La Venerabile Compagnia: Storia di Tradizione e Innovazione

Ciao tesoro, ti racconto un po di quello che è successo ieri. Stamattina, mentre mi stavo preparando per andare al lavoro, ho notato una busta bianca sul tavolo della cucina. Era una di quelle con il timbro scolastico un po sbiadito, quello della nostra scuola di Roma, dove non torno più da più di ventanni. Mio figlio Marco laveva lasciata accanto al contenitore del pane, senza nemmeno aprirla.

Lho aperta con un coltello, ho tirato fuori un cartoncino spesso. Cari ex alunni della classe 1996 il testo era un classico invito, tutto molto formale, con un emoticon disegnato a mano in basso. Data, ora e indirizzo del caffè Il Colonnello, proprio vicino alla vecchia scuola. E la firma: Coordinatore dellincontro Andrea Russo.

Il cognome mi ha colpito subito. Lho riletto più volte, come se potessi sbagliarmi. Nel cervello è balzata in memoria unaltra scena: il tabellone degli avvisi vicino al laboratorio di chimica, un foglio a quadretti fermato con dei bottoni. Sulla lista cera il mio cognome e qualche riga scritta da una mano estranea. Allepoca pensavo che quelle parole avessero distrutto tutto.

Mamma, che cè? è uscito da dietro la porta Ilya, tirando le scarpe da ginnastica.

È la riunione degli ex alunni, gli ho risposto, infilando la busta nella borsa senza sapere perché. Vai, non farò tardi.

Ho chiuso la porta, mi sono appoggiata con la schiena e ho pensato a quanto di solito dico di non andare a questi tipi di eventi. Che ci faccio lì, a guardare chi ha la macchina più bella? era la mia risposta alle poche proposte nel gruppo della classe. Ma questa volta linvito era tangibile, con quella firma in basso.

Andrea. A scuola sedevamo allo stesso banco in terza media, preparavamo insieme una relazione di storia. Mi portava le cassette con la musica, mi spiegava la matematica, faceva battute a lezione. Mi ero abituata al suo modo di stare vicino, anche se non lavevo mai ammessa a me stessa. E poi cè stato quel foglio.

Durante lintervallo, la compagna di classe Ginevra è corsa da me con gli occhi che brillavano: Hai visto? Andiamo! Su quel tabellone cera una lettera scritta a nome suo. Caro Andrea, mi piaci tanto continuava, con dettagli che mi facevano arrossire. La firma era la sua, ma la calligrafia non era la sua. In fondo qualcuno aveva scritto: Autrice Olia P..

La classe rideva. Andrea era lì, ai margini, serio ma non interveniva. Poi è venuto da me e ha detto a bassa voce: Io non ho nulla a che fare con questo. Non ci ho creduto. Chi avrebbe potuto indovinare i miei pensieri e trasformarli in una burla?

Da quel momento non ci siamo più parlati. Allanno successivo si è trasferito e siamo rimasti solo compagni di classe. Alla fine del liceo mi ha detto qualcosa tipo buona fortuna, io ho risposto freddamente. Poi cè stata luniversità, il matrimonio, il divorzio, il lavoro, i mutui. E sotto tutto quel peso cera sempre il ricordo di Andrea, luomo che mi aveva messi al centro di una risata.

La sera ho ripreso la cartolina. Nel gruppo della classe da giorni si parlava dellincontro, io avevo visto le notifiche ma non le aprivo. Ho scrollato: foto dei figli, battute su quanti chili hanno preso, chi dove vive. E cera il messaggio di Andrea: Ragazzi, ho prenotato la sala, ecco il menù, ditemi chi sarà sicuro di venire. La sua foto profilo: un uomo di quarantanni, senza fronzoli, in camicia, con uno sfondo dufficio.

Ho guardato lo schermo per un lungo periodo, valutando se andare o no. Una strana mescolanza di curiosità e irritazione mi attraversava. Alla fine ho scritto: Ci sarò. Subito le reazioni: like, emoticon, cuoricini. Andrea ha risposto: Perfetto, felice di rivederti.

Ho spento il telefono e sono andata a lavare i piatti, cercando di non pensare a quello che avevo appena scritto.

I giorni prima dellincontro sono volati tra mille impegni. Lavoro in una piccola studio contabile, clienti, bilanci, telefonate. A pranzo i colleghi chiacchierano di vacanze e di prezzi al supermercato, e io mi ritrovo a tornare mentalmente al corridoio della scuola, al tabellone.

La sera prima, ho chiamato la mia amica delluniversità, Sofia.

Immagina, devo andare alla riunione degli ex alunni, ho detto, versandomi il tè.

Oh, ma tu hai sempre detto che non è il tuo stile, vero?

