VendettaCon la notte avvolgente, Marco si avvicinò silenzioso alla porta del nemico, deciso a chiudere definitivamente la faida che aveva segnato la sua famiglia per generazioni.

Due anni fa Davide aveva tutto: la famiglia, la moglie, progetti per il futuro, speranze Ora non resta più nulla. È impossibile vivere, accettare il peso della perdita. Se potesse tornare indietro a quel giorno sfortunato, farebbe di tutto per impedirlo. Se solo

Per la prima volta in due anni Davide si precipitò nella tetra, silenziosa casa vuota. Finalmente avrebbe potuto vendicarsi per la morte di Ginevra. Inizialmente aveva pensato di fermarsi al bar per prendere un bicchierino di grappa, ma cambiò idea. Era arrivato il momento della vendetta. La mente doveva restare lucida. Davide andò a letto presto e, sorprendentemente, si addormentò in un attimo. Due ore dopo si svegliò con il cuore che batteva a tutto volume, ansimando per laria. Ancora una volta gli apparve Ginevra, il suo respiro vicino. Ascoltava, sperando di aprire gli occhi e trovarla accanto a sé. Ma non cera nulla. Il cuscino non era schiacciato. Un altro sogno.

Davide sfiorò il lenzuolo con la mano. Il tessuto si scaldò sotto il palmo, ingannandolo facendogli credere che la moglie fosse ancora lì, per un attimo prima del risveglio. Non riuscì più a dormire. Restò immobile, fissando il soffitto pallido nella penombra. Il ricordo lo colpì: due anni di attesa, di nostalgia, di pianificazione. Il nemico era tornato. Davide lo sapeva bene.

Quel giorno sfortunato Ginevra aveva chiesto di uscire prima dal lavoro. Si stava recando al centro di ostetricia per un’ecografia. Era in ritardo. Non credeva più ai test di gravidanza. Anni di tentativi, speranze, desiderio di un figlio.

Ginevra era ferma sul marciapiede. Dallaltra parte della strada il semaforo verde si accese e lei fu la prima a varcare la zebra. Non vide lauto che, accelerata, cercava di attraversare il flusso dei pedoni. Il veicolo sarebbe riuscito a passare se non fosse stato per il ciclista che sfrecciava dallaltra parte. Lincidente era inevitabile. Ma il conducente sterzò a destra, dirottando lauto verso Ginevra. Morì sul colpo.

Il guidatore fu condannato a due anni di reclusione. Ginevra non cè più. Il ciclista si limitò a lividi dopo la caduta. I medici dissero che Ginevra non era incinta.

Il nemico era tornato e avrebbe continuato a vivere con la sua moglie e il figlio. Davide non aveva più nessuno, nulla, nessuna speranza. Da tempo aveva deciso di uccidere il suo avversario, di colpirlo con tutta la forza del suo motore. Che la sua famiglia sopravviva a ciò che lui aveva subito. Davide decise che non si nasconderebbe, non fuggirebbe, anche se ciò lo avrebbe condotto alla morte. Morì con la moglie due anni fa. Non si può chiamare vita il tempo speso a pianificare una vendetta.

A volte Davide guidava fino allincrocio dove Ginevra perse la vita. Comprava dei fiori e li posava sul bordo del marciapiede. I passanti li notavano e proseguivano. Davide rimaneva lì, cercando di immaginare cosa fosse passato per la mente di Ginevra nellultimo respiro. Probabilmente sperava di ricevere finalmente una buona notizia. Fece lultimo respiro e varcò la zebra

Visitava la tomba, si recava al santuario, ma non trovava sollievo alcuno. Solo vendendo il nemico avrebbe ritrovato la libertà.

Stanco di girare senza sonno, Davide si alzò, fece una doccia e si fece la barba con cura. Mangiò lentamente una focaccia con un caffè, osservando una macchia sul muro. Ginevra aveva intenzione di ridipingere la parete, ma Davide non lo fece. Quella macchia era parte del ricordo di Ginevra. Indossò una camicia pulita, lanciò un ultimo sguardo alla stanza. Tornerà?

