«In questo vestito sembri una vecchia cavalla, parola d’onore!» – tuonò la suocera, lanciando uno sguardo agli ospiti ammutoliti. La risposta della nuora, oh, non le andò giù per niente.

Ginevra passò il dito sullo schermo del telefono e controllò il saldo della carta. La cifra nell’app la costrinse a chiudere gli occhi e contare lentamente fino a dieci.

– Matteo! – chiamò il marito, che si aggiustava davanti allo specchio dell’ingresso.

Matteo stava sistemando il colletto della camicia nuova.

– Che c’è, Ginevra? – rispose.

– Il taxi per il ristorante lo paghi tu con la tua carta?

Lui smise di tirare il colletto e guardò la moglie con aria colpevole.

– Ginevra, perché cominci? Ho solo due spiccioli e devo anche pagare il parcheggio. Magari lo chiami tu?

Ginevra spense il telefonino.

Quel giorno Matteo compiva quarant’anni. Un’età importante. Sei mesi prima avevano deciso di festeggiare in modo semplice, a casa, in tre: loro e il figlio.

Avevano un mutuo per l’appartamento, preso due anni prima. La rata mangiava quasi tutto lo stipendio di Matteo. Ginevra copriva le bollette, la spesa, i corsi del figlio e i vestiti. Il suo stipendio da senior manager permetteva tutto, ma di soldi liberi non ne restava quasi mai.

Poi, un mese prima, era arrivata Silvana.

La suocera aveva stabilito che i quarant’anni del suo unico figlio erano una cosa di importanza mondiale. Non si poteva mica stare in cucina come due pezzenti. Servivano i parenti, una sala al ristorante, bisognava mostrare a tutti che Matteo era riuscito nella vita.

Quando Matteo aveva provato a dire timidamente che i soldi per il ristorante non c’erano, Silvana aveva risposto secca:

– Ginevra guadagna bene. Mica diventerete poveri per un’occasione del genere.

E Ginevra aveva ceduto. Aveva trovato da sola un ristorante carino con la cucina buona, aveva scelto il menù, aveva pagato l’acconto.

– Chiamiamo un taxi, – disse Ginevra infilando l’impermeabile.

Al ristorante i camerieri correvano già. Il tavolo per quindici persone era pieno di antipasti. Ginevra aveva scelto un vestito ampio color sabbia per stare comoda dopo una giornata di lavoro e di preparativi.

Gli ospiti cominciarono ad arrivare verso le sei. Silvana arrivò per ultima, con Giada, la figlia. La suocera raggiunse il tavolo con l’aria di presenziare a un ricevimento di stato al Quirinale.

– Auguri al festeggiato! – annunciò ad alta voce, porgendo al figlio un sacchetto di carta.

Matteo guardò dentro e sorrise.

– Mamma, grazie! Proprio quello!

Ginevra diede un’occhiata alla marca. Quel profumo costava un terzo della rata del mutuo.

– Per mio figlio non bado a spese, – dichiarò Silvana, consegnando al cameriere arrivato il cappotto nuovo col collo di pelliccia.

Poi guardò la nuora. Il sorriso le si spense di colpo.

– Ginevra, congratulazioni, – disse secca.

– Buonasera, signora Silvana, – rispose Ginevra con tono neutro.

La suocera si guardò intorno.

– Che dire… – iniziò, sedendosi al posto d’onore. – Qui è buio. E le tovaglie sono proprio scadenti. Matteo, io ti avevo parlato di Villa Orsini, in centro a Milano. Quello sì che è un ristorante con dei lampadari!

– Mamma, Villa Orsini non ce lo possiamo permettere, – ribatté a bassa voce Matteo.

– Ma non fare la povera! – intervenne Giada, sistemandosi i capelli. – La Ginevra guadagna come un dirigente. Potevate, per una volta, organizzare una bella festa a mio fratello.

Ginevra sentì la rabbia salire in gola, ma si trattenne. Non era il momento di fare una scenata davanti agli ospiti.

– Si serva, signora Silvana, – disse, spingendole il vassoio di pesce. – Qui la cucina è ottima.

La suocera infilzò un pezzo di salmone con aria schifata.

– Questo salmone è pallido. Al mercato l’avrete preso di quello scadente, no?

– È trota leggermente salata dello chef, – rispose calma Ginevra.

