«Questo cane non è adatto per la caccia, dobbiamo liberarcene» ha dichiarato il marito. Giulia immediatamente gli ha preparato la valigia.

Era tanto tempo fa, ma ancora ricordo quel giorno d’inverno come se fosse ieri. Gennaro Rossi tornò dalla caccia furioso come una vespa in un barattolo. Si sfilò gli stivali davanti alla porta – uno a sinistra, l’altro a destra. Gettò il giaccone verso l’attaccapanni, lo mancò, e non si curò nemmeno di raccoglierlo. Andò in cucina e cominciò a far rumore col bollitore.

Beatrice Fontana era seduta in salotto, sfogliava il cellulare. Sentiva il marito camminare – pesante, nervoso, ogni passo sembrava un rimprovero. Il cane rosso Birillo era accucciato ai suoi piedi, muso sulle zampe. Orecchie basse, coda immobile. Lui capiva sempre quando il padrone era di quel tal umore, e cercava di non farsi notare.

– Bene, – Gennaro si piantò sulla soglia, mani sui fianchi, come faceva sempre quando stava per dire qualcosa che riteneva definitivo. – Questo cane non serve a cacciare. Un buono a nulla, non un cane. L’ho addestrato, addestrato – zero. L’anatra cade, lui sta fermo. La lepre passa, lui sbadiglia. Dobbiamo liberarcene.

Beatrice alzò gli occhi. Guardò il marito calma, attenta, come si guarda uno che ha detto una sciocchezza enorme ma ancora non se n’è accorto.

– Liberarcene? – ripeté, assaporando la parola.

– Eh, e che facciamo? Teniamo un mangiapane a tradimento? Un cane da caccia deve cacciare. Invece questo… – Gennaro agitò una mano verso Birillo, che si strinse ancora di più alla gamba di Beatrice. – Domani lo porto da Piero, magari accetta di sbarazzarsene. Se no, lo butto sull’autostrada.

«Lo butto sull’autostrada» – lì qualcosa scattò dentro Beatrice.

Si alzò senza dire una parola. Birillo le saltò subito dietro, guardandola dal basso con ansia. Lei superò il marito, andò nell’ingresso, aprì il ripostiglio e tirò fuori una valigia – grande, blu, con le rotelle. Quella stessa con cui una volta erano andati a Rimini, quando ancora andavano da qualche parte insieme.

Gennaro la seguì con lo sguardo ma non disse nulla. Pensò, forse, che la moglie stesse facendo il cambio di stagione.

Invece Beatrice aprì la metà dell’armadio di Gennaro.

Camicie – una, due, tre, quattro. Con cura. Mutande, calzini – nella tasca laterale. Jeans – uno da lavoro, uno da uscita. Il maglione grigio, regalo di sua madre. Il rasoio dal bagno. Lo spazzolino.

Gennaro comparve sulla porta della camera e per qualche secondo guardò in silenzio. Poi capì.

– Che stai facendo?

– Ti preparo la valigia, – rispose Beatrice con lo stesso tono che usava per dire «la cena è sul fuoco» o «il pane è finito».

– Quale valigia? Perché?

– Hai detto che bisogna liberarsi delle cose inutili. Allora io mi libero di te.

Gennaro sbatté le palpebre. Poi si sedette sul bordo del letto lentamente, come se le gambe avessero ceduto.

– Per colpa del cane?

– Non per colpa del cane. Per colpa tua.

Lei tirò su la cerniera e si raddrizzò. Birillo entrò piano e si accucciò sulla soglia, come a fare la guardia.

– Te lo dico, Gennaro, già che abbiamo aperto il discorso. Tu chiami Birillo parassita. Non sa cacciare, non serve a niente. Ma facciamo i conti su chi serve davvero.

– Bea, non ricominciare.

– Birillo non riporta le anatre, è vero. Però ogni mattina mi accoglie come se fossi stata via sei mesi. Mi mette la zampa sul ginocchio quando piango. E io piango, Gennaro, spesso. Perché tu torni dal lavoro e ti pianti davanti alla televisione. Torni dalla caccia e ti butti sul divano. L’ultima volta che mi hai parlato come si deve è stato quando è arrivata la bolletta della luce. Tre frasi di fila – era un evento.

Gennaro aprì la bocca.

– Adesso paragoni me a un cane?

