Ti sta bene, mamma…

Così ti meriti, mamma…

“Mamma, ti chiamano di nuovo,” disse Matteo alle spalle di Tiziana.

“Chi è?” Lei si girò verso il figlio.

“Non lo so,” si strinse nelle spalle.

“Portami il telefono, va bene?”

“Ora.” Matteo scappò via, ma tornò subito dopo infilandole il cellulare in mano.

“Grazie. Vai a giocare. Presto si cena,” disse Tiziana. Il bambino corse via, mentre lei guardò lo schermo.

Era lo stesso numero, sempre lospedale. Come avevano fatto a trovare il suo numero? Tiziana coprì la padella con un coperchio e spense il gas. Poi spense il telefono e lo mise dietro la tenda sul davanzale.

Apparecchiò la tavola, pensando a quelle chiamate. Poi andò da suo marito. Arsenio era seduto al computer. Tiziana gli si avvicinò alle spalle e lo abbracciò, appoggiando il mento sulla sua testa.

“Che fai?”

“Nulla, scrollo la bacheca. Si cena presto?” chiese Arsenio.

“È tutto pronto. Matteo, a tavola!” gridò Tiziana, raddrizzandosi. “Assicurati che si lavi le mani,” disse al marito, ma quando stava per tornare in cucina, Arsenio le afferrò la mano.

“Aspetta. Chi chiamava?”

“Non lo so. Numero sconosciuto, non ho risposto. Non dicevi di avere fame?” Tiziana si liberò e tornò in cucina.

Dopo cena accese il telefono. Era tardi, nessuno avrebbe più chiamato.

Quella notte non riuscì a dormire. Perché aveva risposto la prima volta?

“La chiamiamo dallospedale Sua madre è ricoverata qui Potrebbe venire? Dobbiamo parlarle di alcune questioni”

“Mi dispiace, ma non ho una madre,” rispose Tiziana e riattaccò. Continuarono a chiamare, ma lei non rispose più. “Dovrò andarci, altrimenti non mi lasceranno in pace. Meglio che fosse morta” Aveva sepolto sua madre dentro di sé da tempo.

Il giorno dopo, finito il lavoro, andò allospedale. Quando entrò nello studio del primario e disse che lavevano chiamata, luomo in camice bianco alzò subito lo sguardo dai documenti.

“Finalmente. Come si chiama?”

“Tiziana.”

“E il patronimico?”

“Solo Tiziana,” rispose seccamente.

“Come mai non è mai venuta a trovare sua madre? La stiamo per dimettere, ma lei non risponde alle chiamate. Non è bello.”

“Ho già detto che non ho una madre,” ripeté irritata.

“E allora, chi è per lei Anna Timofeevna Borisova?”

Il dottore la fissava. Tiziana fece uno sforzo per non dire di non conoscerla. Ma tanto non avrebbe smesso.

“Come avete trovato il mio numero?”

“Nel suo telefono. Eri registrata come ‘figlia Tizianina’.”

“E come faceva ad avere il mio numero?”

“Questo dovrebbe chiederlo a lei. Quando riprenderà a parlare.” Il dottore allargò le braccia.

“Non parla?”

“Non parla, non si muove, non cammina. Sua madre è paralizzata dopo un ictus. Non lo sapeva? Come mai, Tiziana”

“Così ti meriti.” Le parole le sfuggirono senza controllo.

“Come ha detto? Non ho sentito bene?” Il dottore strizzò gli occhi.

Tiziana lo guardò dritto negli occhi.

“No, ha sentito bene. Mi ha abbandonata, mi ha lasciata in un orfanotrofio No, peggio. Mi ha portata da una parente e poi è scappata. La parente mi ha consegnata allorfanotrofio. Per ventanni non ho saputo nulla di mia madre, per me era morta. Che ne pensa, dottore?”

Lo sguardo del dottore si ammorbidì.

“Sono problemi vostri. A me non interessano. Sua madre non può rimanere qui. Se si rifiuta di prenderla Ho capito bene?”

“Assolutamente sì.”

“Allora dovremo mandarla in una casa di riposo per disabili. Lei è lunica parente, per questo”

“Firmerò qualsiasi documento,” disse Tiziana in fretta. Non si aspettava fosse così semplice.

“Non si precipiti. Cè un però. Dato che non cammina, non può fare nulla da sola, nemmeno mangiare, serve assistenza continua. In una struttura pubblica potrebbero non accettarla. Ci sono case private, ma costano.”

“Noi siamo un ospedale, non possiamo occuparci di questo. Devono farlo i parenti. Ci pensi È disposta a pagare per sua madre?”

“Ho già detto di no. E se io non ci fossi? Chi si occuperebbe di lei?”

“Se ne occuperebbero i servizi sociali. Noi invieremo i documenti, ma senza il suo consenso non possiamo fare nulla. Servono garanzie di pagamento”

“Posso andare?” Tiziana rimase sulla soglia.

Il dottore le porse un biglietto da visita.

“Ecco telefono e indirizzo. Sua madre è nella quarta stanza.”

Tiziana camminò per il corridoio combattuta. Da una parte voleva andarsene, dallaltra voleva vedere con i suoi occhi come la madre che laveva abbandonata era punita.

Aprì la porta della quarta stanza ed entrò. Tre donne, circa della stessa età, erano sdraiate nei letti. Due la fissarono in silenzio, la terza sembrava dormire. Tiziana fece un passo verso il suo letto, poi si voltò e uscì in fretta.

Laveva intravista mesi prima, ma ora sembrava invecchiata di ventanni. Un barlume di pietà le attraversò il cuore, ma lo scacciò subito.

Tutta la strada verso casa pensò a cosa fare, ricordando quel volto. “È pur sempre mia madre, non una sconosciuta. È disumano lasciarla così. Ma dopo tutti questi anni in cui potevo morire e lei non se ne sarebbe accorta Mi ha abbandonata, rinnegata. Perché dovrei aiutarla adesso?”

La sistemarono in una casa privata, non troppo costosa. Tiziana accettò di integrare la sua pensione. Al marito diceva di fare turni extra per non fargli notare i soldi mancanti.

Finalmente poteva tirare un sospiro di sollievo. Sua madre era al sicuro, non sarebbe uscita. Tornando a casa, Tiziana entrò in chiesa. A volte ci passava, trovando un po di pace. Non assisteva alle messe, si fermava davanti a unicona e chiedeva perdono per sé e per sua madre.

Sentì dei passi alle spalle, ma non ci fece caso. Poi una mano le toccò la spalla. Si girò di scatto. Era Arsenio!

“Che ci fai qui?” le chiese stupito.

“E tu?”

“Ti seguivo. Da tempo capivo che nascondevi qualcosa”

“Andiamo fuori, ti spiego tutto.”

E gli raccontò tutto. Della madre ricomparsa mesi prima, dellospedale.

“Non posso perdonarla. Non potevo portarla a casa. Pago per la sua sistemazione, per questo lavoravo tanto.”

“Perché non me lhai detto subito?”

“Avevo paura che mi avresti detto di fare il mio dovere di figlia, di portarla con noi. Ma non potevo prendermi cura di lei. Mi ha rubato linfanzia. Temevo che avremmo litigato e avevo paura di perderti.”

“Sei stupida, Tizianina. Chi sono io per giudicarti? Credevo avessi un amante, con tutte quelle uscite e chiamate Mi sono consumato, per

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