— Stai qui per un mese, non sono una bestia — ha detto Marco, fuggendo verso un’altra. Tre anni dopo, con le mani tremanti, estrae l’anello.

La valigia era già appoggiata alla porta, e sul fornello il minestrone continuava a bollire, con le focaccine a fianco. Come lo amava.

Maria asciugava le mani con un asciugamano, quasi per abitudine. Il suo sguardo si posò sul retro della testa che conosceva, sulla lentiggine dietro lorecchio che aveva baciato più di mille volte. E non lo riconobbe.

Sei in trasferta?

No, Maria. Vado via.

La frase rimase sospesa in cucina come lodore di bruciato.

Dove?

Da unaltra parte.

Lasciugamano le cadde dalle mani.

Alessandro

Maria, lasciamo stare le sceneggiate. Sappiamo entrambi che è finita da tempo. Io ho deciso, tu no.

Finita? rise, nervosa, quasi spaventata. Domani è il nostro anniversario. Diciotto anni.

Esatto. Diciotto anni dello stesso minestrone.

La battuta gli colpì al petto. Lei si soffocò.

Ho abbandonato il dottorato per te. Avrei potuto essere

Non avresti potuto essere nulla. lui sorrise, quel sorriso che fanno quando provano rimorso. Restauratore. A chi servono oggi icone, polvere Ti ho dato una vita: lappartamento, la macchina, il mare ogni estate.

Mi hai dato?

Va bene, lappartamento è mio, ma non sono un bestione. Stai qui un paio di mesi, poi vediamo.

Lei si aggrappò allo schienale della sedia, le dita impallidiscono.

Chi è?

Che differenza fa.

Chi?

Lui guardò lorologio.

Lia. Trentadue anni. È viva, Maria. Va a teatro, scia, ride. E tu sei da tempo diventata una governante, senza accorgertene.

Maria rimase in silenzio, con un nodo in gola. Alessandro prese la valigia, si girò verso la porta e nei suoi occhi scintillò qualcosa che non era rimorso, ma insofferenza, come di chi lascia un vecchio cane al canile.

Non preoccuparti. Trentaotto non è una condanna. Goditi la libertà, Maria. Te la sei guadagnata.

La porta si chiuse. Il minestrone continuò a raffreddarsi.

La prima settimana non piangeva. Girava per lappartamento come in un museo della sua vita altrui: le camicie di lui, il suo spazzolino, una tazza a mezza bere sul tavolo.

Allottavo giorno squillò il telefono:

Mari, cè?

Il pianto scoppiò così forte che la vicina di sotto alzò la testa per chiedere se stesse tutto bene.

Tiz ho trentotto anni, sono un vuoto. Diciotto anni a fare il minestrone, non ricordo lultima volta che ho tenuto in mano un pennello

E cosa ricordi?

Cosa?

Ricordi perché hai scelto il restauro?

Maria si fermò. Nella sua mente tornò alla visita alla Galleria degli Uffizi quando aveva diciannove anni, davanti al “Trinità” che la faceva piangere per la bellezza di ciò che gli uomini sanno creare e conservare.

Ricordo.

Allora vai a prendere i tuoi colori dal ripostiglio. Li ho visti cinque anni fa.

I colori erano in una scatola di scarpe, sotto le vecchie tende. Secchi, metà persi, ma i pennelli erano intatti: setosi, comprati con la borsa di studio, rinunciando ai pranzi.

Maria si sedette sul pavimento del ripostiglio e pianse, ma in modo diverso, più tranquillo.

Il mattino dopo si iscrisse a un corso presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Pagò con gli ultimi euro messi da parte per una vacanza che ora non serviva più.

Andò dal parrucchiere, tagliò la treccia che Alessandro le aveva proibito di toccare per ventanni. Davanti allo specchio si guardava una donna sconosciuta, con zigomi affilati e occhi taglienti.

Salve, non ci vediamo da tempo.

Tre mesi di studio: musei, appunti. Di notte dipingeva, prima timida, poi più sicura. Le mani ricordavano, non dimenticavano.

A febbraio suonò Tiziana.

Mari, una cosa. Ricordi lavvocato Arcadio Lupo, che lavora con Michele? La nonna è morta, leredità è una casa in Campania, vecchia, piena di icone, una mensola. Vorrebbero buttarle via

Non farlo! scattò Maria. Che non le tocchi!