Allinizio gironzolava per la città, uccidendo il tempo. Era troppo presto. Il suo avversario si rigirava ancora tra le lenzuola accanto alla moglie. O forse si era già alzato, si era stirato, era andato in bagno, graffiandosi la gamba sotto i pantaloni. Facé il suo necessario, sbadigliò, poi si fece una doccia. Sua moglie aveva già preparato la colazione. Usciuto dal bagno, profumato al gel di doccia, avrebbe dovuto baciare la moglie e sedersi al tavolo con il figlio «Basta», sbottò Davide. «Il nemico sembra troppo buono. Lassassino di mia moglie non può essere così gentile».

Immaginò allora il nemico la sera prima, ubriaco, tentando di recuperare i due anni perduti. Si svegliò il mattino dopo con un forte mal di testa e una sete insopportabile. Bevve un pugno dacqua dal rubinetto, come faceva in prigione. Non si fece la barba. Con mutande e maglietta si sedette al tavolo «Adesso è giusto. Così deve essere il nemico. Non mi dispiace».

Girò lauto e si diresse verso la casa del suo avversario. Nel cortile parcheggiò così da vedere lingresso. Due bambini giocavano sul parco. Davide si preparò ad aspettare. Prima o poi il nemico sarebbe uscito, da solo o con la famiglia, non importava. Se non oggi, allora la vendetta lo avrebbe colto la prossima volta.

Era fine aprile. Sui cespugli e sugli alberi, soprattutto sul lato soleggiato del cortile, spuntavano nuovi germogli. Lasfalto ancora umido dalla pioggia notturna. Il cielo era coperto di nuvole. Faceva fresco.

Allimprovviso un bambino di circa sei anni uscì dalla porta dingresso. Corse verso il parco dove gli altri giocavano, ma notò lauto fuoristrada di Davide e si avvicinò. «Potrebbe essere il figlio del nemico? Forse». Davide abbassò il finestrino.

Che vuoi, ragazzo?
Niente rispose il bimbo, guardandolo dritto negli occhi, senza paura.
Mio papà aveva anche lui una macchina. Non era così bella come la tua.
E dove è finita? Lhai venduta?
Sì, è finita in un incidente, non ne ha ancora comprata una nuova.
Davide scrutò il ragazzino, cercando somiglianze con il suo avversario. Non trovò nulla. Forse ricordava la madre di quelluomo, non ne ricordava il volto. Il viso del nemico gli era ben chiaro. Gocce di pioggia cadevano sul parabrezza.

Vuoi salire? Ti faccio entrare, altrimenti ti bagni disse Davide, aprendo la porta del passeggero.
Il ragazzo esitò un attimo, poi, con la pioggia che aumentava, si arrampicò sul sedile alto e chiuse la portiera. Il rumore della pioggia dentro labitacolo era quasi sordo. Con gli occhi che brillavano, osservava il cruscotto rosso.

Ha i sedili riscaldati? Consuma molta benzina? chiese il bambino, quasi adulto.
Davide rispose di buon grado a tutte le domande. Pensò che fosse pericoloso restare lì in mezzo al cortile con un bambino.

Andiamo a fare un giro? Piove lo stesso.
Il piccolo lo guardò sospettoso.

Se non ti va, restiamo qui disse Davide a voce alta.
Nel frattempo pensava: «Un ragazzino sveglio, senza paura».
La mamma si arrabbierà. Lo capisco.
Il bambino guardò di nuovo Davide.

Non è per me. Non resterò a lungo.

Davide uscì dal cortile, domandandosi se qualcuno laveva visto. I bambini non contavano. Probabilmente non avrebbero mai ricordato il numero di targa.

Gli vennero in mente parole che parlano di vendetta: la miglior vendetta è togliere ciò che lavversario ama. La decisione gli balenò al cuore, senza sforzo.

Come ti chiami?
Vick, rispose il ragazzo con entusiasmo.
Ma dai! Siamo omonimi! Anchio mi chiamo Davide.

«Non lo ucciderò, non posso. Il ragazzo non è colpevole. Il nemico è un altro, il piccolo è solo un bambino. Lo allontanerò e lo lascerò lì. Che non riesca a fuggire. Che cerchi il figlio, che soffra».

Il pensiero fu interrotto dalla voce di Vick.

Cosa? chiese Davide.
Ho detto che non è stato papà a colpire quella donna. È stata la mamma a guidare. Papà era accanto.
Quale donna? il freddo gli corse lungo la colonna vertebrale.
«La mia Ginevra non è morta per colpa del nemico, ma della moglie del nemico», balbettò Davide, senza accorgersene.
Sì. Papà ha preso la colpa. La mamma non ce lavrebbe fatta in prigione. È malata e sta spesso in ospedale.
Come lo sai?
Non sono piccolo. Ho sentito i genitori parlare. E la mamma lha detto lei stessa.

