Irene non guardava la tavola apparecchiata, né le ciotole d’insalata, né il tagliere di legno con i resti del pane, né la grande pentola da cui la nuora si stava già servendo la seconda porzione: guardava solo suo marito. Sergio sedeva a un capo del tavolo, leggermente curvo, con i gomiti accanto alla zuccheriera. Vedendo la moglie, non si era alzato, non si era imbarazzato e non aveva nemmeno provato a far finta che fosse tutto accaduto per caso: si era solo passato lentamente il palmo sul mento e aveva distolto lo sguardo, come se sperasse che Irene affrontasse prima da sola la sua famiglia e che con lui avrebbe parlato più tardi. Ed era proprio quella sicurezza indifferente a irritarla di più. Irene era tornata a casa molto più tardi del solito: quella sera aveva dovuto passare dal laboratorio per ritirare il telefono dopo la sostituzione del vetro, poi era corsa in ferramenta per i nuovi filtri dell’acqua, e davanti al portone aveva aspettato una decina di minuti che la vicina scaricasse l’ascensore.

Da quando in qua i tuoi parenti fanno colazione, pranzo e cena a mie spese, e per giunta comandano in casa mia?

In cucina si fece un silenzio tale che si sentiva l’acqua del rubinetto cadere piano, goccia dopo goccia, nel lavandino.

Giulia Rinaldi era in piedi nel corridoio stretto, ancora con il cappotto autunnale addosso e la borsa pesante a tracolla. Non guardava la tavola apparecchiata, non guardava le ciotole con l’insalata, non guardava il tagliere di legno su cui restavano i pezzi di pane, e nemmeno la pentola grande da cui la cognata si era appena servita una seconda porzione. Guardava soltanto suo marito.

Marco Rinaldi sedeva al bordo del tavolo, leggermente curvo, con i gomiti appoggiati vicino alla zuccheriera. Quando aveva visto la moglie, non si era alzato, non si era imbarazzato e non aveva nemmeno provato a far finta che fosse tutto successo per caso. Si era limitato a passarsi una mano sul mento e a guardare da un’altra parte, come se sperasse che Giulia sistemasse prima la faccenda con i suoi parenti e che con lui ne avrebbe parlato magari più tardi. Era proprio quella sicurezza indifferente a irritarla più di ogni altra cosa.

Quella sera Giulia era rientrata molto più tardi del solito. Aveva dovuto passare da un centro assistenza per ritirare il telefono dopo la sostituzione del vetro, poi era entrata in ferramenta a comprare i filtri nuovi per l’acqua e, davanti al portone, aveva aspettato una decina di minuti che la vicina liberasse l’ascensore. Mentre saliva al suo piano, pensava soltanto a una cosa: togliersi gli stivali pesanti, raccogliere i capelli in uno chignon comodo e finalmente sedersi in silenzio. La giornata era stata stancante, c’era stato troppo rumore in giro, e lei desiderava solo un po’ di pace, un posto dove nessuno le chiedesse nulla.

Però la pace finiva già davanti alla porta di casa. Dall’appartamento uscivano voci forti: una risata maschile, il tintinnio delle forchette, un urlo di bambino e poi un tono sicuro, da chi si sente nel proprio diritto:

— No, la prossima volta bisogna prendere due confezioni grandi, perché questa non basta per tutti.

All’inizio Giulia non capì nemmeno che stavano parlando del suo appartamento. Si fermò sullo zerbino, raddrizzò la schiena e girò lentamente la chiave nella serratura. Dentro c’era odore di carne arrostita, d’aglio e di qualcosa di dolce. Nell’ingresso c’erano scarpe sconosciute, stivali con il tacco e le scarpe da ginnastica del nipote. Sul pouf era buttata la giacca di Alessandro. All’attaccapanni c’era il gilet chiaro di Vittoria, quello che la cognata portava ormai da due inverni e che non appendere mai, ma lasciava sempre dove capitava.

Giulia chiuse la porta senza far rumore e guardò la mensola sotto lo specchio. Le sue chiavi di riserva non c’erano più. Fu la prima piccola cosa che le diede fastidio. Si chinò, aprì il mobiletto delle scarpe e vide un monopattino che non poteva certo essere finito lì da solo. Allora non erano passati per cinque minuti. Allora si erano sistemati per bene, e per un bel po’.

