Acqua con limoneIl sapore aspro del limone le ricordava le estati trascorse in Sicilia, quando la nonna preparava la stessa bevanda per rinfrescare le lunghe giornate di sole.

Giulia Moretti non la beve da più di dieci anni.

La evita. Come si evitano le vecchie ferite. Come non si entra in quel bar dove ti hanno infilato l’anello al dito e poi te l’hanno strappato via. Come non si guardano più i film che guardavate insieme.

L’acqua con il limone era diventata il simbolo di una perdita. Di qualcuno che non sarebbe tornato. Di qualcuno che, in fondo, non vuoi che torni.

Giulia ricordava tutto come se fosse ieri. Nei minimi particolari.

Grecia.

Erano arrivati a Santorini a fine maggio. Marco aveva detto:

– Sarà la vacanza più bella della tua vita.

Lei aveva ventotto anni. Lui trentadue. Stavano insieme da otto mesi. Lei aveva già messo lo spazzolino da denti a casa sua. Lui conosceva le sue amiche.

Tutti erano sicuri: il matrimonio era vicino.

L’hotel Amara non era il più caro, ma era accogliente. Mura bianche, acqua blu in piscina, palme curate da un giardiniere dagli occhi tristi.

Camera al terzo piano, vista mare.

Vero: dal rubinetto usciva acqua arrugginita, il condizionatore funzionava a singhiozzo, i vicini di sopra facevano rumore la notte.

Eppure erano felici.

Almeno, così era sembrato a lei.

Il primo giorno lui ordinò un’acqua frizzante al limone.

– L’hai mai provata? – chiese, socchiudendo gli occhi.

– No.

– È il sapore dell’amore.

Lei rise.

E lui, Marco Ferri, non scherzava.

Credeva davvero nei segni, nelle coincidenze, nel fatto che se bevi quell’acqua al tramonto, l’amore dura per sempre.

E la bevvero. Direttamente dalla bottiglia, passandosela.

Acida, dolce, le bollicine che solleticavano la lingua.

Lui la guardava con occhi innamorati. Lei ci affogava, senza ritegno.

– Facciamo in modo di bere sempre quest’acqua al limone, – disse sognante.

– Facciamo, – rispose lei, senza sapere che quel sapore sarebbe diventato la sua condanna.

Tornati a casa, tutto cominciò ad andare storto. Lui si fece più freddo. Disdisse un incontro, poi un altro, poi smise di chiamare, poi rispondeva ogni tanto.

Lei sopportò. Pensava: il lavoro, la crisi, la depressione.

Un mese dopo lui disse:

– Ho bisogno di stare solo, di pensare.

Due mesi dopo:

– Non chiamarmi più.

Tre mesi dopo sparì, senza dire una parola.

Il telefono taceva. Gli amici dicevano che non sapevano dove fosse.

La madre di Marco, a denti stretti, diceva in cornetta:

– Mio figlio non vuole parlarti. Non chiamare più. Non tormentare né lui, né te stessa.

Lei non chiamò. Aspettò. Un anno.

Poi sposò un altro. Un uomo buono, affidabile, ma assolutamente ordinario.

Non beveva acqua al limone, non la guardava con occhi innamorati, non le diceva: “Sei la mia vita”.

Semplicemente c’era. Portava lo stipendio, faceva qualche lavoro in casa quando lei glielo chiedeva.

E lei decise che quello era l’amore. Calmo, quotidiano, adulto.

Né carne né pesce.

Lei ebbe una bambina. Lui fu contento, ma in modo distaccato, come se la bambina fosse un mobile appena comprato all’Ikea.

Dopo cinque anni divorziarono.

Lei non poteva più vivere in quella palude. Così diceva.

Non per l’acqua al limone, non per la Grecia, non per i ricordi.

Semplicemente aveva capito che un matrimonio noioso è una gabbia.

Non era un uccello. Era soltanto una donna. E voleva vivere. Non esistere.

Rimase sola. Con la bambina, con la gatta e con la sensazione che la vita fosse un fallimento.

Contabile in una piccola azienda, un appartamento col mutuo, una macchina che si rompeva in continuazione. Le amiche erano andate via, la madre era morta, il padre non l’aveva mai conosciuto. La bambina. E la gatta.

L’acqua al limone non la beveva. E nemmeno qualsiasi cosa che le ricordasse, anche lontanamente, quel sapore maledetto.