La festa entrò nel vivo. Gli ospiti mangiavano, bevevano, facevano brindisi. Riempivano Matteo di complimenti: che professionista bravo, che padre di famiglia, che fortuna che aveva.

Silvana non chiuse bocca per tutta la sera. Raccontava storie dell’infanzia di Matteo, esaltava i suoi successi inventati e non nominò mai Ginevra.

Per la suocera la nuora era personale di servizio, il cui compito era di riempire i bicchieri e non farsi notare.

Quando portarono i secondi, l’atmosfera era già rovente.

Ginevra era stanca. Si alzò per chiedere ai camerieri di portare il caffè e, tornando al suo posto, sentì la voce alta della suocera:

– Ma come ti sei conciata, Ginevra!

Le forchette smisero di tintinnare. Gli invitati fissarono i piatti, fingendo di essere molto presi dall’insalata.

Ginevra si fermò a metà strada dalla sua sedia.

– Scusi? – chiese.

– Con quel vestito sembri una vecchia scopa, parola mia! – dichiarò Silvana ad alta voce, facendo scorrere lo sguardo sugli ospiti ammutoliti.

Matteo si coprì di chiazze rosse.

– Mamma, basta, – disse con voce insicura. – Il vestito è normale.

– Matteo, a te l’occhio si è abituato, – lo liquidò la madre, sistemandosi il colletto della camicetta di seta. – Io voglio solo il tuo bene. Cara, hai trentotto anni e ti sei messa una roba da vecchia contadina. Niente vita, niente stile, un disastro totale!

Giada sogghignò dietro il tovagliolo.

Ginevra si avvicinò con calma al tavolo. Per tutta la sera la suocera aveva fatto la schifiltosa: gli antipasti troppo semplici, il ristorante troppo economico, la moglie del figlio troppo poco carina.

– A me piace, – disse Ginevra guardando dritto la suocera. – È comodo.

– Comodo! – sbuffò Silvana. – Una donna deve fare bella figura, deve essere il biglietto da visita del marito.

Si raddrizzò.

– Guardami, – continuò. – Io sono in pensione eppure mi mantengo. Perché bisogna avere amor proprio, non mettersi addosso il primo sacco che si trova in giro.

Qualcuno tossì. Lo zio di Matteo fissò il bicchiere d’acqua studiando le bollicine del minerale.

– Ginevra, siediti e non fare scene, – sussurrò il marito, tirandola per la manica.

Il solito schema di Matteo: starsene in disparte mentre le donne litigano. Perfetto se Ginevra tacesse e sopportasse.

Ma quella sera Ginevra non aveva voglia di tacere. Era stufa di portarsi sulle spalle il mutuo, di pagare i capricci della suocera e di farsi umiliare in pubblico con i suoi soldi.

– Signora Silvana, – cominciò appoggiando le mani al bordo del tavolo. – Quella camicetta da dove arriva?

– E che c’entra la mia camicetta? – fece la suocera, spiazzata dal cambio di discorso.

– C’entra eccome. Camicetta italiana, seta pura. Le scarpe di pelle le ho notate quando è entrata. E nel guardaroba c’è anche il cappotto nuovo col collo di pelliccia. Bei vestiti, vero?

– Belli, – ammise Silvana con diffidenza. – Io so scegliere la qualità.

– Scegliere sì, – confermò Ginevra. – E pagare?

Al tavolo qualcuno tossì di nuovo. Matteo arrossì e fece per alzarsi.

– Ginevra, basta, – disse a denti stretti.

– No, Matteo, non basta, – lo fermò con un gesto. – Visto che parliamo di aspetto e di rispetto, diciamo tutta la verità.

Alzò la voce quanto bastava perché tutti sentissero.

– Camicetta, scarpe e cappotto sono stati comprati il mese scorso, signora Silvana. Con i milleduecento euro che le ho girati dal mio bonus trimestrale. Perché, cito testualmente: “non avevo niente da mettermi per andare all’ambulatorio, mi vergognavo davanti ai dottori”.

Il viso di Silvana si allungò. Il rossetto acceso sembrò fuori posto. Cercò appoggio tra i parenti, ma loro si erano fatti all’improvviso molto interessati alla carne ormai fredda.

– Li avevo chiesti a mio figlio! – ribatté con una sfida.

– Ma non è stato suo figlio a darle i soldi, – tagliò corto Ginevra. – Perché lo stipendio del suo Matteo basta appena per la rata del mutuo, la benzina e i pranzi di lavoro.

