Il cane è tornato dal padrone che lo abbandonò tre mesi fa: lui non se lo aspettavaQuando ha aperto la porta, il cane gli è corso incontro scodinzolando, come se nulla fosse successo.

Marco la legò a un palo del distributore a sessanta chilometri da casa. Scelse apposta un posto lontano, così non avrebbe trovato la strada del ritorno. La legò, le mise accanto una ciotola d’acqua, salì in macchina e partì. Non si voltò. Non guardò nello specchietto retrovisore. Alzò la radio e premette sull’acceleratore finché il distributore non diventò un puntino e sparì dietro la curva.

La cagna si chiamava Luna. Pastore tedesco, quattro anni, grossa, con la maschera scura sul muso e il petto chiaro. Intelligente, obbediente, con pedigree e brevetto di obbedienza. Una cagna perfetta. Che non serviva più.

* * *

Marco Rossi, quarantatré anni, ingegnere progettista. Moglie Letizia, figlia Vittoria – dodici anni. Appartamento di tre locali in un nuovo condominio in periferia di Roma. Mutuo, auto finanziata, una casetta di campagna cominciata l’anno prima e abbandonata perché i soldi erano finiti.

Luna era arrivata quattro anni prima, quando tutto era più facile. Vittoria chiedeva un cane fin dalla prima elementare. Disegnava pastori tedeschi sui quaderni, guardava video di addestramento, attaccava sul frigo annunci dei canili.

Marco cedette per il compleanno della figlia. Andò dall’allevatore, scelse un cucciolo – il più tranquillo della cucciolata, quello che stava in un angolo e lo guardava con occhi scuri e seri. Lo portò a casa in una scatola. Vittoria strillò di gioia, Letizia sorrise, e persino Marco, che non aveva mai voluto un cane, sentì qualcosa di caldo quando il cucciolo gli ficcò il naso nel palmo.

Il primo anno andò tutto bene. Vittoria portava Luna a spasso dopo scuola, le insegnava i comandi – «seduto», «terra», «vieni». Luna imparava subito, come se sapesse già cosa volevano. Marco la portava la sera, quando tornava dal lavoro – al parco, lungo il laghetto, oltre il parco giochi. Luna correva accanto, senza guinzaglio, senza mai allontanarsi. I vicini dicevano: «Che cane educato». Marco annuiva e provava un po’ di orgoglio.

Poi cominciò. Non subito, non come una valanga, ma lentamente, come una crepa nel muro che all’inizio non si nota.

Letizia perse il lavoro. Tre mesi a cercarne un altro, senza trovarlo, diventò nervosa, irritabile. Il mutuo pesava. La casetta di campagna fu fermata. L’auto finanziata mangiava un quarto dello stipendio. E poi c’era Luna – cibo, vaccini, veterinario. Non cifre enormi, ma ogni mese, regolari, come un’altra bolletta.

Letizia parlò per prima.

– Magari la diamo a qualcuno? In via temporanea, finché non ci rimettiamo in piedi.

Marco non rispose. Vittoria sentì, scoppiò a piangere, corse in camera. La discussione finì lì.

Ma Letizia tornava sull’argomento sempre. A cena, prima di dormire, in macchina. Le stesse parole in combinazioni diverse: «Non ce la facciamo», «Ha bisogno di cibo buono, e noi risparmiamo su di noi», «Starnuto per il pelo, mi viene l’allergia». Allergia non ce l’aveva. Marco lo sapeva. Ma era stanco di discutere.

Una sera, mentre Vittoria era a una festa di compleanno da un’amica, Letizia mise l’ultimatum.

– O il cane, o io. Dico sul serio, Marco. Non ce la faccio più. Sto male in questo appartamento. Peli dappertutto, odore, passeggiate continue. Voglio vivere normale.

Marco era seduto in cucina e guardava Luna, che stava ai suoi piedi e rosicchiava una pallina di gomma. La pallina strideva a ogni morso. A Luna non dava fastidio. Poche cose la infastidivano.

– Va bene, – disse.

Fu l’unica parola che pronunciò quella sera.

Non cercò una nuova casa per lei. Non chiamò i canili. Non scrisse annunci. Perché sapeva: se avesse cominciato, si sarebbe pentito. Se avesse visto come Luna guarda gli estranei, come abbassa le orecchie, come cerca i suoi occhi – non ce l’avrebbe fatta.

Perciò fece come fece.

Sabato mattina disse a Vittoria che portava Luna dal veterinario per un controllo. Vittoria accarezzò la testa del cane e disse: «Fai la brava». Luna le leccò la mano.

Marco mise Luna in macchina. Lei salì da sola, sul sedile posteriore, come era abituata. Si sdraiò, appoggiò il muso sulle zampe e guardò fuori dal finestrino. Lui guidò in silenzio. Non mise la radio finché non uscì dalla città.

Al distributore si fermò. Scese, aprì la portiera posteriore. Luna saltò giù, scodinzolò – pensava fosse una passeggiata. Lui legò il guinzaglio al palo metallico vicino al cassonetto. Mise la ciotola. Versò l’acqua. Luna si sedette e lo guardò. Non guaì. Aspettava.

