Arrivata al casale con il figlio, Cristina rimase di ghiaccio al cancello – nel cortile c’erano una ventina di persone.

Cristina non riusciva a credere ai suoi occhi. «Denis, chi sono? Da dove arrivano tutte queste persone?» La voce le tremò, strinse più forte il braccio del figlio. Le passò per la mente un pensiero fulmineo: «Ha venduto. Ha venduto la casa di campagna senza dirmelo, e questi sono i nuovi proprietari venuti a fare i padroni». A quell’idea le si seccò la gola, lasciò la presa e restò immobile a fissare il suo cortile.

Le tavole odoravano di pino. Un odore così denso e pungente che a Cristina era venuto il solletico al naso già mentre si avvicinava al cancello, e ora quel profumo si mescolava con la calce e il sudore. Nel cortile c’era gente. Tanta. Una ventina di persone, forse di più. Uomini con vecchie magliette e jeans impolverati, due giovani donne con rotoli di plastica, un ragazzo su una scala, un altro direttamente sul tetto, con un martello. Qualcuno trascinava sacchi di cemento, qualcuno mescolava in un secchio una poltiglia bianca che sprigionava un odore acre di calce. La sua casetta di campagna, silenziosa e triste il giorno prima, sembrava adesso un formicaio di luglio.

«Denis», disse secca, quasi senza voce. «Lo vedi? Se hai venduto la casa senza dirmelo, non te lo perdonerò mai. Dimmi la verità, sono estranei?»

«Mamma, fermati, che nuovi proprietari?» Denis sembrò confuso. «Ma cosa dici? Sono miei. Tutti miei.»

«Cosa significa “tuoi”? Che sta succedendo? Ho il telefono nella borsa, se non mi spieghi subito chiamo i carabinieri.»

Fece per aprire la borsa che teneva al braccio. Le dita non obbedivano. Le passarono davanti agli occhi tutte insieme: la villetta che aveva tirato avanti per quindici anni, il portico che non aveva mai costruito perché prima c’era l’università di Denis, poi il mutuo per la macchina, poi la dentiera – quella poteva aspettare – poi il linoleum in città – anche quello aspettava. Tutto aveva aspettato, e ora degli sconosciuti calpestavano il suo terreno. Il suo. Quello che aveva curato come un figlio.

«Mamma», Denis le toccò la spalla. «Ascolta. Non sono nuovi proprietari. Li ho chiamati io.»

Cristina rimase immobile con la borsa a mezz’aria. Guardò il figlio come se lo vedesse per la prima volta. Trentacinque anni, i capelli già brizzolati alle tempie, le spalle larghe – da lei, non dal padre. Negli occhi né paura né sfrontatezza. Solo una calma, tranquilla attesa.

«Tu?»

«Io. Mamma, sono tutti miei. Del lavoro, dell’università, i ragazzi del quartiere con cui giocavo a calcio. Ti ricordi di Paolo?»

Cristina ricordava Paolo. Magro, sempre affamato, restava sempre a cena da loro perché a casa sua, a quanto pareva, le cose non andavano bene. Allora gli metteva una porzione doppia e fingeva di non accorgersi del suo imbarazzo.

«Paolo è qui?»

«Qui. E anche Alessandro, e Michele il rosso, e Giorgio, che mi ha fatto da testimone al matrimonio. Quasi tutti quelli che hai sfamato, mamma.»

Cristina guardò il cortile. Ecco. Ecco perché i volti le sembravano vagamente familiari. Quello sulla scala era di sicuro il ragazzino a cui aveva regalato la vecchia bicicletta di Denis quando la sua famiglia si era trasferita in un appartamento popolare. E quello col secchio era Alessandro: in terza media aveva rotto una finestra con un pallone, e lei non l’aveva sgridato, gli aveva solo chiesto di rimontare un vetro nuovo. Erano cresciuti. Erano diventati uomini adulti, con mani forti e volti seri. E stavano nel suo cortile, con tavole e piantine.

«Perché?» chiese piano Cristina. «Denis, perché?»

Denis restò in silenzio. Poi le prese la mano – con cautela, come se fosse di vetro – e la girò verso di sé.

«Tu hai risparmiato per tutta la vita per questa casa, mamma. Ti ricordi? Volevi un portico. Grande, con vetri scorrevoli, per bere il tè d’estate e guardare il tramonto. Avevi anche una foto da una rivista attaccata al frigo. Quindici anni fa.»