Cè una persona ho esitato. Con cui ho una questione in sospeso.

Lex compagno di classe? ha lampato Sofia.

Non è nemmeno un ex, è un compagno di classe. Mi ha ferita tantissimo. Allora ho pensato che mi avesse tradita.

Sofia ha riso: Quarantacinque anni e ancora ci agitiamo per i tradimenti del liceo. Vai, sarà solo per vedere. Al massimo capirai che è lo stesso idiota, al minimo chiudi il capitolo.

Ho annuito, senza insistere. Poi ho aperto larmadio e ho scelto un vestito semplice: un abito blu scuro e una giacca grigia, niente di troppo appariscente, solo per non dare limpressione di voler fare scena.

Il giorno dellincontro sono uscita di casa in anticipo. In metropolitana, guardando fuori dal finestrino, immaginavo come sarebbero cambiati tutti, cosa avrebbero detto, quali domande avrebbero fatto. I volti dei compagni di classe, i soprannomi da scuola, le storie.

Il caffè era al piano terra di un centro direzionale vicino alla vecchia scuola. Interni semplici: tavoli in legno, divanetti, un bancone. Alla porta cerano già alcune figure familiari.

Laura! è corsa verso di me Ginevra, ora con gli occhiali e i capelli corti. Un abbraccio imbarazzato. Guarda chi ti ho portata.

Alle sue spalle cera un uomo di media statura, jeans e camicia chiara. Il volto mi era familiare, un po più largo, i capelli con qualche grigio alle tempie.

Ciao, ha detto Andrea. Felice di vederti.

Ho annuito, sentendo dentro un vecchio nodo tirarsi.

Ciao.

Già dieci persone erano sedute. Alcuni più panciuti, altri più snelli, ridevano, mostrano foto sui telefoni, ricordavano i professori. Mi sono sistemata ai lati del tavolo, pronta a scappare se serviva.

I primi trenta minuti sono stati chiacchiere normali: Che lavoro fai?, Quanti figli?, Dove abiti?. Qualcuno parlava di trasferirsi in periferia, altri dei mutui. Io ho parlato del mio studio contabile, del figlio e degli esami. Ginevra si lamentava del capo.

E tu, che fai? ho chiesto ad Andrea, quando si è avvicinato con un succo.

Ho una piccola impresa, consulenze contabili e automazione per le PMI. Sempre una corsa allultimo minuto, sempre un incendio da spegnere, ha risposto.

Ah, anchio faccio contabilità per piccole aziende, bilanci, scadenze ho replicato, cercando di suonare neutra.

Lui ha sorriso: Vedi, la vita ci ha messo su sentieri simili.

Poi qualcuno ha alzato un brindisi per la nostra classe migliore e per la nostra amicizia. Bicchieri hanno tintinnato.

A un certo punto la conversazione è tornata ai tempi del liceo. Qualcuno ha ricordato le scappate durante le lezioni di ginnastica. Ginevra, improvvisamente, ha detto: Ricordate la lettera damore sul tabellone? Era uno scandalo in tutta la scuola.

Ho sentito le spalle irrigidirsi. Ho abbassato lo sguardo sul piatto.

Sì, sì, ha continuato Sergio, il più simpatico del gruppo. Cera scritto

Non è il caso, ho sussurrato, ma era già tardi.

che Laura è innamorata di Andrea e sogna di sposarlo, ha concluso Sergio ridendo. E lhanno appeso al tabellone.

Alcuni hanno riso, altri si sono girati. Andrea, di fronte a me, mi osservava.

Non capisco chi labbia scritto, ha detto Ginevra. Quasi facciamo una rissa.

Lo so, ha risposto Andrea, improvvisamente serio. Non sono stato io, ma volevo sistemare la cosa.

Latmosfera è calata. Ho guardato Andrea negli occhi.

E chi lha messo? ha chiesto Sergio.

Andrea ha sospirato: Non sono stato io, se ne sono accorto, volevo intervenire ma non ho potuto.

E chi lha appeso? ha insistito Sergio.

Andrea ha esitato, poi ha guardato Ginevra: Tuo cugino, ricordi? Veniva spesso a scuola durante le pause. Ha visto noi due scambiarci le cassette. Gli è sembrato divertente.

Ginevra ha cornutto le sopracciglia: Sul serio? Sei sicuro?

Sì, me lha confessato dopo, ha detto Andrea. Volevo avvicinarmi a te, ma tu mi hai guardato così ha sorriso. In pratica ho tirato indietro.

Io ascoltavo, sentendo qualcosa muoversi dentro di me. Ricordavo il mio sguardo, il momento in cui mi ero allontanata da lui.

Beh, il mistero è risolto, ha commentato Sergio.

