La notizia non era arrivata dalla televisione. L’aveva portata Leone, precipitato nel loro appartamento in affitto con i capelli scompigliati e quello sguardo che hanno le persone quando hanno toccato un miracolo.
«Sai una cosa, Gine? Sandro ha appena chiamato da Pavia. Quello che era venuto al mio compleanno, lavora al Centro nazionale di alta specializzazione. Ha raccontato che ha assistito a un intervento pazzesco. Hanno portato un bambino di undici anni. Il vaso principale che parte dalla radice dell’aorta non gli si era proprio formato. Assenza congenita.»
Ginevra alzò lo sguardo dal quaderno. I numeri, tanto, non tornavano. L’estate stava rotolando verso l’afa e alla cifra per la specializzazione mancavano duemila euro.
«E allora?» chiese, appoggiando il mento alla mano.
«Allora lo hanno operato a cuore battente, con tecnica mininvasiva. Hanno creato un percorso alternativo per il sangue» disse Leone, sedendosi di fronte, con un entusiasmo che gli brillava negli occhi scuri. «I genitori non sospettavano niente: il corpo del bambino aveva compensato per molto tempo, poi aveva smesso. Dolori, fiato corto, battiti irregolari. Insomma, non solo l’operazione è riuscita, ma lo hanno dimesso dopo una settimana con il controllo ambulatoriale.»
Lei lo guardava e pensava: ecco, era questo il vero, il motivo per cui voleva fare la specializzazione. Non per far dispetto a suo padre, come lui credeva. Non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Ma per questo: prendere qualcosa che sembrava rotto per sempre e aggiustarlo.
«Che figata» disse, chiudendo il quaderno. «Tu presto farai lo stesso. Io, a quanto pare, no.»
Non era un rimprovero: sapeva che se Leone avesse avuto i soldi, glieli avrebbe dati. Ma anche lui campava con i genitori.
«Qualcosa inventeremo» promise Leone.
Ma cosa può inventare? Un altro prestito? Non glielo danno. E comunque non potrebbe restituirlo.
Ginevra sperava che per la specializzazione l’avrebbe aiutata suo padre. Da quando lei aveva compiuto diciotto anni, lui aveva smesso di pagare gli assegni di mantenimento ed era praticamente sparito dalla sua vita. Però Ginevra ricordava che da bambina lui le prometteva: «Gine, ti facciamo studiare, te lo prometto. Io, tra l’altro, a scuola ero il migliore in matematica. Se fossi nato un po’ più tardi e in una famiglia normale, farei il programmatore, non l’autista. Che ne dici, ti facciamo diventare una programmatrice, eh?»
Per fargli piacere, Ginevra aveva davvero studiato programmazione. Ma già al secondo anno del liceo aveva capito che voleva fare Medicina. A quel punto suo padre era uscito di casa da tre anni, era nato un maschietto, e di Ginevra non gli importava più granché. Perciò non gli aveva detto niente. Quando lui scoprì che era stata ammessa a Medicina, si offese come se lo avesse tradito.
«Con la medicina non fai i soldi» disse. «Il mio investimento in te non ha reso.»
Da lì in avanti, niente aiuti. Un paio di volte Ginevra ci aveva accennato, una volta aveva chiesto direttamente, quando sua madre si era ammalata, ma lui si era trincerato dietro le spese di famiglia. E Ginevra, evidentemente, non era più famiglia.
In primavera ci aveva riprovato: gli aveva parlato della specializzazione. Lui aveva chiesto: «E al concorso non passi?»
«C’è troppa concorrenza.»
«Non è che c’è concorrenza: è che sei scema! Non pensarci nemmeno. Ho altro per la testa: Rosalba è di nuovo incinta, abbiamo un sacco di spese, non ho tempo per te.»
Ginevra si era offesa a tal punto che con lui non aveva più parlato. Per questo, quando lui chiamò, rimase di sasso.
«Gine» fece lui. La voce era diversa, strozzata. «Puoi venire?»
Il cuore di Ginevra si accartocciò in un nodo brutto. Si fece dare il permesso dal lavoro e attraversò Roma da un capo all’altro, fino a quel palazzo nuovo con le vetrate panoramiche che suo padre aveva scelto per la madre di Ginevra e in cui, invece, era andato a vivere con Rosalba.