– Non paragono. Constato. Birillo è vivo. Sente. Ama. Gratis, senza interesse. Non gli importa se sono magra o se so cucinare. Gli importa che io ci sia. Tu, Gennaro, quand’è stata l’ultima volta che ti sei rallegrato che io ci sia?

Il silenzio in camera si appese come panni al filo – pesante, umido, scomodo.

Gennaro guardò la valigia. Poi sua moglie. Birillo alzò la testa e lo guardò senza rancore, senza rabbia. Solo uno sguardo. I cani non sanno portare rancore: hanno il cuore troppo grande.

– Non parlavo sul serio, – disse Gennaro. – Mi sono scaldato. Gli amici ridevano.

– Gli amici ridevano. E tu, per non fare brutta figura, hai deciso di buttare via un essere vivente che si fida di te. Che ti corre incontro quando torni a casa. E lui non sa che lo butteresti via. Lui pensa che tu sia bravo.

Gennaro si passò le mani sulla faccia. La barba pungeva – non si era rasato per due giorni di caccia.

– E adesso? Quella valigia è roba seria?

Beatrice tacque. Fuori dalla finestra, i passeri litigavano su un fico. Il frigo ronzò e si zittì.

– Seria, Gennaro. Il problema non è Birillo. Birillo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tu parli di un essere vivo – «liberarsene», «sull’autostrada». E se domani non ti vado bene io? Ti liberi di me? Mi riporti da mia madre – «non serve più, riprendetela»?

– Ma che esageri.

– Tu hai esagerato. Da tempo. Hai smesso di vedere che intorno a te c’è vita. Io sono viva. Birillo è vivo. Non siamo attrezzi. Non siamo un fucile che si vende se spara storto. Siamo famiglia. E la famiglia non si butta via.

Gennaro rimase seduto e si sentì come non si sentiva da tanto. Prima era sempre stato così – lui diceva, lei annuiva. Non perché Beatrice fosse senza carattere. Lei sapeva tacere – paziente, da donna. Custodiva. Appianava. E lui si era abituato a dire qualsiasi stupidaggine – tanto non succedeva niente.

E invece succedeva.

Birillo si avvicinò a Gennaro e gli infilò il naso umido nella mano. Semplicemente, perché vedeva che quell’uomo stava male. E quando si sta male, bisogna star vicini. Birillo lo sapeva non con la testa, ma con le viscere, con tutto il suo pelo rosso.

Gennaro guardò il cane. Il naso bagnato, gli occhi marroni, la coda che si muoveva timida – «allora, pace?».

E lì qualcosa lo colpì. Non fino alle lacrime – era pur sempre un uomo. Ma qualcosa si rovesciò dentro, come una barca sull’onda – pluf, e ti ritrovi dall’altra parte.

– Bea. Togli via la valigia.

– Perché?

– Perché – accarezzò la testa di Birillo – sono un idiota.

– Questo lo so. La domanda è: un idiota che impara, o uno a cui si può scolpire in testa a colpi di mazza?

Gennaro sorrise a denti stretti. Anche adesso – sapeva farlo.

– Impara. Scusa. Per Birillo. E per tutto.

Beatrice andò alla valigia, la aprì. Tirò fuori il rasoio, lo spazzolino, li rimise sul comodino.

– Le camicie te le appendi da solo.

Gennaro annuì. Si chinò su Birillo e lo grattò dietro le orecchie.

– Allora, parassita, – la voce gli tremò un poco. – Si va avanti?

Birillo scodinzolò così forte che quasi buttò giù la lampada. Saltò, lo leccò sul naso. Si sedette e guardò tutti e due con quell’espressione che solo i cani hanno: di una felicità assoluta, non meritata.

Alla caccia successiva Gennaro andò senza Birillo. Tornò con due anatre e un sacchetto di ossi di zucchero comprati al mercato.

– Per chi sono? – chiese Beatrice, anche se lo sapeva.

– Per il parassita, – brontolò Gennaro. E sorrise.

Quanto alla valigia, Beatrice la rimise nel ripostiglio. Ma non troppo in fondo. Tanto da poterla tirare fuori in fretta.

Per ogni evenienza.

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«Questo cane non è adatto per la caccia, dobbiamo liberarcene» ha dichiarato il marito. Giulia immediatamente gli ha preparato la valigia.
“– Lo cercavo da cinque mesi, – Marco stringeva a sé il gatto sporco e spelacchiato.”