Fece qualche altro passo e notò sul piano della cucina le buste della spesa. Quella mattina le aveva lasciate lì pensando di sistemarle la sera: pollo fresco, verdura, pasta, riso, burro, yogurt, un bel pezzo di formaggio stagionato, frutta. Tutto calcolato per una settimana, così da non dover correre ogni giorno al supermercato dopo il lavoro. Adesso le buste erano aperte, una era persino rovesciata, con della verdura appassita che spuntava fuori, e accanto c’era un brick di succo di frutta già aperto.

In cucina, come se fossero a casa propria, c’erano i parenti di suo marito. Alessandro Rinaldi, il fratello maggiore di Marco, con sua moglie Vittoria Rinaldi e il loro figlio Davide Rinaldi. Vicino alla finestra, su uno sgabello, c’era Ginevra Rinaldi, la madre di Marco, già con la cardigan di casa, come se non fosse passata per una cena ma si fosse trasferita lì per il fine settimana. Davanti a ognuno c’era un piatto fondo. Al centro del tavolo, carne al forno, patate, insalata, formaggio tagliato a fette, pane e barattoli di conserve aperti che venivano dalla sua dispensa.

Sembrava tutto così naturale che chiunque avrebbe pensato che Giulia avesse invitato tutti, avesse cucinato tutto e si fosse soltanto trattenuta al lavoro.

— Oh, è arrivata Giulia — disse per prima la suocera, con un tono come se la padrona di casa dovesse scusarsi per il ritardo. — Noi intanto ci siamo seduti a cena. Perché hai girato tanto?

Giulia non rispose subito. Guardò il tavolo: le sue due teglie di vetro per gli sformati erano vuote accanto ai fornelli. Avevano aperto il frigorifero, preso quello che era già pronto e non si erano nemmeno sognati di chiedere il permesso. Il formaggio che lei comprava per le colazioni era già a metà. Le arance erano tagliate a spicchi. Lo yogurt di Davide era aperto e il bambino lo spalmava con il cucchiaio sul bordo del piatto, senza nemmeno finirlo.

— Siamo passati per mezz’ora — disse Alessandro in tono allegro, masticando a bocca piena. — Dovevamo accompagnare la mamma per delle commissioni, e allora abbiamo deciso di fermarci un po’. Marco ha detto che da voi c’è di tutto.

«Da voi c’è di tutto». Non «si può?». Non «siamo passati e abbiamo portato qualcosa». Non «ti rimborsiamo». Solo: da voi c’è di tutto.

Marco finalmente alzò lo sguardo verso la moglie.

— Giulia, non cominciare dalla porta, va bene? Non si trattengono.

Fu quella la goccia che fece traboccare il vaso. Non una domanda, non un tentativo di spiegare, ma un’osservazione stanca, come se fosse lei quella che stava per rovinare una bella serata di famiglia.

Giulia appoggiò la borsa sul comò, si sbottonò il cappotto, ma non se lo tolse. Fece qualche passo in avanti e si fermò in modo da vedere tutti. In quel momento Vittoria, senza accorgersene o facendo finta di niente, disse tranquilla alla suocera:

— Nel fine settimana dovremo prendere di nuovo il pollo, più patate e quei pomodori. Quelli dell’altra volta erano ottimi.

Giulia la guardò. Poi guardò il marito. Poi di nuovo il tavolo. Nessuno dei due batté ciglio. Discutevano del suo frigorifero, delle sue provviste, del suo spazio, come se lei fosse una persona estranea.

— Dev’essermi sfuggita una cosa — disse Giulia con voce piatta e calma. — Da quando in qua la mia cucina è diventata un posto per i vostri ritrovi di famiglia senza che io ne sappia nulla?

Ginevra appoggiò la forchetta al bordo del piatto.

— Giulia, perché subito questo tono? Non siamo mica estranei.

Giulia non voltò nemmeno la testa.

— Ho fatto una domanda a mio marito.

Marco sospirò pesantemente e allontanò il piatto da sé.

— La mamma aveva una visita dal dottore qui vicino. Alessandro e Vittoria l’hanno accompagnata. Il piccolo aveva fame. Abbiamo deciso di passare da qui, perché è il posto più vicino. Cosa c’è di così strano?