Giada provò a intromettersi.

– Ginevra, perché conti i soldi degli altri? Hai proprio perso la testa?

– Conto i miei soldi, Giada, – la rimise in riga. – E questo banchetto, al quale voi ora siete sedute criticando il ristorante e il mio vestito, è stato pagato fino all’ultimo euro di tasca mia.

Nella sala calò un silenzio imbarazzante, rotto solo dal tintinnio delle stoviglie ai tavoli vicini.

– E quel profumo carissimo che oggi ha regalato a suo figlio, – aggiunse Ginevra senza abbassare lo sguardo, – è stato comprato con i soldi che le avevo dati la settimana scorsa per le cure dal dentista.

Silvana diventò paonazza.

– Come ti permetti… – mormorò.

– Ecco, – disse Ginevra raddrizzandosi. – Io posso anche andare in giro con un sacco di patate addosso. Perché quel sacco me lo sono comprato io, con i miei soldi.

Prese il bicchiere di succo.

– Quando avrà imparato a vestirsi con la sua pensione, allora potremo parlare del mio stile. Buon appetito!

Ginevra si sedette con calma.

Silvana aprì la bocca senza trovare parole. Aspettava che il figlio la difendesse e rimettesse a posto la moglie che aveva osato troppo. Ma Matteo stava a testa bassa, a scavare con la forchetta un pezzo di patata arrosto.

Non serviva altro. La suocera accartocciò il tovagliolo di stoffa, lo gettò sul tavolo e si alzò di scatto.

– In casa vostra non metterò più piede! – sbottò senza guardare nessuno.

Si voltò e andò di fretta verso l’uscita. Giada lanciò a Ginevra uno sguardo pieno d’odio e le corse dietro.

Il resto della serata trascorse in un’atmosfera pesante. Gli ospiti finirono in fretta i secondi, bevvero un caffè, salutarono in modo imbarazzato e se ne andarono.

Ginevra e Matteo tornarono a casa in silenzio.

Passò una settimana. La vita riprese il suo corso. Silvana, di proposito, non chiamava. Matteo per qualche giorno portò il muso, provò ad accusare la moglie di essere stata troppo dura, ma non trovò argomenti.

Sabato mattina Ginevra preparava il caffè quando sul telefono del marito arrivò un messaggio. Matteo, seduto a tavola, guardò lo schermo ed esitò.

– Ginevra, – cominciò con tono accomodante. – Scrive la mamma. Le si è rotto il frigorifero. Il tecnico ha detto che la riparazione costerà cara.

Ginevra bevve un sorso di caffè caldo dalla tazza.

– Che dispiacere, – rispose piatta.

– Bisognerebbe aiutarla, – Matteo si grattò la nuca. – Le mandi un centinaio di euro? Te li restituisco con la prossima busta paga.

– No, Matteo, non glieli mando, – disse Ginevra appoggiando la tazza sul tavolo.

– Come sarebbe? Le si rovina la spesa!

– Semplicemente, – rispose guardandolo, – tua madre mi ha fatto capire molto bene che sono una donna di cattivo gusto e senza amor proprio. Ho deciso di seguire il suo consiglio.

Andò ai fornelli e spense il gas.

– Ieri ho prenotato dal parrucchiere: taglio e colore. Nel fine settimana vado al centro commerciale a comprarmi dei vestiti nuovi. Manterrò il mio stile!

Matteo sbatté le palpebre.

– E il frigorifero?

– Il frigorifero, amore, adesso è un problema tuo, – sorrise Ginevra. – Trovati un lavoretto extra, chiedi un anticipo. Siete famiglia, è il tuo stesso sangue. Sono sicura che ce la farai.

Prese la tazza e andò in camera, lasciando il marito da solo con i suoi pensieri e con il frigorifero rotto di Silvana. Perché alla fine la vita insegna una cosa: chi pretende rispetto deve imparare a rispettare, e nessuno è tenuto a finanziare chi lo giudica e lo umilia.

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«In questo vestito sembri una vecchia cavalla, parola d’onore!» – tuonò la suocera, lanciando uno sguardo agli ospiti ammutoliti. La risposta della nuora, oh, non le andò giù per niente.
— Prendi il gattino, — chiedeva una donna al mercato. Il gesto di un passante ha stupito tutti.