Era da tempo che avrei dovuto andare via

Mi era da tempo che dovevo scappare.
Fiorenza galleggiava nellacqua ormai tiepida del suo bagno, incapace di trovare la forza per alzarsi. Da tempo dovevo scappare, ripeteva allinfinito, come se si scusasse o si convincesse. Il cellulare vibrava: messaggi arrivati, ma lei non li apriva, temeva ciò che avrebbe potuto leggere.

Il loro rapporto con Giacomo era sempre un capovolgimento. Si erano conosciuti al festival musicale di Verona; fu lei a invitare Giacomo a passare la notte, senza pensare di rivederlo. Il giorno dopo, quando lo vide sulla soglia del suo palazzo con un mazzo di margherite appena raccolte, capì di essersi persa.

Fu lei a partire per un anno di tirocinio a Berlino, mentre Giacomo rimaneva ad attendere, scrivendo lunghe lettere. Al suo ritorno, il volo si ritardò di cinque ore; Giacomo la accolse allaeroporto di Fiumicino, pallido di emozione e stanchezza, ignaro di cosa fosse accaduto, temendo per lei. Nella mano un altro mazzo di margherite, e Fiorenza sentì nascere il desiderio di avere dei figli con lui.

Ritornò al lavoro cinque mesi dopo il parto, mentre Giacomo stava con la bambina perché non trovava impiego. Ogni trenta minuti la chiamava, chiedendo dove fossero le cose, se fosse già in arrivo. Al lavoro la gente si stupiva: Ma come fa un uomo a stare con un bambino?. Fiorenza non si stupiva; era già a casa, con la piccola in braccio, a preparare pranzo e cena, a lavare, a pulire, a mettere ordine, e di notte continuava a lavorare.

Imprigionata in debiti, comprò alla figlia una bicicletta, riparò il tetto della casa di campagna regalata al matrimonio, pagò il finanziamento dellauto che avevano acquistato così Giacomo potesse fare il tassista finché non trovasse un lavoro stabile. Fiorenza era una ricercatrice junior, con uno stipendio misero; non riusciva a raggiungere nulla di più grande, forse per mancanza di talento, forse per mancanza di tempo.

Gli anni passarono, nacque un secondo figlio e lei tornò al lavoro dopo sei mesi, lasciando il maschio alle cure della madre. Giacomo, ormai con un lavoro a spicchi, portava i bambini allasilo, prendeva in prestito denaro per un cappotto invernale per il figlio, per la piscina della figlia, cucinava zuppe, cambiava lacqua dei vasi di margherite.

Giacomo a tratti lavorava, a tratti guardava la televisione, ma per lo più beveva. Quando, al nono anno di convivenza, lo portarono in ospedale per lappendicite, il medico gli propose di ricoverarlo in una clinica. Il sangue di Giacomo sembrava più alcolico che sanguigno.

Fiorenza provò centinaia di volte sul tragitto di casa a ripetere dobbiamo vivere separati e dividiamoci. Il suo aspetto, il suo odore, i suoi tocchi le divennero insopportabili. Il tetto della casa di campagna marcì di nuovo, ma non voleva più ripararlo. Non tornarono più in campagna; le margherite appassivano subito perché lei dimenticava di cambiare lacqua.

Si innamorò di un altro e tradì Giacomo. Non aveva nulla da rimproverare al marito, che la guardava ancora con gli stessi occhi di quel giorno allaeroporto, come se temesse che lei non fosse più sua. Ma lei desiderava occhi diversi. Fiorenza si diceva non significa nulla, ma in realtà significava una cosa: da tempo doveva scappare. Non verso lamante, perché anche lui era sposato.

Una notte, si ritrovò a pensare a quanti anni avrebbe dovuto scontare se avesse commesso un omicidio. Quella fu lultima goccia. Raccolse i bambini, i valigioni e si trasferì nella casa della madre. Giacomo piangeva senza sosta, implorandola non andare via. Fiorenza taceva, ma piangeva anche lei, e per la prima volta si sentì leggera.

Sollevandosi finalmente dallacqua fredda, indossò il suo accappatoio di spugna, estrasse il cellulare dalla tasca. Prima o poi avrebbe dovuto aprirlo: decise di leggere i messaggi. Dopo decine di ti amo, torna, chiama e non partire, Giacomo scrisse: Allora vado io. Fu lultimo messaggio.