— Cosa c’è di strano? — Giulia inclinò leggermente la testa e fece un breve sorriso. — Cioè, aprire il mio frigorifero, prendere le mie provviste, mangiare quello che avevo comprato per tutta la settimana, mettere il bambino al mio tavolo e discutere di cosa bisogna «prendere di più la prossima volta» per te è una cosa da niente?

— Non esagerare — intervenne Vittoria. — Non siamo mica gli ultimi bocconi.

Giulia si voltò lentamente verso di lei.

— E chi ha detto che è una questione di quantità?

Vittoria per un attimo tacque, poi alzò le spalle.

— Ma dai, Giulia. Perché questa reazione? Sono parenti. Non sono mica entrati degli sconosciuti.

Alessandro la sostenne con una risatina:

— Parli come se avessimo fatto irruzione in casa di gente che non conosciamo.

Giulia lo guardò in modo così chiaro che lui smise subito di sorridere.

— Ed è esattamente quello che avete fatto. Senza una telefonata. Senza un invito. Senza il mio consenso.

Davide guardò confuso prima la madre e poi il padre. Ginevra allungò la mano verso il bicchiere dell’acqua, come se all’improvviso le fosse seccata la gola. Marco si alzò da tavola.

— Basta. Non fare spettacolo davanti a tutti.

— Davanti a tutti? — Giulia si girò verso di lui. — E quando aprivate i miei contenitori, prendevate carne, verdura, formaggio e succo, pensavi anche a «davanti a tutti»? O allora ti stava bene pensare che non me ne sarei accorta?

— Pensavo che non avresti fatto una storia per del cibo.

— Non per il cibo, Marco. Per il fatto che ancora una volta hai deciso tutto alle mie spalle. E hai permesso agli altri di fare altrettanto.

Quella parola, «ancora», rimase sospesa in modo molto chiaro. Perché non era la prima volta.

All’inizio era sembrata una cosa normale, innocua. Quando si erano sposati e si erano sistemati in quell’appartamento, che a Giulia era arrivato in eredità da sua nonna, Marco era stato prudente e persino riconoscente. Ripeteva spesso che erano fortunati, che non dovevano pagare l’affitto, che avevano finalmente un angolo tutto loro. Giulia non aveva dato peso al fatto che lui, molto presto, aveva smesso di dire «casa tua» e aveva cominciato a dire «casa nostra». Le era sembrato naturale. Il marito, la famiglia, la vita insieme.

Poi erano arrivate le richieste.

— La mamma passa un’ora o due.

— Alessandro deve aspettare fino a sera.

— Vittoria lascia Davide mentre fa una commissione.

— Restiamo un po’, non ti dispiace?

All’inizio Giulia non si oppose. Cercava di essere una padrona di casa paziente e gentile, di non creare pretesti per litigare per ogni piccolezza. Una volta offrì la cena. Un’altra volta offrì un caffè e dei biscotti. La terza volta tornò dal lavoro e trovò la suocera in cucina, che le disse:

— Ho scaldato un po’ di minestra, tanto aspettavo te.

Poco dopo Ginevra aveva le sue pantofole nell’ingresso. Poi Alessandro chiese a Marco le chiavi, perché «doveva portare degli attrezzi e voi non c’eravate». Quella volta Giulia parlò chiaramente con suo marito. Era in piedi davanti all’armadio, con il mazzo di chiavi in mano, e gli chiese a voce bassa ma decisa:

— Chi ha dato le mie chiavi a tuo fratello?

— Gliele ho date per un po’. Perché questa reazione?

— Non ti è venuto in mente di chiedermelo?

— Giulia, è mio fratello.

— E questa è casa mia.

Allora Marco era andato in giro cupo per giorni e l’aveva rimproverata di essere troppo rigida. Ginevra, per una settimana, le aveva parlato come se Giulia avesse cacciato al freddo delle persone indifese. Però le chiavi, quella volta, le aveva ritirate. Aveva sperato che la storia fosse finita lì.

Invece non era finita.