Pensavo potresti dare unocchiata? Ti pagherà.

Domani.

Le icone erano in pessimo stato: otto, annerite, con la lacca che si staccava, crepe ovunque. Maria le osservò e il cuore le batteva così forte da sentirlo in testa.

Arcadio Lupo sussurrò. Questa… devo vederla sotto la luce, ma credo sia del XVII secolo, lettere settentrionali, molto preziosa.

Lui alzò un sopracciglio.

Quanto costa?

Restaurare non posso dirlo esatto. Ma rivenderla moltissimo.

E tu la riesci a restaurare?

Maria osservò le tavole, i volti appena intravisti tra il fumo. Capì: era loccasione. Lunica.

Posso farlo.

Il lavoro durò sei mesi. Aprì un piccolo laboratorio in periferia, lodore di solventi era insopportabile. Mangiava pane e burro, perse dodici chili, piangeva due volte per lo sconforto quando quasi rovinava il lavoro. Una volta chiamò la professoressa alle quattro del mattino; la donna, una santa, arrivò unora dopo con un thermos.

Poi comparve la prima icona, liberata, splendente.

Arcadio Lupo rimase senza parole.

Maria, è un miracolo.

Non è un miracolo. È lavoro.

Pagò il doppio. Una settimana dopo, un amico lo chiamò, poi lamico dellamico, poi un gallerista da Via del Corso. Il passaparola è la radio più veloce del mondo.

Passò un anno, poi un altro.

Ora Maria viveva in un appartamento in affitto, ma suo, con soffitti alti. Il laboratorio era nei Navigli, con ordini già prenotati sei mesi avanti: due monasteri, una collezione privata di un noto imprenditore, il signor Domenico Sergio Volpini.

Domenico veniva di persona, non mandava corrieri, sedeva vicino alla finestra a osservare Maria al lavoro, a volte portava caffè, a volte nulla.

Cliente strano, signor Volpini.

Sono uno strano, non le dispiace se resto?

No.

Quarantacinque anni, vedovo, occhi intelligenti e stanchi, mani da pianista ma suonava in una sala daffari, non al pianoforte. Nessuna cosa tra loro, per ora. Però Maria a volte lo aspettava, desiderosa dei suoi arrivi.

Quella sera non voleva uscire. Ma Tiziana la spinse: la galleria in Via del Corso aveva il suo anniversario, tutta la scena milanese, non si poteva mancare, i clienti erano lì, non stare in una cella.

Maria indossò un vestito nero, semplice, il primo di un designer locale comprato un mese fa, orecchini di perle, tacchi a cui era ormai abituata.

Domenico entrò senza autista.

Oggi

Cosa?

Brilli.

Maria rise, davvero, per la prima volta da tanto.

Il salone era pieno di chiacchiere, champagne che scorreva. Maria si fermò di fronte a un quadro di Carlo Carrà, fingeva di osservare, solo per prendere fiato.

Maria?

Si girò.

Davanti a lei cera Alessandro, invecchiato, capelli grigi, occhiaie, un bicchiere in mano, la mano tremolante. Accanto una giovane donna snella, scontenta, appoggiata al suo gomito come un cappotto: Lia.

Aspetta, Lia.

Lia lo tirò per la manica.

Chi è?

È la ex moglie.

Lia lanciò a Maria uno sguardo rapido, dal tacco al orecchino.

Piacere, vado al bar.

E uscì, facendo tintinnare i tacchi.

Rimasero soli, in mezzo alla folla, ma soli.

Come ci sei finito?

Lavoro. Sono restauratore. Ho clienti.

Restauratore? Alessandro sbuffò. Sul serio?

Sul serio.

Maria si avvicinò, odorava di brandy. Devo ammettere. Sono stato uno stupido.

Silenzio.

Lia è un incubo. Non sa nemmeno friggere un uovo. È sempre in club, in resort, in ristoranti. Sono stanco, Maria.

Capisco.

Sto divorziando. Lho già chiesto. la afferrò per la mano. Proviamo di nuovo. Mi hai sempre amato.

Maria guardò le sue dita, un tempo le più care, ora solo dita estranee. Le rilasciò con dolcezza.