Marco si raddrizzò. La guardò. Una volta – a lungo, cinque secondi, forse dieci. Poi si voltò, salì in macchina e partì.

Non guardò nello specchietto. Ci pensò poi, molte volte. Avrebbe potuto guardare. Avrebbe potuto vederla scattare dietro, la tensione del guinzaglio, poi sedersi e fissare la macchina che si allontanava. Ma non guardò. Perché aveva paura.

Tornò a casa per pranzo. Letizia chiese: «Allora?» Lui rispose: «Fatto». Lei annuì e andò in camera. Vittoria tornò la sera e subito se ne accorse.

– Papà, dov’è Luna?

– Io… le ho trovato una bella famiglia. Con bambini. Una casa fuori città, un grande giardino. Lì starà meglio.

– Che famiglia?! Noi siamo la sua famiglia! Papà, cosa hai fatto?!

Urlava, piangeva, sbatteva le porte. Poi si chiuse in camera e non uscì fino al mattino. Letizia stava in cucina e taceva. Marco stava in un’altra stanza e taceva anche lui. Luna era legata a un palo a sessanta chilometri e aspettava.

Passò un mese. Poi due. Poi tre.

L’appartamento era più pulito. Niente peli sul divano, sul tappeto, sui vestiti. Niente odore. La pallina, il guinzaglio, le ciotole – tutto messo in ripostiglio, poi Letizia portò il sacchetto al pattume. Marco vide il sacchetto vicino alla tromba delle immondizie mentre usciva dall’ascensore. Si fermò. Restò lì. Passò oltre.

Letizia trovò lavoro – commessa in un negozio di sanitari, turni due giorni sì e due no. Smise di parlare di soldi. Si comprò scarpe nuove e andò dal parrucchiere. La vita, secondo lei, stava migliorando.

Vittoria smise di piangere, ma smise anche di parlare con suo padre. Non era maleducata, non sbatteva porte. Rispondeva con frasi corte – «sì», «no», «normale» – e andava in camera sua. A cena stava zitta, gingillandosi col cibo. Prima di dormire non veniva a dire buonanotte come prima. La porta della sua camera era sempre chiusa.

Marco lo notava. Ogni giorno lo notava. E ogni giorno sentiva qualcosa dentro, sotto le costole, che tirava e tirava. Non lo lasciava.

Cominciò a svegliarsi alle cinque del mattino – per abitudine, all’ora della prima passeggiata. Stava al buio e ascoltava il silenzio. Prima a quell’ora Luna era già in piedi accanto al letto e guaiva piano, toccandogli la mano col naso. Ora era silenzio.

Un giorno, al supermercato, passò davanti allo scaffale del cibo per cani e si fermò. Restò lì un minuto, forse due. Poi si voltò e andò alla cassa. La cassiera chiese: «Le serve una borsa?» Lui non sentì al primo colpo.

Pensava a Luna ogni giorno. Se era viva. Se qualcuno l’aveva trovata a quel distributore. Questo pensiero non lo lasciava dormire. Arrivava di notte, alle tre, quando tutta la casa dorme, e si sedeva accanto a lui e non se ne andava fino all’alba.

A settembre Marco tornò a quel distributore. Perché – non lo sapeva nemmeno lui. Forse per verificare che il cane non ci fosse più. Che qualcuno l’avesse presa, portata via, data una nuova vita.

Il palo era ancora lì. La ciotola no. Il guinzaglio no. Nessuno.

Chiese a un ragazzo del distributore – un giovane con una giacca rossa.

– Hai visto un cane? Un pastore tedesco? Era legato qui, d’estate.

Il ragazzo scrollò le spalle.

– C’era una, d’estate. L’ha vista per tre giorni, poi si è slegata ed è scappata. Non ho visto dove. Il turno è finito, la mattina dopo non c’era più.

Tre giorni. Tre giorni aveva aspettato.

Marco si sedette in macchina e restò a lungo senza accendere il motore. Le mani sul volante. La fronte sulle mani. Non piangeva. Stava solo lì.

Domenica. Pioggia dal mattino, sottile, fredda, fastidiosa. Marco uscì per prendere il pane al negozio all’angolo. Camminava svelto, col bavero alzato, saltando le pozzanghere.

Si fermò davanti al portone. Perché sulla soglia, proprio sul cemento bagnato, c’era un cane.

Magro. Sporco. Con ciocche di pelo incrostate. L’orecchio sinistro strappato, sul fianco un lungo graffio coperto di croste. Le costole sporgevano così tanto da poterle contare. Le zampe sporche, consumate, con i polpastrelli screpolati.

Ma il muso. La maschera scura, il petto chiaro. E gli occhi. Quelli stessi – scuri, seri, che aveva visto quattro anni prima dall’allevatore.

Luna.

Giaceva alla sua porta. Aveva percorso sessanta chilometri – lungo la statale, attraverso i campi, i paesi, i boschi, oltre altra gente.