A poco a poco i parenti di suo marito avevano smesso di chiedere il permesso anche per le cose più piccole. Una volta Vittoria era arrivata con il figlio e, mentre Giulia era sotto la doccia, aveva aperto il congelatore e tirato fuori i piatti pronti fatti in casa. Con un sorriso aveva spiegato che il bambino aveva fame. Un’altra volta Alessandro era entrato «per un momento» ed era rimasto mezzo pomeriggio in salotto a guardare la televisione, mentre Ginevra in cucina spostava i barattoli della dispensa perché le sembrava più comodo. Giulia aveva notato che il barattolo dello zucchero era su un ripiano diverso e si era fermata a guardarlo, perché non capiva più dove finiva l’ospitalità e dove cominciava l’invasione.

Marco ripeteva sempre le stesse frasi: «Non esagerare. Non fanno niente di male. È temporaneo. Te la prendi troppo a cuore». La cosa peggiore era che lo diceva con calma, con una voce quasi gentile. Non alzava il tono, non discuteva apertamente. Semplicemente, passo dopo passo, faceva finta che il malessere di sua moglie fosse un capriccio senza fondamento. E quella calma rendeva tutto ancora più difficile. L’antipatia aperta è più facile da chiamare antipatia. Qui, invece, tutto veniva nascosto dietro la solita scusa: è famiglia, sono passati, hanno mangiato, si sono riposati, hanno chiacchierato. Che problema c’è?

Ma nelle ultime settimane era diventato tutto evidente. La suocera non chiamava più Giulia, chiamava Marco, e poi lui metteva la moglie davanti al fatto compiuto:

— La mamma domani viene.

— Alessandro e Vittoria sabato saranno qui vicino, passano.

— Lasciano il piccolo per qualche ora.

Quel «lasciano» suonava come se parlassero di una cosa da appoggiare nell’ingresso, non di un bambino che aveva bisogno di attenzione, di cibo e di qualcuno che dopo raccogliesse i giocattoli e le briciole. Due giorni prima Giulia aveva scoperto che qualcuno aveva preso dall’armadio un set nuovo di lenzuola e asciugamani, quelli che lei aveva comprato per le occasioni speciali. Sapeva esattamente dove erano. Quella mattina nel frigorifero mancavano la panna acida e il burro, anche se Marco non metteva mai mano ai fornelli. Quando glielo aveva chiesto, lui aveva risposto troppo in fretta e con troppa naturalezza:

— Probabilmente la mamma è passata ieri. Non te l’ho detto?

No, non glielo aveva detto.

E adesso erano tutti seduti al suo tavolo, finivano le sue provviste e progettavano con calma cosa sarebbe stata costretta a comprare la volta successiva.

Giulia lasciò scorrere di nuovo lo sguardo su tutti. Non era agitata, non alzava la voce, non cercava appoggi. Dentro di sé sapeva che così non poteva andare avanti.

— Ripeto la mia domanda — disse con fermezza. — Da quando in qua i tuoi parenti mangiano a mie spese, e per giunta comandano in casa mia?

A tavola tornò il silenzio. Anche Davide smise di frusciare con la carta del biscotto.

Vittoria fu la prima a cercare di recuperare sicurezza:

— Adesso esageri. Questo è un comportamento ineducato.

— No — rispose Giulia. — Ineducato è venire a casa di un altro senza invito, aprire il frigorifero di un altro e programmare cosa deve comprare la padrona di casa per la prossima volta.

— Giulia, calcola le parole — disse Alessandro con durezza.

Lei lo guardò con un’espressione così tranquilla e precisa che lui si fermò da solo.

— Le peso eccome. A differenza di voi.

Ginevra batté le mani.

— Mio Dio, ma cosa stai combinando? Tutto questo per niente. Siamo la famiglia di Marco!

— E io non sono la domestica della vostra famiglia — tagliò corto Giulia. — E non sono il portafoglio comune che si può aprire in silenzio quando vi pare.

Marco si avvicinò.

— Ti sei fatta condizionare fin troppo da questa situazione.

— No. Mi è semplicemente finita la pazienza, e non ho più intenzione di sopportare quello che avete trasformato in un’abitudine.

— È solo una cena!

— Non è solo una cena. Sono le vostre regole, stabilite in casa mia. Senza il mio consenso.