Cristina se lo ricordava. Sì, c’era stato un disegno così. Era ingiallito, gli angoli si erano arricciati, ma lei non l’aveva buttato finché non avevano cambiato il frigo. Poi il ritaglio era andato perso, e lei quasi se n’era dimenticata. Quasi.

«Allora mettevi da parte», continuò Denis, «a ogni stipendio. Poi è arrivata la mia iscrizione all’università, le ripetizioni, l’affitto per l’appartamento quando ci siamo sposati io e Vera… Mamma, tu hai rimandato il rifacimento della tua camera da letto per sei anni. Hai ancora la carta da parati a fiori, che forse è più vecchia di me. Ricordo che dicevi: “Non fa niente, il portico può aspettare”. E invece no. Non può più aspettare. Basta aspettare.»

Cristina taceva. Tacque così a lungo che Paolo, sul tetto, smise di martellare e restò immobile a guardarli.

«Ti sto restituendo il debito», disse Denis. «La squadra è gratis. Abbiamo deciso: in una settimana finiamo. Ecco il progetto, guarda.»

Tirò fuori dalla tasca posteriore un foglio piegato. Lo aprì. Cristina vide un disegno – preciso, con le misure, con annotazioni a margine. Non un ritaglio di rivista. Un vero progetto. Realizzato per il suo piccolo cortile, tenendo conto del vecchio melo che lei aveva chiesto di non toccare assolutamente.

«Gireremo intorno al melo», disse Denis cogliendo il suo sguardo. «Abbiamo pensato a tutto. Rafforzeremo le fondamenta. Metteremo anche il riscaldamento a pavimento, ho chiesto in giro, esiste un sistema speciale, poco costoso e affidabile. A novembre potrai starci seduta, avvolta in una coperta, a sorseggiare il tè.»

La prima lacrima rotolò sulla guancia di Cristina e si fermò all’angolo delle labbra. Non la asciugò – non se ne accorse nemmeno. Restava lì a guardare quegli uomini adulti che un tempo giocavano a pallone nel loro cortile, si sbucciavano le ginocchia, le rubavano le polpette ancora calde dalla pentola, si copiavano i compiti a casa in cucina e litigavano fino a diventare rauchi per qualche videogioco. Adesso erano venuti lì. Da soli. Gratis. Per costruire il portico dei suoi sogni.

Ma l’idillio durò poco. Dietro la recinzione si sentì un colpo di tosse, e sopra le stecche apparve una testa con un fazzoletto colorato. Vera, la vicina di sinistra. Una donna con l’espressione perenne di «te l’avevo detto». Mise le mani sui fianchi e guardò la scena come se sotto i suoi occhi stessero smantellando il confine di Stato.

«Cristina, ma sei tu?» cinguettò con voce dolce, in cui si sentiva chiaro il metallo. «Io guardo, rumore, confusione, macchine fin dal mattino. Che succede qui, un mercato del lavoro?»

«Vera, buongiorno», rispose Cristina asciugandosi meccanicamente la guancia. «Mio figlio e i suoi amici. Mi aiutano. Costruiremo un portico.»

«Un portico?» Vera alzò le braccia al cielo. «E avete il permesso? Lo sai che adesso per le costruzioni abusive ci sono multe tali che vendi la casa e non ci paghi neppure il debito? E poi il tuo terreno è piccolo, Cristina, dal mio recinto sono tre metri, rispetti le distanze? Io, sai, non starò zitta se serve. Ho un nipote all’ufficio tecnico, posso avvertirlo.»

Denis, sentito ciò, si girò e si avvicinò con calma alla recinzione.

«Buongiorno, signora Vera. Il permesso c’è. Il progetto è approvato. Le norme antincendio sono rispettate. Un mio amico architetto ha controllato tutto prima di disegnare. Vuole vedere i documenti?»

Vera arrossì. Non se l’aspettava.

«Bene, bene», fece, indietreggiando di un passo. «Vedremo cosa riuscirete a fare. Ma si sa, prima costruiscono, poi smontano a proprie spese. E poi il rumore, Cristina. I miei nipoti non dormiranno.»

«Non si preoccupi», disse Cristina a bassa voce, e la sua voce smise di tremare. «I suoi nipoti hanno mangiato le mie frittelle il mese scorso, quando lei si è dimenticata di dar loro da mangiare. Dormiranno più tardi.»

Vera strinse le labbra e scomparve dietro la recinzione. Paolo, che aveva osservato tutto dal tetto, fece un piccolo sbuffo e riprese il martello. Cristina sentì dentro – per la prima volta dopo molti anni – qualcosa di simile a un entusiasmo combattivo. No. Il suo sogno ora lo avrebbe difeso.