Il sangue gli ribollì al collo. Con le mani umide stringé il volante con forza.

Perché me lo dici? Se vado in polizia
Vick lo guardò con aria pensierosa.

Papà ha già scontato. Si può essere condannati due volte per lo stesso crimine?
Probabilmente no. È solo quello che ho detto rispose Davide forzando un sorriso.
Non si accorse di aver superato la periferia. Vick fissava il fondo della strada con gli occhi spalancati. Lasfalto bagnato, tracciato da linee bianche, scivolava sotto le ruote.

Dove andiamo? chiese il ragazzino.
Nella voce di Vick Davide udì un velo di timore.

Non lo so rispose Davide, frenando al ciglio, abbassando il finestrino e lasciando entrare laria fresca e umida. Il rumore delle auto che passavano si fece più forte.
Ti senti male? chiese Vick, la preoccupazione dipinta sul volto, gli occhi colmi di comprensione. Davide sentì il sangue ribollire di nuovo.

«Capisce? Sentirà? I bambini non mentono. Che sto facendo?» Girò lauto e tornò indietro, verso la città.

«Ginevra non tornerà più. Il nemico non lha colpita. Ha preso la colpa della moglie. Ha scontato la pena. A chi devo vendicarmi ora? A lei? Lei stessa si è già punita, le restano pochi giorni di vita. Che cosa mi ha detto Vick? Ha un solo rene che sta cedendo. E io? Ho deciso di vendicarmi su un ragazzino innocente»

Con chi stavi quando tua madre era in ospedale?
Con la nonna. Anche lei ha il cuore malato. Non vuole sua madre.
Davide osservò il nastro dasfalto che correva verso di lui. La pioggia cessò.

Quanti anni hai?
Sette. A settembre andrò a scuola. E voi avete figli?
Davide rabbrividì. Come dire al bambino che desiderava anchegli un figlio?

Siamo arrivati disse Davide.
Entrarono nel cortile. I bambini si rifugiarono in casa per la pioggia. Nessuno correva fuori in preda al panico. Vick aprì la portiera.

A chi siete venuti?
Davide rimase perplesso.

Cosa? Beh Sono venuto a trovare degli amici. Ma non cerano.
Vick saltò sul marciapiede.

Tornerete ancora?
Vedremo. Se tornerò, verrai a fare un giro con me? Non ho un figlio, né una figlia. Nessuno. fece una pausa. Se tuo padre comprerà una macchina nuova, questo sarà un ottimo modello. Che la prenda, non si pentirà.

Grazie, arrivederci la voce chiara si mescolò al cigolio della porta che si chiudeva.
Arrivederci rispose Davide con un sorriso appena accennato.

Vick rimase davanti allingresso, voltandosi. Davide alzò la mano. Uscì dal cortile, entrò in un negozio e comprò una bottiglia di grappa. Sulla riva del fiume si sedette sullerba umida, bevve direttamente dalla bocca della bottiglia. Il fuoco lo bruciò in gola. Si sdraiò indietro e fissò il cielo. Le nuvole si diradarono, lasciando spazio a un azzurro limpido.

Ehi, zio, non ti prendi un raffreddore? udì una voce roca.
Davide aprì gli occhi. Due adolescenti lo osservavano. Sembrava fosse caduto in sonno. Si alzò di scatto, si diresse verso lauto.

Ehi, zio, prendi un bicchiere di grappa? chiamò uno dei ragazzi.
È ancora presto per bere rispose Davide, raccogliendo quasi una bottiglia piena dal terreno.
Unimprecazione lo colpì alle spalle, ma non si voltò.

Salì in macchina e tornò a casa. Per la prima volta in due anni si sentì leggero.

Signore, quasi ho fatto una cosa orribile. Grazie che mi abbia salvato. Vorrei tanto avere un figlio mormorò, mentre la strada davanti a lui si sfumava in lacrime che gli rigavano gli occhi.

«La vendetta è una vita spesa per odiare un altro. Quando vendichi, consumi la tua unica e preziosa esistenza per lavversario. Anche se vinci, perdi comunque.»

Il vero riscatto si trova nel perdono, non nel sangue.

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