Al ristorante ordinava cola, succo, minerale liscia. A tutti aveva raccontato di essere allergica ai limoni, perfino al loro odore.

– Da quando?

– Da molto.

Nessuno sapeva la verità. La verità era troppo stupida per una donna di quarant’anni.

In realtà aveva paura dell’acqua. Del limone. Delle bollicine.

E dei ricordi.

Una volta si sorprese a non ricordare il suo viso.

Era seduta in cucina a bere il tè. La figlia faceva i compiti. La gatta dormiva sul davanzale.

E lei all’improvviso pensò: “Com’era il suo naso? Dritto o con una gobba? E gli occhi? Marroni o verdi? E i capelli? Scuri o chiari?”

Non lo ricordava.

Ricordava solo l’acqua al limone.

Una sera entrò al Conad. Pane, latte, uova, cibo per la gatta. E all’improvviso, sullo scaffale delle bevande, la vide. L’acqua al limone. Uguale a quella di Santorini. La stessa etichetta gialla, con il limone tagliato a metà. Le stesse bollicine che ballavano dentro.

Prese la bottiglia in mano. La tenne. La rimise giù. Si allontanò. Tornò indietro. La riprese.

– Signora, la prende? – le chiese un giovane in divisa, mentre scaricava casse.

– No, – rispose, e uscì.

Per tutta la strada di casa pensò all’acqua. A lui. Alla Grecia. A quanto fosse stupido avere paura di qualcosa che non c’era più.

La notte non riuscì a dormire. Sdraiata sul divano, guardava il soffitto, ascoltava la figlia rigirarsi nella stanza. Arrivò la gatta, le si accovacciò sul petto e fece le fusa. Silenzio.

All’improvviso saltò su, si mise la giacca sulle spalle, infilò le ciabatte, prese le chiavi e uscì.

Al Conad comprò quell’acqua al limone. Una bottiglia. Nient’altro.

Tornò a casa, andò in cucina, prese un bicchiere. Uno normale, di vetro spesso, senza disegni. Fece un respiro profondo. Aprì la bottiglia. Ci fu un sibilo: le bollicine che scappavano.

Versò mezzo bicchiere. La annusò. Odorava di Grecia. Di mare. Di giovinezza. Di dolore. Di quel tramonto in cui lui aveva detto: “È il sapore dell’amore”.

Bevve.

E… non successe niente.

Non tornarono i ricordi. Non vennero le lacrime. Il cuore non si strinse. Era soltanto un’acqua frizzante al limone. La più normale del mondo.

La bevve tutta, buttò la bottiglia nella spazzatura, lavò il bicchiere e lo mise nello scolapiatti. Andò a letto e per la prima volta dopo anni si addormentò senza sonniferi.

La mattina si svegliò con un sorriso.

– Mamma, che hai? – la figlia notò il cambiamento.

– Niente.

– Sei strana.

– Sono normale. Ho dormito bene.

Tutto il giorno fu un giorno buono. Non come al solito: la mattina il peso, a mezzogiorno la stanchezza, la sera l’odio per la gente.

Oggi si sentiva leggera. Libera. Come se avesse buttato via lo zaino che si portava dietro da più di dieci anni.

La sera comprò un’altra bottiglia, quella solita. La bevve. Sorrise.

– Ridicola, – si disse. – Ma di cosa avevo paura?

Capì che l’acqua al limone non era la sua nemica. Il nemico era nella sua testa. E continuava a sussurrarle: “Non berla, altrimenti ricordi, non riesci a dimenticare e ricominci a soffrire”.

E invece no: aveva bevuto, ed era rimasta intera. Anzi, calma e felice.

Aveva dimenticato.

Una settimana dopo incontrò Chiara Bellini, l’amica dell’università.

– Chiara, sono tornata a bere l’acqua al limone, – le disse.

– Cosa? – l’amica andò di traverso.

– Quasi ogni giorno.

– E l’allergia?

– Non c’è mai stata nessuna allergia.

– E adesso?

– Adesso sono libera.

– Non vuoi scrivergli?

– Perché?

– Magari ti ricorda ancora. Ti ama ancora.

– Lascia che ricordi. Io ho dimenticato.

Lei scelse di dimenticare. Ora l’acqua al limone non parla del passato. Parla della vita che continua.

Nonostante tutto. O forse grazie a tutto.

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