Il resto della serata è andato avanti con chiacchiere più leggere, ma per me il tempo sembrava rallentare. Ho deciso di alzarmi, dicendo che dovevo fare una telefonata. Sono salita al bancone, poi verso luscita. Fuori faceva fresco, non freddo. Ho tirato fuori il cellulare, lo ho tenuto in mano finché il respiro non si è calmato.

La porta si è aperta, e Andrea era lì.

Ti posso fare un respiro? ha chiesto.

Non è il mio quartiere, ho risposto, ma non ho contraddetto.

Ci siamo fermati a guardare le auto che passavano, le voci del caffè. Andrea ha iniziato: Non sapevo che ti avessi preso così a cuore, o più precisamente, lo immaginavo, ma pensavo che con il tempo ti fossi stancata.

Col tempo è meno doloroso, ho replicato. Ma non ho dimenticato. Tu sei rimasto lì, in silenzio. Io ho sorriso. Ho pensato che fosse colpa tua.

Sono stato un idiota, ha ammesso. Avevo sedici anni. Avevo paura di dire che mi piacevi, perché avrei dovuto fare qualcosa. Non sapevo come.

Il suo tono non era più una scusa, ma una semplice confessione, stanca di essere il cattivo nella mia storia.

Perché lo racconti ora? ho chiesto.

Perché mi stanco di essere il tuo nemico nella tua testa, ha risposto. E perché ha esitato. Voglio parlare di qualcosa di più del passato.

Di che? ho chiesto.

Di lavoro, ha detto. Seguo i tuoi post sui social, fai un ottimo lavoro. I miei clienti stanno crescendo, ma non riesco da solo. Mi serve un partner in contabilità, non solo qualcuno che ti faccia da spalla, ma chi prenda davvero in mano la direzione. Ho pensato a te.

Sono rimasta in silenzio, sentendo il cuore accelerare. Unofferta da quel ragazzo che per quasi trentanni ho considerato un traditore.

Davvero? ho chiesto.

Sì. So che suona strano, ha sorriso. Scordiamo il passato e guadagniamo insieme. Ma non è solo questo. Credo davvero che potremmo andare daccordo. Ho visto come difendi i clienti nei gruppi di chat, la tua precisione. È quello che cerco.

Mi sono ricordata dei messaggi accesi, dei casi in cui difendevo i colleghi da richieste irrealistiche. Un po di imbarazzo mi ha colto.

Quindi mi proponi di lasciare il lavoro e venire da te? ho chiesto.

Non subito. Possiamo partire da un progetto, vedere come va. Non voglio che abbandoni tutto e salti nel vuoto. Ma se funziona, potremmo creare una società insieme, in pari. ha spiegato.

Le parole in pari mi hanno colpito. A scuola lo vedevo sempre un passo avanti, più sicuro. Ora parlava di partnership.

Hai capito che ho un figlio, un mutuo, uno stipendio stabile, anche se modesto? ho detto. Non è un gioco.

Lo capisco, ha annuito. Per questo voglio partire piano. Un paio di clienti, contratto a parte. Se non ti piace, ci separiamo. Ma vedo in te un potenziale più grande del semplice bilancio.

Ho sorriso: Parli bene.

È letà e lesperienza, ha risposto. A sedici anni sapevo solo stare zitto.

Un silenzio è calato. Dentro di me cera ancora il dubbio: opportunità o paura? Non solo per il denaro, ma anche per quello che mio figlio potrebbe vedere.

Ho bisogno di tempo, ho detto.

Certo. Ti mando il piano via email. Leggilo e, se vuoi, ne parliamo di nuovo, senza la confusione della festa.

Siamo tornati al tavolo, la serata è continuata con le solite chiacchiere. Alcuni si sono alzati, altri hanno ordinato il dolce. Andrea mi lanciava sguardi, ma non ha più tirato fuori largomento.

A un certo punto Ginevra si è avvicinata: Ricordo quella lettera ero la prima a mostrarla a tutti. Devessere stato terribile per te. Ho annuito: Eravamo bambini. Se vuoi, puoi ancora scrivere il mio nome nella lista dei traditori. Ho sorriso: Credo di non aver più energia per una lista.

Verso la fine, Andrea è venuto a salutarmi, ha toccato leggermente il gomito. Grazie per essere venuta, sono davvero contento.

Anchio, ho risposto, sentendo una strana leggerezza.

In metropolitana, guardando il mioMentre il treno sferragliava verso casa, ho capito che, per la prima volta dopo tanto tempo, il futuro mi sembrava una pagina bianca pronta a essere scritta.

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La Venerabile Compagnia: Storia di Tradizione e Innovazione
Ho mandato Michele a vivere con la sua mammina