Le ciabatte in bocca
Guarda, ti racconto questa storia come se fossi lì con me. Allora, Giovanni arrivò a casa sua in tarda serata, chiuse con delicatezza la porta alle sue spalle, poggiò lo zaino col portatile per terra e si tolse il cappotto.
Silenzio, quasi assordante nell’appartamento.
Martina! Marty, sei in casa? chiese, ad alta voce. Sono arrivato, Marty.
Niente. Né rumori, né passi, niente di niente. Sembrava una casa fantasma.
Il nostro Gianni guardò intorno nellingresso. Ebbe quasi il dubbio di aver sbagliato porta “con tutto questo lavoro finirò che perdo davvero la testa”, pensò tra sé. Il capo pretende sempre di più, i colleghi dellufficio personale che ne vogliono tagliare ancora e poi anche i clienti rompono! E lui solo, Gianni, contro il mondo!
No dai, tutto era suo: la casa, la mensola con il berretto di Martina, e appeso lì, il cappottino che la suocera aveva portato dalla Sicilia lanno prima.
Marty, sono a casa! fece lui, andando verso il soggiorno.
E la trova lì, Martina, stesa sul divano, occhi chiusi e due fette di cetriolo sulle palpebre, accappatoio e uno smalto rosso fuoco sulle unghie. Pareva assopita. In camera, appeso sullanta dellarmadio, un vestito rosso brillante, quello tutto paillettes, con il nastro in vita. Sotto, un paio di décolleté nere, tacco alto, raffinatissime.
Gianni si grattò la testa. “Ma che, dobbiamo uscire? Ho dimenticato qualcosa?”. La mente subito se lo vede: il calendario appeso in cucina con tutti i giorni importanti cerchiati matrimonio, compleanno della suocera, dellex suocero, anniversario, primo bacio, Natale… Ma non era nessuno di quelli.
Marty, tutto bene? Si chinò su di lei, scuotendole leggermente la spalla. Perché sei stesa così?
Quella fece un respiro come se emergesse dallacqua, si tirò su a sedere, i cetrioli caddero sul pigiama, Marta li raccolse e, senza pensarci, se li mise in bocca. Poi, di colpo, uno sguardo allorologio e scattò su come una molla.
SantAntonio! Ho dormito! Ho dormito! Testona che sono! Gianni! Amore, gli saltò addosso Aspettami, arrivo subito! Esci, esci! Solo dieci minuti… anzi no, fammi quindici! Please! Dai, esci! e già lo spingeva verso la porta.
Ma sono appena arrivato… sono stravolto, Marty… protestò lui, tutto assonnato.
E proprio perché sei stanco, ora vai, che serve. Fidati. Vai, vai ed era già lì che lo portava quasi di peso fuori, decisa.
Gianni, imbronciato, prese una caramella dalla ciotolina sul tavolo, la scartò e andò in ingresso.
Devo portare il cappotto? brontolò, mentre apriva la porta.
Certo! E cambiati anche le scarpe, dai, Gianni, non farmi dannare!
Martina era un fascio di nervi. “La metto sulla pazzia?”, si chiese Gianni sconsolato. “Dicono che lAlzheimer ormai…”.
Eh, sto andando, sto andando! Resto sulle scale, mi fumo una sigaretta, borbottò lui.
Va bene! Martina chiuse la porta. Faccio in un attimo.
Dal dentro, rumori di scatole che si aprono e un buon odore dalla cucina.
“Qui cè sotto qualcosa!” pensava Gianni, con la bava alla bocca.
A quel punto si aprì la porta condominiale, entra il vicino, Pietro.
Oh Gianni, che ci fai qua? Dai, fammi compagnia a fumare, oggi fa proprio freddo, fece zio Pietro, scrollandosi la neve dagli stivaletti. Inverno, il tempo della raccolta… stava per filosofeggiare, ma poi notò Gianni che pareva addormentato, appoggiato al muro.
Tornato tardi dal lavoro? chiese Pietro con aria da confidente.
Macché sospirò Gianni, guardando il fumo della sua sigaretta salire dritta nellaria gelida. Sono passato anche da mia sorella, serve una mano ogni tanto.
Da Francesca? Una tosta Pietro annuì.
Sì, è appena divorziata. Nessuno che la aiuta in casa, quindi ogni tanto passo io e lei sempre a lamentarsi! “Blu-blu-blu”, mi consuma il cervello. E ora pure Martina sè messa in testa qualcosa, mi fa aspettare qui fuori. Vabbè, lasciamo perdere. E tu, tutto ok? E tua moglie Teresa?