Si avvicinò al tavolo, prese la lista della spesa che aveva lasciato la mattina sotto una busta di frutta. Qualcuno ci aveva appoggiato sopra il fondo bagnato di una tazza. Giulia alzò il foglio e lo mostrò al marito.

— Vedi? Ho comprato tutto questo ieri sera. Con i miei soldi. Per una settimana, per la nostra famiglia. Per me. Non per i vostri incontri improvvisati. E tanto meno per sentire consigli su cosa devo comprare in quantità maggiore.

Vittoria strinse le labbra.

— Chi l’avrebbe mai detto che per un po’ di cibo normale si sarebbe scatenato un litigio simile.

Giulia si voltò verso di lei.

— E chi l’avrebbe mai detto che una donna adulta entra in casa di un altro, si siede al tavolo di un altro e dice alla padrona di casa quanto cibo deve comprare per il futuro?

Alessandro era visibilmente rosso.

— Adesso stai offendendo degli ospiti.

— No, Alessandro. Sto chiamando le cose con il loro nome.

Marco voleva aggiungere qualcosa, ma Giulia alzò una mano, impedendogli di interromperla.

— No. Adesso parlo io. E ascoltatemi bene, così dopo nessuno potrà dire di aver capito male.

Si tolse la borsa dalla spalla e la posò sul tavolino dell’ingresso. Poi si tolse il cappotto e lo appese con cura all’attaccapanni, come a far capire a tutti che era a casa sua e non aveva nessuna intenzione di andarsene. Poi tornò in cucina e guardò lentamente la tavola, i piatti sporchi, gli avanzi, le briciole sulla tovaglia.

— In questo appartamento non entrate più senza un mio invito personale. Nessuno di voi. Né la mamma, né il fratello, né Vittoria, né il bambino. Nessuno prende qui cibo, piatti, oggetti o biancheria. Nessuno lascia qui le sue pantofole e le sue buste. E nessuno decide cosa devo comprare e come devo vivere. È chiaro?

Ginevra si alzò dallo sgabello, con il mento che tremava.

— Marco… senti cosa dice? Ci sta cacciando!

Marco spostò il peso da un piede all’altro, con il viso pallido.

— Giulia, torna in te. Adesso è troppo. Sono la mia famiglia.

— Questa è casa mia, Marco — disse Giulia con una calma straordinaria, ma con una voce così decisa che nessuno osò interromperla. — La casa che ho ricevuto dalla mia famiglia. Che mantengo, pulisco, sistemo e pago con i miei soldi. Se credi che i tuoi parenti abbiano il diritto di entrare qui come se fossimo a casa loro e di fare i padroni nella mia cucina, ti sbagli di grosso.

— Anch’io vivo qui! — alzò il tono Marco.

— Vivi — ammise Giulia. — Ma questo non rende l’appartamento proprietà comune di tutta la tua famiglia. E non ti dà il diritto di dare via le mie cose e le mie provviste senza il mio permesso.

Alessandro si alzò senza dire niente, spostando la sedia con un rumore secco.

— Andiamo — disse a sua moglie. — Vedi che non siamo benvenuti. Qui contano ogni boccone.

— Esatto, Alessandro — rispose Giulia. — Conto il mio lavoro e i miei soldi. Perché non mi regalano niente. E non ho nessuna intenzione di mantenere persone adulte e sane che non si degnano nemmeno di chiedere il permesso.

Vittoria prese in fretta la borsa e tirò Davide per mano. Ginevra si tolse la cardigan con calma, sospirando e scuotendo la testa, come se avesse appena assistito a una grande ingiustizia.

— Non me lo sarei mai aspettato da te, Giulia — disse la suocera mentre si abbottonava il cappotto nell’ingresso. — Siamo venuti con il cuore in mano. Come si viene in famiglia.

— Con il cuore in mano si viene con un regalo e su invito, Ginevra — rispose Giulia, ferma accanto alla porta. — Senza invito e con pretese, si viene con un altro scopo.

Quando la porta di casa si chiuse finalmente alle spalle dei parenti, nell’ingresso calò un silenzio vero. Marco era rimasto in mezzo alla cucina. Guardava la tavola ancora apparecchiata, i piatti sporchi, le confezioni aperte, ma non osava toccare nulla.