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Era da tempo che avrei dovuto andare via
Olga ha passato tutto il giorno a preparare il cenone di Capodanno: ha pulito casa, cucinato, apparecchiato la tavola. Era il suo primo Capodanno lontano dai genitori, da trascorrere con il suo compagno. Da tre mesi viveva con Tullio nel suo appartamento. Lui ha quindici anni più di lei, è divorziato, paga gli alimenti e ogni tanto alza il gomito… Ma tutto questo passa in secondo piano quando si è innamorati. Nessuno capiva come avesse fatto a conquistarla: non era decisamente un Adone, anzi, pure un po’ bruttino, carattere impossibile, tirchio da far paura e perennemente senza soldi. E se mai li aveva, li spendeva solo per sé. Eppure, di questo Miracolo-Olga si era innamorata. Per tre mesi, Olga ha sperato che Tullio apprezzasse quanto fosse docile e brava come donna di casa, e decidesse di sposarla. Lui glielo diceva spesso: “Bisogna convivere per capire che tipo di donna sei. Sai com’è, magari sei come la mia ex.” Chi fosse la sua ex, per Olga era un mistero – lui non era mai stato chiaro. Così, Olga ha sempre dato il massimo: non si lamentava quando lui tornava ubriaco, cucinava, lavava, puliva, faceva la spesa coi suoi soldi (non sia mai lui pensasse che fosse interessata solo ai soldi). Anche per il cenone di Capodanno aveva speso tutto lei. E pure un telefono nuovo gli aveva comprato come regalo. Mentre Olga si dedicava alle ultime preparazioni, anche il suo Miracolo-Tullio si preparava a modo suo: ubriacandosi con gli amici. Arrivò a casa allegro e annunciò che avrebbero avuto ospiti a Capodanno: i suoi amici, di cui lei non conosceva nessuno. Olga aveva già apparecchiato, mancava solo un’ora alla mezzanotte. Il suo umore era sotto i piedi, ma si tratteneva dal dire tutto quello che pensava – non voleva essere come la sua ex. Mezz’ora prima di mezzanotte arrivò una compagnia rumorosa e ubriaca. Tullio si rianimò subito, fece sedere tutti a tavola e la festa continuò. Non presentò Olga agli ospiti e nessuno la considerò: bevevano, ridevano tra loro, avevano le proprie battute. Quando Olga propose di versare lo spumante nei bicchieri, a pochi minuti da mezzanotte, le venne lanciato uno sguardo come se fosse un’intrusa. – E tu chi sei? – chiese una ragazza con voce impastata dall’alcol. – Coinquilina da letto, – rispose ridendo Tullio, e tutti si unirono alle risate. Ridevano di lei, mentre mangiavano quello che aveva preparato. Allo scoccare della mezzanotte facevano ironie sulla sua ingenuità e lodavano Tullio per aver trovato una cuoca e domestica gratis. E Tullio non la difese, anzi: rise con tutti loro, mangiando ciò che lei aveva comprato e cucinato e “pulendosi i piedi su di lei”. Olga lasciò la stanza in silenzio, raccolse le sue cose e tornò dai genitori. Un Capodanno così brutto non le era mai capitato. La mamma le disse il solito: “Te l’avevo detto io”, il papà tirò un sospiro di sollievo e Olga, piangendo tutte le sue delusioni, tolse finalmente gli occhiali rosa. Una settimana dopo, finiti i soldi, Tullio si presentò da Olga come se niente fosse e le chiese: – Ma come, sei andata via? Te la sei presa? – e, vedendo che lei non cedeva, passò all’attacco: – Sei stata proprio carina, tu a rilassarti da mamma e papà mentre nel mio frigo nemmeno un topo trova qualcosa! Ecco, inizi a comportarti come la mia ex! Di fronte a tanta faccia tosta, a Olga mancò la parola. Aveva ripetuto mille volte come gli avrebbe detto tutto ciò che pensava di lui, ma ora non riusciva a parlare. L’unica cosa che fece fu mandarlo a quel paese, chiudendogli la porta in faccia. Così, dal Capodanno, per Olga iniziò una nuova vita.