Le due ore seguenti le passò in uno stato strano, quasi trasognato. Le sembrava di dormire. Denis l’aveva fatta sedere su una sedia pieghevole all’ombra del melo, aveva portato da casa la vecchia tazza con il manico rotto – proprio quella da cui beveva il tè quando ancora lo accompagnava all’asilo – e versato del tè caldo da un thermos.

«Stai seduta», disse severo. «Il tuo compito oggi è guardare. Niente “solo spazzo un po’”, niente “adesso innaffio i cetrioli”. Capito?»

Cristina avrebbe voluto obiettare – per abitudine, perché obiettava da quarant’anni di fila – ma poi cambiò idea. Si appoggiò allo schienale e si mise a guardare.

Paolo e un compagno segavano le tavole, e la sega strideva tanto che il cane del vicino cominciò ad abbaiare. Michele il rosso, che non era più rosso ma calvo e massiccio, impastava la malta e spiegava qualcosa alla giovane con le piantine. Denis andava da uno all’altro, controllava, aiutava a tenere qualcosa, faceva cenni, e il suo volto era adulto, concentrato, di chi sa comandare. Suo figlio. Il padrone di quel cortile. No – il padrone di quella vita che ora restituiva a lei, sua madre.

Verso le tre del pomeriggio Cristina si alzò comunque. Basta. Si può guardare, ma non fino a questo punto.

«Preparo il pranzo», disse a Denis.

«Mamma…»

«Niente “mamma”. Siamo in venti, stanno in piedi dalle otto. Che cosa hanno mangiato, panini?»

«Be’, avevamo pane e salame…»

«Appunto. Faccio presto.»

Entrò in casa. Dentro era fresco, odorava di polvere estiva. Aprì il frigorifero, che all’inizio della stagione era sempre spoglio – uova, burro, un cartone di latte, senape di tre anni prima – e sospirò. Niente. Doveva arrangiarsi.

Ma quando uscì sulla veranda per chiamare Denis e mandarlo al supermercato, la stavano già aspettando. Una delle ragazze – quella con le flox – le porse due grossi sacchetti.

«Ci sono verdure, pollo, uova, farina, olio», disse. «Denis ha fatto la spesa ieri. Ha detto: “La mamma vorrà cucinare, non discutete, datele solo gli ingredienti”.»

Cristina prese i sacchetti. Guardò la ragazza. Poi guardò Denis, che stava in disparte e fingeva di studiare l’attacco delle travi.

«Tu», gli disse alle spalle. «Quando hai fatto tutto?»

«Mamma, mi sono preparato per tre mesi», rispose il figlio senza voltarsi. «Piuttosto, dimmi quando vengono le frittelle.»

Era troppo. Cristina rientrò in casa, chiuse bene la porta e per un minuto restò con le mani premute sul viso. Poi espirò, si rimboccò le maniche e si mise a preparare l’impasto.

Un’ora dopo, nel cortile c’era un lungo tavolo che i ragazzi avevano assemblato con le stesse tavole in quindici minuti. Sulla tavola fumavano le patate che Cristina aveva stufato in tre padelle una dopo l’altra, perché in campagna non c’era una pentola abbastanza grande. C’erano cetrioli e pomodori tagliati a pezzi grandi, proprio come nella sua gioventù, quando le insalate non si complicavano. Al centro si ergeva una montagna di frittelle – sottili, merlettate, con i bordi croccanti. Quelle. Le sue famose. Quelle che un tempo venivano divorate a mucchi da adolescenti affamati in tre minuti.

«Zia Cristina», disse qualcuno con la bocca piena, forse Alessandro, quello che aveva rotto il vetro. «Non mangiavo frittelle così da quindici anni. Parola. Mia madre non le faceva mai, sempre cibi pronti.»

«Lo so», disse Cristina, e all’improvviso sorrise. «Per questo restavi da me fino a sera.»

Tutti risero. Forte, liberi, giovani. Nella sua casa di campagna ridevano venti adulti, e quella risata era forse il suono più bello degli ultimi dieci anni.

Cristina si alzò. Passò lo sguardo su tutti. Paolo con il cucchiaio in mano si fermò, Denis si tese. Lei prese un mestolo, versò dalla pentola della composta in una tazza e la sollevò.

«Ragazzi», disse, e la voce le uscì insolitamente forte. «Perdonatemi, oggi ho pianto tre volte. La prima per la paura. La seconda per la gioia. La terza perché non sapevo come ringraziarvi. Adesso lo so. Voglio bere alla vostra salute. A ciascuno di voi. Al fatto che vi ricordate. Io non ho mai dimenticato i vostri volti, ma pensavo che voi aveste dimenticato i miei. E invece no. Allora non vi ho sfamato invano. A voi.»