Teresa sopporta, ogni tanto mi loda pure, ridacchiò Pietro. Siamo stati dai figli a badare i nipoti. Stiamo bene insomma.
Beati voi, sospirò Gianni, ma in quel momento la porta di casa sua si riaprì. Sulla soglia apparve Martina, vestita e truccata come la sera della maturità, vestito rosso, scarpe lucide, capelli raccolti, gioielli doro alle orecchie e al collo.
Gianni! gridò felice alzando le sopracciglia e facendo gli occhioni Sei tornato, amore! Che aspetti? Entra, su, sei stanco! e gli saltò addosso, gli accarezzava i capelli, lo svestiva già allingresso. Dai che ti aiuto, to, dammi qui la sciarpetta anche il cappello
Gianni, spaesato, la abbracciò goffamente, sentì zio Pietro tossicchiare imbarazzato per quanto fosse bella Marta.
Buona serata, signor Pietro, sussurrò lei Saluti a signora Teresa, poi passo a lasciare i piatti.
Eh grazie balbettò Pietro.
Gianni si tolse il cappotto, la zip sembrava rotta sudava e guardava incredulo la moglie. Lei, con aria solenne, prese un vassoio, si piazzò davanti a lui.
Pietro rimase immobile a vedere la scena ma Martina chiuse la porta, e lui fu costretto ad andarsene dalla moglie…
Pane e sale per te, mio marito unico e speciale. Bevi un bicchierino, mangia qualcosa, così ricarichi le batterie! e gli mise davanti il vassoio: bicchierino ripieno fin sopra, un bel pezzo di guanciale, pane nero di Altamura, cipolla in agrodolce, fette di cetriolo sotto sale.
Dai, accetta da tua moglie un brindisi!
Ma Marty, che combini? Gianni era senza parole. La zip non si apriva, si tolse il cappotto dalla testa bestemmiando, si chinò a slegare le scarpe ma Martina già prendeva in mano lei la ciabatta calda, tenuta sul termosifone.
Ecco qui, ciabattine già calde, così scaldi i piedini le scarpe le sistemo io dopo! Ora vieni, vieni in cucina, amore mio. Sei il mio re oggi.
Martina si inchinò fino al pavimento, quasi strusciando la mano sul parquet.
Gianni voleva dire qualcosa, ma lei non lo lasciava.
Forza, siediti. Ah! Prima lava le mani! Ecco la bacinella, e lasciugamano sulle mie spalle. Quanto ti amo, Gian davvero tanto, mi inginocchierei anche qui a terra per te, vuoi?
No dai, lascia stare… balbettò Gianni.
Allora cominciamo la cena. Prima linsalata russa, la metto sul piatto con il bordino dorato che mi ha prestato zia Teresa. Gli mise nel piattino una dose abbondante di insalata Olivier. E poi, grappa lho tenuta fresca, come piace a te… vai, bevi che poi scalda lo stomaco così
Gianni buttò giù la grappa, cominciò a mangiare. Buono, tutto molto buono anche se tutto un po strano.
Martina stava accanto, gli occhi pieni di ammirazione, faceva tsk tsk di soddisfazione e diceva: Bravo il mio Gianni, bravo mio maritino doro!. Pronta col tovagliolo in lino, se mai servisse a pulire la bocca.
Finito? scattò lei. Adesso ti porto la carne. Spezzatino di manzo con le verdure, il top della salute, presa alla bottega bio, sessanta euro al chilo! Tadà! tira fuori una pentola di coccio dal forno. Il profumo… sembra dessere a un ristorante di Parigi! Ma qui da me, con le spezie, e…
Ma oh, ma sei impazzita?! aveva i sopraccigli alti Gianni. Marty! Non siamo ricchi! Che spreco! Mi andava bene anche maiale, pollo
Non farmi il boia, amore! Martina si buttò effettivamente sulle ginocchia (ahia, che male!), quasi piangendo, il mascara già che colava. Penso solo a te, al tuo benessere! Mangerò solo ossi, ma te mi devi mangiare da signore… Dai, mangia, porcaccia miseria! E scattò in piedi, in lacrime. Che altro vuoi ancora, eh? Le righe rosse sul tappeto? Qua la mettevano, ma la famiglia Rossi non me la presta, tanto sono gelosi. Volevo le posate dargento, ma lo stipendio non bastava. Però mi impegno, eh! E ti vizierò anche a portarti le ciabatte in bocca, se vuoi…
Gianni si alzò, towering over lei come una giraffa su un topolino.
