Giulia volò un giorno prima delle altre all’anniversario della suocera, ma mentre si sistemava nel sedile dell’aereo sussultò: qualcuno la chiamò per nome all’improvviso…

Chiara Barbieri era partita un giorno prima degli altri per il compleanno della suocera. Si era appena lasciata cadere sul sedile dell’aereo quando sussultò: qualcuno l’aveva chiamata per nome all’improvviso.

Le sue dita si serrarono sulla cinghia della borsa mentre era in fila al check-in. Mancava ancora un giorno al compleanno dell’ex suocera, eppure Chiara aveva scelto di proposito il volo del giorno prima. Lo sapeva che Matteo Costa, come sempre, avrebbe rimandato tutto: probabilmente sarebbe partito solo la mattina dopo. Erano passati tre anni dal divorzio, e in tutto quel tempo erano riusciti a vivere nella stessa città senza mai incrociarsi. Ora Chiara voleva disturbare quel fragile equilibrio meno che mai.

Posto 12A, lesse sul biglietto. Dal finestrino, come piaceva a lei. In aereo prese come sempre il suo libro: un romanzo nuovo, cominciato il giorno prima e che non riusciva più a posare. Una storia d’amore, tradimento e perdono. Una volta avrebbe evitato storie simili, ma il tempo guarisce.

«Chiara?» Una voce familiare la fece rabbrividire. Che coincidenza!

Alzò lentamente lo sguardo. Matteo era in piedi nel corridoio, con il manico della valigia in mano. Sempre curato, come sempre, con la sua giacca grigia preferita. Solo alle tempie aveva qualche capello grigio che lei non gli aveva mai notato prima.

«Tu arrivi sempre in ritardo, no?» le sfuggì, invece del saluto.

«E tu pianifichi sempre tutto in anticipo», rispose lui con un sorriso, tirando fuori il biglietto. «Mm, 12B.»

Chiara sentì le guance bruciare. Tre ore di volo accanto all’uomo che per tutti quegli anni aveva evitato con cura. Il destino sembrava prendersi gioco di loro.

«Potrei scambiare il posto con qualcuno», cominciò Matteo.
«Lascia stare», lo interruppe Chiara. «Siamo adulti.»

Matteo annuì e si sedette accanto a lei. Il suo solito dopobarba arrivò fino a lei, e quel profumo la colpì come una stoccata al cuore. Quante volte si era svegliata con quell’odore nel naso!

«Come va il lavoro?» chiese lui dopo il decollo, quando il silenzio divenne insopportabile.

«Bene. Ho aperto un mio studio di yoga», rispose lei con voce calma. «E tu? Sei ancora lì?»

«No, sono passato alla consulenza. Ti ricordi che è sempre stato il mio sogno?»

Certo che se lo ricordava. E ricordava anche le discussioni infinite su questo. Lei aveva avuto paura del cambiamento, lui lo aveva desiderato. Adesso, anni dopo, ognuno aveva avuto ciò che voleva. Perché allora il cuore le faceva ancora così male?

«La mamma sarà felicissima di vederti», disse Matteo dopo una pausa. «Conserva ancora il vaso di ceramica che le hai regalato per l’ultimo compleanno.»

«Concetta è sempre stata…» Chiara esitò, cercando le parole giuste, «così buona con me.»

«Anche dopo il divorzio diceva che eri stata la nuora migliore che si potesse desiderare.»

Chiara sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Prese il libro per nascondere l’emozione.

«Che cosa leggi?» Matteo gettò un’occhiata alla copertina.
«Il tempo del perdono», rispose lei, ed entrambi tacquero mentre percepivano l’ironia del titolo.

Il resto del volo lo passarono in silenzio, ma era un silenzio diverso: non teso come una corda, ma quasi confortevole, come una volta. Quando l’aereo atterrò a Fiumicino, Matteo l’aiutò a prendere la borsa dalla cappelliera.

«Dividiamo un taxi?» propose lui. «Tanto andiamo nella stessa direzione.»

Chiara esitò. Tre anni prima si erano lasciati, convinti di non ritrovarsi mai più l’uno accanto all’altra. E invece erano lì, e il mondo non era crollato.

«Va bene», annuì. «Ma tengo io d’occhio il navigatore: tu con la tecnologia litighi sempre.»

Matteo rise, e quella risata familiare fece tremare qualcosa dentro di lei. Forse bisognava lasciare andare il passato, qualche volta, perché il presente potesse diventare più luminoso?

Mentre lasciavano l’aereo, Chiara capì che per la prima volta da molto tempo non rimpiangeva un incontro casuale. Davanti a loro c’era il compleanno, una tavola imbandita a festa e gli sguardi incerti dei parenti. Ma ora lo sapeva: ce l’avrebbero fatta. Dopotutto, c’erano sempre riusciti.

Il taxi si infilò nelle vie serali di Roma. Chiara, come promesso, teneva d’occhio il percorso, mentre Matteo sedeva accanto a lei, separato solo da una borsa sul sedile centrale.

«Qui a destra», disse Chiara, e Matteo non poté fare a meno di sorridere: lei conosceva la strada per casa della mamma meglio di lui.

«Ti ricordi la prima volta che siamo andati a casa della mamma?» chiese all’improvviso. «Eri nervosissima per tutto il tempo.»

«Sì, certo!» sbuffò Chiara. «Mi ero cambiata tre volte per l’agitazione. Volevo fare una buona impressione.»

«E poi ti sei rovesciata la minestra addosso!»

Risero entrambi, e per un attimo il tempo parve essersi fermato. Poi il taxi si fermò davanti alla casa di sempre, e l’attimo sparì nella penombra.

Concetta Costa li accolse sulla porta e alzò le mani, sorpresa:
«Siete venuti insieme? Che sorpresa!»

«Ci siamo incontrati per caso in aereo», spiegò in fretta Chiara, mentre coglieva negli occhi dell’ex suocera un barlume di speranza.

«Entrate, entrate! Chiara, ti ho preparato la tua stanza, la solita!»

Chiara si irrigidì. La sua stanza: la camera da letto al primo piano, dove lei e Matteo avevano sempre dormito quando erano ospiti. Dove il sole del mattino disegnava motivi giocosi sulla tappezzeria e dalla finestra si vedeva il vecchio melo.

«Mamma, forse è meglio se prendo la camera degli ospiti», provò Matteo.

«Niente discussioni!» lo interruppe Concetta. «Lì domani dormono gli ospiti. Chiara resta in camera da letto, tu nella tua vecchia camera. Tutto come una volta.»

«Come una volta»: quelle parole echeggiarono nei pensieri di Chiara. In realtà niente era più come una volta, ma con Concetta nessuno dei due osò discutere.

La sera passò tra i preparativi per la festa. Chiara aiutò in cucina, mentre Matteo ordinava le vecchie scatole in soffitta, un compito che sua madre gli chiedeva da tempo. Evitavano di restare soli di proposito, ma sotto lo stesso tetto non era facile.

Di notte Chiara non riusciva a prendere sonno. Il letto le sembrava troppo grande, troppo vuoto. Dietro la parete, nella cameretta, il pavimento scricchiolava: evidentemente anche Matteo non dormiva. Riconobbe i passi: tre passi verso la finestra, quattro indietro. Così camminava sempre quando era immerso nei pensieri.

All’improvviso si fece silenzio. Chiara si girò su un fianco e guardò fuori dalla finestra. Il melo frusciava nel vento, e per un istante le parve che gli ultimi tre anni non fossero mai passati.

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