Bevve la composta d’un fiato, come se fosse qualcosa di più forte. Per un attimo ci fu silenzio, poi esplose un «evviva» tale che dal melo vicino si levò una cornacchia.

Andava tra loro, aggiungeva frittelle, versava tè, ascoltava le chiacchiere e capiva che non aveva più ansia. Quella solita, con cui si addormentava e si svegliava negli ultimi anni. L’ansia per Denis, per il suo matrimonio, per il mutuo, per il fatto che guadagnasse poco, lavorasse tanto, chiamasse di rado. Tutto era arretrato. Perché eccolo, suo figlio, seduto su una cassa rovesciata, con una tavola in grembo che faceva da piatto, che spalmava marmellata su una frittella e diceva a qualcuno: «No, i telai domani, oggi dobbiamo finire il frontone, altrimenti arriva la pioggia e scioglie tutto». E lei capì: era cresciuto. Era capace di organizzare venti persone e costruire un portico. E l’aveva fatto – per lei.

La sera, quando la gente cominciò a ritirarsi verso le tende (si erano accampati subito fuori dal terreno, vicino al bosco, per non ingombrare), Cristina sedeva sulla vecchia veranda. Denis si sedette accanto.

«Allora, come ti sembra?» chiese.

«Non so come ringraziarti.»

«Mamma, ma cosa dici. Quale ringraziamento. Sono io che ringrazio te. Per tutto.»

Rimasero in silenzio. Poi Cristina disse:

«Sai, ho sempre pensato che i genitori danno ai figli, e i figli vanno per la loro strada e basta. Così è per tutti. Non mi aspettavo niente. Onestamente, Denis. Volevo solo che tu stessi meglio di me.»

«E così è», disse lui. «Io sto meglio proprio perché tu lo volevi. E adesso voglio che anche tu stia meglio. Almeno con un portico.»

Cristina sorrise e lo urtò con la spalla – come allora, da bambino, quando prendeva un cinque in letteratura e diceva: «Mamma, non sono mica Dante».

«Va bene, costruttore. Domani hai ancora quei frontoni.»

«I frontoni non scappano», disse Denis, e le porse la mano per aiutarla ad alzarsi.

La settimana volò come un giorno. Venerdì sera Cristina stava sulla sua nuova veranda e guardava il sole al tramonto che inondava il giardino d’arancio. La veranda era esattamente come nel ritaglio: chiara, spaziosa, con vetri scorrevoli e l’odore fresco del legno. Le tavole non erano ancora verniciate, ma non importava. C’era tempo. Sul pavimento era già distesa la vecchia coperta, sul davanzale una tazza di tè. La lavanda piantata dalle ragazze all’ingresso profumava sottile e inquieta, come una promessa di futuro.

L’indomani sarebbero partiti tutti. Ma quella sera erano ancora seduti a tavola, ridevano, bevevano tè e mangiavano frittelle. E Cristina colse se stessa in un pensiero: più di ogni altra cosa al mondo, desiderava che ciascuno di quei venti – Paolo che divorziava, Michele che perdeva i capelli, le ragazze con le piantine di cui non ricordava il nome – che tutti loro avessero un giorno un momento così. Il momento in cui capiscono che il bene ritorna. Non necessariamente con frittelle. Forse con tavole. Forse con un portico. O forse semplicemente con venti persone che si schierano alle tue spalle senza contratto e dicono: «Ci ricordiamo quando ci sfamavi».

In ottobre, quando arrivarono le prime gelate, Cristina sedeva sul suo nuovo portico con una coperta sulle ginocchia. Dietro i vetri scorrevoli il vento piegava i rami spogli, ma dentro faceva caldo – il riscaldamento a pavimento funzionava bene, e il tè nella tazza non si raffreddava. Prese il telefono, fotografò il tramonto sopra il melo e scrisse a Denis: «Figliolo, qui sono arrivati i fringuelli. Vieni. Ci sono frittelle». Il messaggio partì, e lei si appoggiò alla sedia, sorridendo lenta, serena, come una persona che finalmente ha smesso di aspettare.

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Arrivata al casale con il figlio, Cristina rimase di ghiaccio al cancello – nel cortile c’erano una ventina di persone.
Per tutta la mia infanzia, mio fratello mi ha trattato come una domestica, e i ricordi di ciò che hanno detto mia madre e mia nonna continuano a tormentarmi.