Adesso ti siedi un attimo, e mi spieghi che succede, con calma. Che mi sta fondendo il cervello, disse, dandole una tiratina e facendola accomodare.
E TU spiega a me che succede! partì lei di nuovo, ma la grossa mano di Gianni la spinse giù sulla sedia. Martina si servì carne e verdure, un po di vino, iniziò a masticare furiosa.
Gianni zittito, non voleva rovinare la cena… Quella strega di tua sorella Francesca mi ha telefonato. Mi rimprovera che ti tiene, ti ha cresciuto come un figlio, e io? Io ti faccio patire! Non ti compro nemmeno la tua birra preferita, nemmeno le ciabatte ti porto coi denti, come dovrei. Mi rimprovera che ti ho incontrato alla stazione e che ti devo la vita. Ed è tutto colpa mia!
Ma che dici… ma lascia stare Francesca! fece lui.
Che ne sai! Pensi che non so che vai da lei ogni settimana? La camicia, i pantaloni, la birra… e io nulla e con un pugno batté sul tavolo, giù un altro sorso di vino e sniffò la mano di Gianni.
Non è vero niente! Vado per darle una mano… sta sola… siamo parenti!
Eh, vabbè, qualcosa glielaveva raccontato, ma in fondo era per fare il simpatico. Francesca con lui… Dì che stai male con tua moglie! Che invece io tho tirato su!. Lui scherzava così, e lei sempre lì a commuoversi… E Gianni non sopportava vederla giù…
Ma allora, perché non ce ne andiamo tu da lei e io chiudo? Tanto le ciabatte le porti meglio tu, che la mia bocca è troppo piccola! Da lei berrai tutte le birre che vuoi! disse amaramente Martina.
Dai, su esclamò Gianni senza di te non esisto, lo sai bene!
Allora smettila di lamentarti, sembra che mia madre abbia cresciuto due figli! Io a scuola, con una quinta piena di maturandi, esami… ansia a mille, e tua sorella che mi tormenta. Ogni lunedì vai da lei, ogni martedì lei mi chiama.
E perché non lo dicevi?
E tu perché non dicevi che ci andavi? replicò lei.
Per non farti star male, Marty
Senti, Adesso basta. Tu e Francesca a sparlare di me alle spalle… Bel matrimonio collaudato il nostro! si tolse la sua mano dalla spalla.
Dai, è solo che sta sola tentò lui ancora.
Ma la colpa è sua! Ha divorziato perché ci metteva sempre lingua, e ora si nutre di te, ti consuma i nervi e arrivi sempre scazzato. Io ai ragazzi devo fare recupero di algebra, te lo immagini?
Francesca aveva cresciuto Gianni visto che i genitori, morti giovani, lasciarono lui adolescente; lei aveva già la sua vita e un marito, ma non smise di controllarlo, portargli la spesa, sgridarlo se beveva troppo. Appena conobbe Martina, partì la rivalità… e quando annunciarono il matrimonio, pianse tutta la notte.
Al matrimonio, non parlava, non esultava. Era una statua di sale.
Ma dai, scaccia quellaria da funerale! le disse il marito, Vieni a ballare con me! Facciamogli vedere come si fa!
Lei niente… Ma Martina sempre appiccicata a Gianni, come a sfidarla…
Con Francesca quindi non si era mai creato feeling. Gianni ormai era abituato a vederla in ogni ambito della sua vita.
Siamo parenti, dopotutto… borbottò Gianni, masticando la carne. Marty, quanto è buona questa cena! Me ne dai ancora?
Martina si alzò, però, andò in camera con aria offesa.
Serviti, e poi racconta tutto a Francesca. Che almeno ti consolerà lei.
E se ne va. Dal corridoio arrivava la musica stonata del pianoforte giocattolo, quando era nervosa si metteva a suonare tasti a caso.
Pietro, il vicino, guardò sua moglie Teresa e le disse:
Hai visto che roba, Teresa? Lei lo accoglie col vestitino elegante, il trucco fatto, sul vassoio la meglio grappa, salumi, tutto come si deve. Poi lo rifocilla e suona pure per lui! E tu invece sempre “Pulisciti i piedi!”, “Dove vai con quelle mani da muratore!”, “Cuoci le patate!”, “Perché sa di vino?”. Mai un gesto carino… Eh, non sapete vedere la vera natura degli uomini…
Teresa si mise le mani sui fianchi.
E tu allora che ne sai della tua “natura”? Sempre a correre da tua sorella a lamentarti di me. Poi torni qui, mangi e vuoi pure che ti coccoli? Bene… vattene a trovare qualcunaltra più comprensiva! prese il suo borsone, quello storico.