— Capisci quello che hai fatto? — disse a bassa voce, senza alzare gli occhi. — Hai rovinato i rapporti con tutta la mia famiglia. Adesso loro non metteranno più piede qui.

Giulia entrò in cucina, prese un bicchiere vuoto dal tavolo e lo mise nel lavandino.

— Non metteranno piede qui senza il mio consenso. Ed è esattamente quello che volevo.

— Penseranno che sei avida e crudele!

— Mi importa poco di cosa pensano le persone che trovano normale prendere ciò che non è loro senza permesso — rispose. — Quello a cui dovresti pensare tu è come andremo avanti noi.

Marco alzò lo sguardo, sorpreso.

— Cosa vuoi dire?

— Voglio dire che hai sostenuto questo caos in piena coscienza — disse Giulia. — Hai dato loro le chiavi. Hai dato loro le mie provviste. Hai detto che «in casa c’è di tutto», quando tu non avevi messo nemmeno la metà del necessario. Hai fatto finta di non vedere la mia stanchezza. E ogni volta che cercavo di parlarne con calma, mi convincevi che il problema ero io.

— Volevo solo evitare una lite!

— No, Marco. Volevi essere la brava persona per tutti a mie spese. Per la mamma, per il fratello, per la cognata. Volevi fare il padrone di casa generoso in un appartamento che non è tuo, e comprarti l’affetto della tua famiglia con i soldi che guadagnavo io.

Marco aprì la bocca per dire qualcosa, ma non uscì nessuna parola. Abbassò le braccia e si sedette di nuovo sulla sedia al bordo del tavolo, proprio nella stessa posizione in cui era quando Giulia era entrata.

— Domani mattina — disse Giulia, raccogliendo da terra il brick di succo ormai vuoto — devi prendere tutte le chiavi di questo appartamento che hai dato ai tuoi parenti e riportarle a me. Tutte quante.

— E se la mamma non vuole?

— Allora dopodomani chiamo un fabbro e faccio cambiare tutte le serrature della porta. A tue spese.

Marco rimase in silenzio.

— E un’altra cosa — aggiunse Giulia, fermandosi davanti alla porta della cucina. — Se hai intenzione di continuare a dividere la vita con me, da domani facciamo un budget familiare chiaro. La metà di tutte le spese per il cibo, le bollette e la casa la metti all’inizio del mese. Non «dopo», non «quando riesco», ma esattamente il primo del mese, in euro. Se non ti sta bene, puoi sempre prendere in affitto un altro posto e invitare la tua famiglia lì, tutti i giorni.

— Mi stai mettendo un ultimatum? — provò a protestare Marco.

— No, Marco. Sto solo riportando ordine e rispetto nella mia casa.

Uscì dalla cucina, andò in camera da letto e finalmente si cambiò, mettendosi una vestaglia comoda. Per la prima volta dopo mesi, nell’appartamento c’era un silenzio vero, tranquillo. Non si sentivano risate estranee, né passi pesanti, né quel senso di colpa che le veniva quando, semplicemente, voleva riposare in casa sua.

Quella sera Marco sparecchiò in silenzio, lavò tutti i piatti, mise gli avanzi nei contenitori e portò fuori la spazzatura. Non cercò di riaprire il discorso, non si lamentò, non inventò scuse. Aveva capito una cosa: la donna paziente e tranquilla che aveva sempre creduto arrendevole non avrebbe più permesso a nessuno di camminarle addosso.

Il giorno dopo Ginevra telefonò parecchie volte al figlio, pretendendo che lui «mettesse ordine in casa» e costringesse la moglie a scusarsi con tutta la famiglia. Ma Marco, per la prima volta in vita sua, rispose in modo asciutto e breve. E restituì tutte le chiavi quella sera stessa.

I parenti parlarono a lungo di quella storia, descrivendo Giulia come una donna fredda e troppo severa. Ma nessuno venne più al suo appartamento senza chiamare prima. Nessuno aprì più il frigorifero senza permesso. Nessuno organizzò più spese a spese altrui.

E Giulia, finalmente, poté tornare dopo una giornata di lavoro in un posto dove la aspettavano il vero calore, il rispetto e la sua pace.

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Sei un Mostro, Mamma! I Figli non sono per chi è così!