Ed era venuta qui. Da lui. Dall’uomo che l’aveva legata a un palo e se n’era andato.

Marco stava e guardava. Il sacchetto del pane gli cadde di mano. Non se ne accorse.

Luna alzò la testa. Lo vide. La coda ebbe un sussulto. Una volta. Poi un’altra. E un’altra. Tentò di alzarsi, ma le zampe anteriori scivolarono sul cemento bagnato. Si fermò. Si alzò. Barcollando, sulle gambe tremanti, spostando le zampe consumate, fece due passi e gli ficcò il naso nel ginocchio. Proprio nel ginocchio. Come faceva ogni sera quando lui tornava dal lavoro e stava nell’ingresso a togliersi le scarpe.

Marco si inginocchiò, sul cemento sporco. Abbracciò il cane. Luna si strinse a lui, tutta intera – sporca, bagnata, magra, tremante. Non guaiva. Si strinse e basta. E respirava affannosamente, rauco, contro il suo collo.

Pianse. In ginocchio, nella pozzanghera, davanti a tutto il cortile. Pianse come non aveva pianto nemmeno al funerale di sua madre. Le lacrime scendevano silenziose, senza suono, solo scivolavano sulle guance e cadevano sul pelo sporco.

– Scusa, – disse. – Scusami. Scusa.

Luna gli leccò la guancia. Con la lingua calda e umida.

In ascensore lei si stringeva alla sua gamba e tremava finemente.

La porta fu aperta da Letizia. Vide. Imbiancò.

– Marco, è…

– È Luna, – disse lui. E la voce era tale che Letizia indietreggiò e non disse altro.

Dalla camera uscì Vittoria. Vide il cane. Si bloccò nel corridoio. Poi lentamente, come in sogno, si sedette per terra e tese le mani.

– Luna… Lunicchia…

Il cane andò da lei. Vittoria la abbracciò, affondò il viso nel pelo sporco e scoppiò a piangere. Forte, a singhiozzi.

Marco stava nell’ingresso e guardava la figlia e il cane. Poi andò in cucina, prese una pentola dall’armadio, versò acqua e la mise per terra. Luna bevve a lungo, avidamente, spruzzando. Lui aprì il frigorifero, trovò un petto di pollo, lo scaldò, lo spezzettò e lo mise in un piatto. La ciotola del cane in casa non c’era più da un pezzo.

Luna mangiò lentamente. Con cura, come sempre. Poi si sdraiò ai suoi piedi.

Letizia stava sulla soglia della cucina, con le braccia incrociate, e taceva. Labbra serrate, faccia bianca. Poi disse a bassa voce:

– È tutta malata. Guardala. Le serve un veterinario.

– Domani mattina andiamo in clinica. Adesso lasciamola mangiare e riposare.

Letizia restò in silenzio. Guardò Luna, che giaceva ai piedi di Marco e respirava pesantemente. Poi annuì e andò in camera. Nessuna parola sul pelo. Nessuna parola sull’odore. Nessuna parola sull’allergia che non c’era mai stata. Forse anche lei aveva capito qualcosa in quei tre mesi. Forse aveva visto cosa era successo a sua figlia. Forse aveva visto cosa era successo a suo marito. O forse aveva guardato la cagna negli occhi e non aveva trovato niente da dire.

Vittoria portò dalla sua camera una coperta. La stese in un angolo dell’ingresso. Luna si arrampicò sulla coperta e si rannicchiò. Vittoria le si sdraiò accanto, per terra, abbracciando il cane. Marco coprì entrambe con un’altra coperta.

Poi uscì sul balcone. La pioggia era cessata. Odorava di foglie bagnate e di terra. Sera d’ottobre, scura, con i lampioni gialli lungo il cortile.

Prese il telefono. Aprì il browser. Digitò: «clinica veterinaria aperta 24 ore». Trovò il numero, lo salvò. Poi digitò ancora: «cibo per cani denutriti». Poi: «come trattare ferite di cane in casa».

Dalla camera arrivò la voce di Vittoria. Parlava con Luna. Raccontava della scuola, di un’amica, che domani sarebbero andate a spasso ma non troppo a lungo, così non si stancava. Luna ascoltava. Aveva sempre saputo ascoltare.

Marco chiuse il telefono. Tornò nell’ingresso. Si sedette per terra accanto a sua figlia e al cane. Mise una mano su Luna. Sotto il palmo le costole, la pelle calda, il respiro irregolare.

– Mai più, – disse. Non a Vittoria, non a Letizia, non a sé stesso. A Luna. – Hai capito? Mai più.

Luna aprì gli occhi. Lo guardò. Quegli stessi occhi – scuri, seri, senza rimprovero. Scodinzolò una volta, breve. E richiuse gli occhi.

Lei lo aveva perdonato prima che lui finisse di parlare.

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Il cane è tornato dal padrone che lo abbandonò tre mesi fa: lui non se lo aspettavaQuando ha aperto la porta, il cane gli è corso incontro scodinzolando, come se nulla fosse successo.
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