Dove vai?
In convento! strillò Teresa. E porto Martina con me! Arrivederci e grazie.
Infiliò due cose in valigia e uscì. Pietro rimaneva lì a bocca aperta, la rincorse solo quando vide lei e Martina alle scale, anche questa con la valigia.
Forza, andiamo, Marty le disse Teresa A noi qui non ci vogliono.
Sì, zia Teresa, attenzione ai gradini…
Salite sul primo autobus, scomparvero nella notte.
Gianni e Pietro le raggiunsero dopo qualche fermata, affannati, senza cappello, tutti rossi in faccia.
Ragazze, scendete che dobbiamo parlare! supplicò Gianni.
Sì, scendiamo… certo! brontolava Teresa sarcastica Vieni, Martina, non dobbiamo niente a questi.
Il bus ripartì, e loro restarono lì, uomini delusi, in fondo all’autobus. Poi, con un cenno daccordo, Martina si sciolse, andò a sedersi vicino a Gianni, che subito le prese la mano. Intanto Teresa colpì col bacino il sedile, ordinando a Pietro di sedersi vicino.
Sono tutta infreddolita, fece lei accennando un sorriso. Mi abbracci almeno? Una volta, prima del divorzio occhiolino ironico.
Pietro la abbracciò con cautela.
Anche Gianni strinse forte Martina.
Scusami sussurrò Parlerò con Francesca. Giuro, non succederà più niente! Solo tu per me, mi va bene tutto di te, tutto tutto! E la nostra è la miglior vita di tutte, la nostra famiglia!
Pietro e Teresa si scambiarono unocchiata quasi infilzata dallimbarazzo per quanto erano teneri Gianni e Martina…
Gianni! urlava nel telefono Francesca Ma che succede? Sono senza cibo, la casa da pulire, dove sei? Stasera passi vero?
Non posso, Fra. Oggi vado a teatro con Martina rispose lui occhi chiusi.
Cosa?! Io, tua sorella, che ho dato la mia gioventù per te! E ora mi abbandoni?
Sta scritto: luomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e diventeranno una sola carne. Fra, i miei doveri li ho fatti. Ora, se vuoi, vieni nel weekend da noi!
Francesca sbuffò e chiuse la chiamata. Dopo un po prese il telefono e compose il numero dellex marito. Magari almeno lui passa a passarle laspirapolvereDallaltra parte del telefono, la voce roca dellex marito risuonò sorpresa:
Pronto? Francesca? Dopo tutti questi mesi
Sai cucinare ancora la pasta e patate come piaceva a me? sussurrò lei, lasciando che un sorriso antipatico attraversasse i suoi labbroni.
Ci fu silenzio. Lex marito tossicchiò, poi una risata liberatoria:
Vieni pure, che ci metto pure il pecorino.
Francesca tagliò la chiamata con un ci vediamo. Poi, gettando uno sguardo veloce alla cucina da sistemare, rise di gusto. Tanto la vita non si aggiusta mica tutta in una sera
Intanto, sullautobus semivuoto che viaggiava tra lampioni dispersi e silenzi cittadini, le due coppie sedevano strette, finalmente appagate. Martina poggiò la testa sulla spalla di Gianni, lui le diede un bacio tra i capelli, ripromettendosi di non farla più sentire in secondo piano.
Anche Teresa, sistemando una molletta nei capelli ribelli, sorrise a Pietro.
Facciamo che torniamo a casa, ma stavolta con ciabatte calde anche per te. Niente convento.
E niente sorelle tra le scatole disse Pietro sottovoce, facendo ridere Teresa.
Gianni prese la mano di Martina, intrecciandole le dita. Lei sussurrò:
Le porti tu stasera le ciabatte in bocca?
No, questa sera ce le mettiamo insieme, e poi balliamo sul tappeto anche scalzi.
Martina rise, lasciando cadere la rivalità, la paura, la stanchezza. Per una volta, la famiglia imperfetta filava come la pasta appena scolata: un nodo tenero, semplice, persino allegro.
E mentre fuori la notte scendeva quieta sulla città, sulle luci delle case e dei viali, giuravi di sentire davvero il rumore di paillettes e risate, il calore del pane e dei piedi scalzi, la forza di certe mani che sanno ancora tenersi e tenersi stretti persino nei giorni storti.
Alla fine la felicità era solo questo: un paio di ciabatte calde in bocca, e qualcuno disposto a ridere con te mentre le perdi per strada.