Le aprì lui. Ginevra rimase colpita da quanto fosse invecchiato in pochi mesi: i capelli grigi sembravano raddoppiati. In salotto, su un divano enorme, Rosalba accarezzava la pancia rotonda, e le lacrime le scendevano lungo le guance.
«Il bambino» cominciò suo padre, inciampando sulla parola come se non gli si fosse ancora attaccata alla lingua. «Ha un problema al cuore. L’hanno visto all’ecografia. Io non ci capisco un accidenti. Guarda un po’, eh?»
Ginevra prese il referto che il padre le porgeva con le mani tremanti, lo scorse. Inspirò. Espirò. E disse: «Venite qua. Guardate.»
Aprì il servizio che aveva salvato nei preferiti dopo la chiacchierata con Leone. «I medici del Centro nazionale di alta specializzazione di Pavia hanno ripristinato la funzionalità del cuore di un bambino di undici anni. Il paziente era arrivato con l’assenza congenita del vaso principale che nutre il cuore, a partire dalla radice dell’aorta…»
Il padre fissava lo schermo. In salotto si fermarono perfino i fruscii. Rosalba smise di singhiozzare.
«Guarda» fece Ginevra, indicando lo schermo con un dito, dove intanto mostravano lo schema dell’intervento. «I medici hanno deciso di operare in mininvasiva. Durante l’intervento a cuore battente, i chirurghi hanno creato un percorso alternativo per il sangue… Capisci? Si cura. Si cura benissimo. Il mio ragazzo mi aveva parlato di quest’operazione. Il bambino è stato dimesso dopo una settimana. Dopo una settimana, papà.»
Spense il video e appoggiò il telefono sul tavolo. Il padre stava a testa bassa. Rosalba guardava Ginevra con quegli occhi enormi e lucidi, in cui c’erano diffidenza e una speranza timida, fragile.
«Sei sicura?» chiese il padre con voce roca.
«Faccio Medicina, papà. Non informatica. So di cosa parlo» rispose lei, cercando di non metterci nessun rimprovero. «Oggi si fanno operazioni che una volta sembravano fantascienza. Andrà tutto bene. Chiedo ai nostri a chi dovete rivolgervi e vi faccio sapere.»
Il padre annuì. Poi alzò gli occhi e la guardò a lungo, in un modo strano. Non l’aveva mai guardata così: come se per la prima volta vedesse non un problema, non una voce di spesa, ma una donna adulta, viva, sua figlia, che sapeva cosa fare.
«Grazie» disse, cupo.
Ginevra alzò le spalle e si mise le scarpe. Dentro di lei tutto vibrava, ma si tenne. Aveva diritto a quell’orgoglio chiaro e amaro. Aveva diritto a non restare a cena.
Tornò a casa che era già buio. Leone era di turno. Nell’appartamento vuoto ronzava il frigorifero. Buttò la borsa per terra e si sedette nell’ingresso, con la schiena contro il muro. La stanchezza pesava come una lastra di cemento. L’estate stava finendo, i soldi non c’erano, suo padre aveva capito tutto, ma la specializzazione non era più vicina.
Il telefono suonò con una notifica della banca. Ginevra guardò lo schermo meccanicamente, aspettandosi l’ennesima pubblicità di un prestito.
Accredito.
Importo: 2.500 euro.
Mittente: Sergio Vittorio Conti.
Guardò i numeri finché non diventarono una macchia lucida. Suo padre non aveva scritto niente. Nessun messaggio, nessuna spiegazione. Solo un bonifico. Ma tra le righe si leggeva: «mi sbagliavo».
Ginevra si coprì il viso con le mani e scoppiò a piangere. Piangeva e vedeva davanti a sé una piccola luce pulsante sul tavolo operatorio: il cuore di qualcuno a cui avevano regalato un percorso alternativo. E anche nel suo cuore, in quel momento, stava crescendo qualcosa di nuovo, vivo, atteso da tempo. Il vaso principale, quello che aspettava da sempre.