Alessandro. Ti ricordi quello che mi hai detto quando ti sei andato?

Lui aggrottò le sopracciglia.

Hai detto goditi la libertà.

Non volevo

Aspetta. Voglio ringraziarti, senza ironia.

Hai davvero dato libertà. Ho impiegato tanto a sbrigarla, come un regalo che non vuoi aprire. Ma lho aperto. Dentro cera me stessa, quella che ho seppellito diciotto anni fa.

Maria

Quindi grazie. E no. Non torno.

Ma perché? Ho casa, soldi, ti sosterrò

Alessandro. Mi basta darmi da fare da sola. Da tempo.

In quel momento entrò Domenico, calmo, con due bicchieri.

Maria, pronta? Il collezionista di Venezia aspetta.

Sì, signor Volpini. Certo.

Lui le porse la mano, lei la strinse. Alessandro guardò, fissando la schiena diritta di Maria, il rispetto che mostrava quel uomo elegante in giacca costosa.

Lia al bar stava ancora sparlando, lui non sentiva nulla.

Maria si voltò un attimo alla porta, e con un cenno semplice, quasi amichevole, salutò.

Il collezionista era un uomo anziano, corpulento, occhi azzurri da bambino: Boris Nannini. Baciò la mano con galanteria, come un gentiluomo di un tempo, e disse:

Domenico mi ha parlato delle tue opere. Non credevo potesse esserci.

Lho vista tre mesi fa: Madonna del Misericordio, XVII secolo. Ricordi?

Maria ricordava. Mezzo anno di lavoro.

Lhai comprata?

Io. E ne voglio unaltra. Ho qualcosa di delicato. Possiamo parlarne?

Uscirono al balcone. Domenico rimase vicino alla colonna, silenzioso ma presente. Maria sentiva il suo retro e, stranamente, una calda sensazione.

Con locchio notò Alessandro ancora davanti al quadro di Carrà, solo. Lia era sparita, probabilmente in un litigio.

Ho unicona, disse Boris, quasi a bassa voce. Di Novara, XVI secolo. La storia è confusa.

Rubata?

No, è stata portata via negli anni 20, passò a Parigi, a New York. Lho comprata allasta, legalmente, ma voglio restituirla in Italia, nella sua forma originale. È stata riscritta nel XIX secolo, ma sotto le copie cè un capolavoro.

Maria si irrigidì.

Vuoi che la restauri?

Sì, e poi

Boris esitò.

Mia nonna era di Novara. Il padre, prete, fu fucilato nel 37. Ho cercato questicona per quarantanni. Finalmente lho trovata.

Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime.

Lo farò.

Il lavoro sulla icona novarese doveva cominciare tra un mese, dopo le pratiche burocratiche. Nel frattempo la vita andava avanti.

Lunedì mattina Maria trovò sotto la porta una busta senza francobollo, una nota in scrittura irregolare:

«Maria, dobbiamo parlare. Non al telefono. Mercoledì alle sette, davanti al tuo laboratorio, al caffè allangolo. Se non vieni, capirò. Ma per favore, vieni. I.»

Rimase lì a fissare la carta, la piegò, la spiegò, la piegò di nuovo.

Mercoledì alle sette arrivò.

Non sapeva perché, forse per chiudere quel capitolo, non quello della galleria brillante, ma quello più personale. Alessandro laspettava al tavolino dangolo, una tazza di tè immacolata davanti. Si alzò goffamente quando lei si avvicinò.

Grazie per essere venuta.

Ho venti minuti.

Sbrigati. Stringeva la tazza. Maria, senza Lia, senza pubblico non ho dettoAlessandro, con gli occhi colmi di rimorso, mi porse il vecchio anello di smeraldo e, senza alcuna speranza di ritorno, mi disse che la nostra storia era ormai solo un ricordo da custodire nella luce dei nuovi dipinti.

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— Stai qui per un mese, non sono una bestia — ha detto Marco, fuggendo verso un’altra. Tre anni dopo, con le mani tremanti, estrae l’anello.
Irene non si aspettava una sorpresa così dal marito. Dietro di loro dieci anni di felice vita familiare. Nella loro stanza dormivano serenamente due incantevoli figlie di cinque e nove anni.