del diavolo, urlarono allunisono, saltando indietro.
Molla, demonio! Sparisci! borbottò Giacomo, segnandosi con una mano tremante.
Ma sta zitto! È viva, capisci? Viva! urlò Bruno, non più per la paura, ma per lo shock e unimprovvisa chiarezza.

Non presero loro della morta. Dovettero tirar fuori dalla tomba lei stessaleggera come uno scheletro ricoperto di pelle. Rotolarono sullerba bagnata, soffocando tra singhiozzi e risa isteriche di sollievo. La vecchia tossì, il suo corpo fu scosso da uno spasimo, e aprì occhi velati ma vivi. Senza parlare, gli uomini la sollevarono e, incespicando, la portarono via dalla fossaverso la casetta del custode in fondo al cimitero. Per fortuna, il custode non cera. Forse era meglio così. La adagiarono su un lettaccio duro, coprendola con una giacca sporca.

Unambulanza dobbiamo chiamare unambulanza disse Giacomo, ancora incredulo.

E allora la vecchia, che il mondo aveva già pianto, trovò la voce. Debole, roca, ma carica di una fermezza inaspettata:
No niente medici. Mi hanno seppellita viva. Una persona molto particolare. Deve essere punito.

Riprese lentamente i sensi, lo sguardo si fece più lucido. Poi li osservò con stupore, le loro vesti sporche, le pale.
E voi perché scavavate una tomba di notte? non cera disgusto nella sua voce, solo curiosità.

Si scambiarono unocchiata, la stessa colpa negli occhi. La verità era amara, ma mentire era inutile.
Volevamo guadagnare, nonna sussurrò Bruno, chinando la testa. I vostri

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Scavando una tomba fresca e sollevando il coperchio della bara, i prigionieri si bloccarono in un muto stupore. Ciò che apparve ai loro occhi divise le loro vite in un “prima” e un “dopo”.
Nessuno è all’altezza di mio figlio.