NonninaNonnina ogni mattina preparava i biscotti per i suoi nipoti, e quel giorno scoprì un segreto nascosto nel giardino.

Caro diario,

L’annuncio era già arrivato e io ero sul binario. Dopo una settimana di trasferta stavo tornando a casa. Sono salito sulla carrozza con le cuccette e ho trovato la mia cuccetta bassa. Mentre sistemavo le cose, ho sentito qualcuno avanzare nel corridoio col fiatone. Mi sono voltato: davanti a me c’era una signora anziana, con una valigia a rotelle che sembrava più uno zaino, un cappotto autunnale e un fazzoletto colorato in testa, che cercava di riprendere fiato.

«Ecco, ho pensato, la nonna sarà la mia vicina e adesso mi chiederà la cuccetta bassa». Invece, appena ha ripreso a respirare, mi ha detto: «Guarda, figliolo, mi risulta che la mia sia quella bassa». Ed era vero. Ha cominciato a trafficare con le sue cose. Ho notato che doveva avere oltre settant’anni. «Mah, ho pensato, a quest’età si mettono a viaggiare, perché non se ne stanno a casa?». Poi si è seduta sulla cuccetta, composta, con le mani in grembo, come una scolaretta. Gli altri salivano, ma i posti in alto erano vuoti, così mi sono rassegnato: avrei passato il viaggio con una signora anziana con cui non avrei saputo cosa dire.

Il treno è partito. Dopo un po’ è passato l’addetto alle cuccette e ha portato le lenzuola. Lei si è messa subito a rifare il letto, con cura, poi è tornata a sedersi e ha parlato per prima. «Non sono abituata a questo letto. A casa ho il mio letto morbido, qui mi si indolenziranno le ossa. Non viaggio più dai tempi della gioventù, e ormai non speravo nemmeno di rimettermi in viaggio». Ho annuito e sono rimasto in silenzio.

«Mi chiamo Gelsomina Fabbri. E tu?». «Vittorio». «E di cognome?». «De Santis. Ma mi chiami Vittorio». «Va bene, sei giovane, posso darti del tu. Vai a trovare qualcuno?». «Perché a trovare? Torno a casa dalla trasferta». «Ah, torni a casa, è bello. Io invece a quest’età esco di casa». A un tratto è rimasta in silenzio e ha guardato fuori dal finestrino. Mi è parso che avesse gli occhi lucidi, anche se non piangeva. Mi sono vergognato di come l’avevo giudicata. Per rimediare le ho chiesto: «E lei, torna a casa o esce di casa?». «Esco, figliolo, esco. È soltanto poco più di un giorno di viaggio, ma la strada mi mette inquieta». «E va a trovare qualcuno?». «Vado da mia figlia». Ha tirato fuori un fazzoletto e si è asciugata una lacrima. «Dovrebbe essere contenta, e piange». «Lo sono. Sono cinque anni che non vedo mia figlia, credevo di non rivederla più». «Vi eravate perse?». «Ci siamo perse, figliolo, per nostra volontà. I caratteri, l’orgoglio: da giovani non ci davano pace. Per questo non ci siamo viste per tanti anni. Appena mia figlia è diventata grande, non siamo più andate d’accordo. L’ho cresciuta senza padre, ne è successo di tutti i colori: litigavamo spesso. La prima volta si è sposata per farmi dispetto, ma il matrimonio non è riuscito. Io non l’ho sostenuta con una parola buona, l’ho rimproverata. Così abbiamo litigato per tutta la vita. Ha messo mia nipote contro di me, faceva sempre il contrario di quello che dicevo io. Cinque anni fa ha venduto l’appartamento, è partita e non ha detto dove. Sono andata anche dai carabinieri a chiedere notizie, perché ero in pensiero: era partita con mia nipote. Poi si è fatta viva, mi ha scritto che stava bene, che si era sposata, ma che non la cercassi e non andassi mai da lei. Con questo peso sono vissuta tutti questi anni. In questo periodo ho capito che anche io sbagliavo. Che non mi ascoltasse, che fosse arrabbiata, pazienza: è sempre mia figlia».

«Un anno fa è arrivata una lettera di Fiorella, così si chiama mia figlia. Mi ha scritto dove abita, che ha divorziato da tempo, che è già nonna, e mi chiedeva come stavo. Ho pianto tutta la notte, poi le ho scritto che senza di loro non vivo. Dopo ci siamo sentite al telefono, abbiamo parlato e abbiamo capito che la colpa era di tutte e due. A mia nipote Fiammetta è nato un bambino: mio bisnipote. Fiorella la aiuta in tutto, e con il lavoro che ha non può muoversi… così ha chiamato me. E io? Ho fatto fagotto, ho lasciato detto alla vicina di badare alla casa e di accendere il riscaldamento se faceva freddo. Poi ho preso la valigia e ho deciso di andare da mia figlia. Perché non so quanto tempo mi resta, e voglio rivederla».

Intanto io stavo zitto. Pensavo a mia madre, che vado a trovare troppo di rado. Abita in un paese, e lì vive anche mia sorella maggiore. Ho sempre pensato che bastasse lei a badare a nostra madre. Ma dopo quel racconto ho sentito un peso nel petto, una malinconia: sono suo figlio, anche lei mi aspetta, vorrebbe vedermi più spesso.

Con Gelsomina abbiamo parlato per tutto il viaggio, e il tempo è volato. L’ho aiutata a scendere. Ho notato una donna carina, che guardava nella nostra direzione con apprensione. Mi sono tirato in disparte. Madre e figlia si sono incontrate con lo sguardo, si sono abbracciate e non si staccavano più. Piangevano entrambe. È stato un incontro talmente commovente che non ho avuto dubbi: per loro andrà tutto bene. Anzi, ormai va già bene.

Mi sono allontanato, volevo calmare la commozione. Dopo questo incontro ho capito un sacco di cose. Ho tirato fuori il telefono e ho chiamato mia madre. Volevo solo dirle: «Mamma, sono arrivato, sono qui. Nel fine settimana aspettami: vengo a trovarti».

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